“Cosa resterà di questi anni Ottanta?” Il sud dei social come dimensione esistenziale
Pubblicato da Benedetta Ala in Articoli · Giovedì 11 Set 2025 · 4 minuti
Tags: anni, Ottanta, sud, social, dimensione, esistenziale, cultura, nostalgia, identità, società, cambiamento, comunicazione
Tags: anni, Ottanta, sud, social, dimensione, esistenziale, cultura, nostalgia, identità, società, cambiamento, comunicazione
“Cosa resterà di questi anni
Ottanta?” in filodiffusione su un letto di plastica fucsia – materassini delle
vecchie riviste che resistono agli anni Ottanta. Solo una barca a vela scivola
sull’orizzonte, penso che è la barca dell’amico di papà. È questa la qualità
dei miei pensieri, pratica e discontinua. Correnti altrettanto discontinue mi
convincono a scivolare giù e tornare a riva. Se avessi il cellulare farei una
foto alla signora bionda addormentata sul bagnasciuga (ignorando la legge sulla
privacy) e ci appiccicherei una musica struggente per evocare una delle tante
atmosfere sorrentiniane che mi stanno a cuore. Ripercorro mentalmente la regia
di un ipotetico post e mi sento appagata dall’estetica che potrei creare. Ho
dimenticato il cellulare a casa, il post intrigante lo lascio a qualcun altro. La
necessità irrisolta di comporre un’atmosfera mi fa tornare frustrata a casa. Incrocio
il camion dei gelati a domicilio con il suo stacchetto infantile e mi sento a
disagio nella mia rinnovata consapevolezza di abitare il quadro vintage di
un’estate meridionale. È l’ultimo giorno di vacanza solo perché l’ho deciso.
Nessun motivo per tornare alla vita normale. “Beata te che vivi al mare –
faccio spallucce e auguri di buon viaggio. Ci vediamo la prossima estate.

Nel flusso di pensieri pratici e
discontinui di quella mattina, si era insinuata una considerazione
qualitativamente diversa, che mi accompagnò fino a casa e tutt’ora mi
accompagna: il sud è una dimensione esistenziale.
È l’orizzonte di fuga ideale
e patinato di cui abbiamo bisogno. Immagini di sdraio verde acqua, punti luce
sospesi, amache dondolanti con sottofondo di cicale incastonano questo mito
all’interno di una narrazione social accattivante e naïf. Pacchiana e placida,
la vita lenta del sud è un desiderio ancestrale. Eppure, si tratta di una
visione parziale, inconsistente, artificiale. Si tratta di mitizzare
arbitrariamente un ricordo. Un po’ come si mitizza l’infanzia. Mentre la
ricerca spasmodica di un sud a misura d’uomo investe una realtà ai margini
della storia, le località tradiscono la loro identità per accogliere questa
richiesta, o comunque la mettono in vetrina.
Tutto diventa performance di
genuinità e in questo meccanismo di marketing qualcuno resta ammaliato e
qualcuno resta fregato.
Il mercato risponde a dei bisogni di fuga e crea dei
bisogni di fuga, poco importa se il luogo della fuga è rarefatto. Come a
teatro, l’illusione svanisce alla chiusura del sipario. Quello che accade dopo,
non è dato sapere. Quello che accade dopo è la vita reale, dolorosa e pratica
che torna a bussare anche al sud. Soprattutto al sud. È una vita di urgenze,
scadenze, solitudine, precarietà strutturali.
Intanto, la popolazione residente in Puglia invecchia
e con i vecchi se ne va la parte più consistente dell’identità meridionale. Secondo
i dati del censimento permanente dell’Istat aggiornati al 2023, la popolazione
residente è scesa a 3.890.661 unità, con una diminuzione di 17.022 persone
rispetto all’anno precedente. Il calo conferma un trend ormai consolidato e
preoccupante.
Mi chiedo cosa resterà di questi
anni Ottanta quando i borghi spopolati si popoleranno di bed and breakfast e
trattorie o quando i pescatori – già vecchi – diventeranno troppo vecchi per
pescare, cosa resterà? Resteranno i post alla Sorrentino, i ricordi d’infanzia,
i progetti per la prossima estate.
“Ci vediamo la prossima estate –
caption perfetta del post di fine vacanza col quale mi scrollerò di dosso
questa scomoda malinconia stagionale.
In fondo, il sud è anche il sogno
di chi a sud ci resta.
