Vai ai contenuti

“No Other Land”: quando il cinema diventa testimonianza visiva e atto di resistenza

Salta menù
Salta menù

“No Other Land”: quando il cinema diventa testimonianza visiva e atto di resistenza

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Anastasia Fonti in Contronatura · Giovedì 04 Dic 2025 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: NoOtherLandBerlinale2024filmdocumentarioPremioMigliorDocumentarioPremiodelPubblicosezionePanoramadiscussionidocumentariopoliticoEuropeanFilmAwards2024MigliorFilmOscarMasaferYattacinematestimonianzavisivaresistenza
Quando No Other Land debutta alla Berlinale 2024, non passa inosservato. Fin dalle prime proiezioni è evidente di trovarsi davanti a un’opera destinata a lasciare un segno: il film conquista il Premio per il Miglior Documentario e il Premio del Pubblico della sezione Panorama, innescando da subito discussioni accese e un’attenzione internazionale insolita per un documentario politico così esplicito. Da lì comincia un viaggio che lo porterà tra i titoli più premiati dell’anno, fino agli European Film Awards 2024, dove vince come Miglior Documentario e ottiene la candidatura come Miglior Film. E nel 2025 arriva la consacrazione definitiva: No Other Land viene nominato agli Oscar come Miglior Documentario, proiettando la storia di Masafer Yatta nel cuore del discorso cinematografico globale.

Ma No Other Land non è un semplice successo cinematografico: è un atto di accusa, una ferita aperta, un archivio vivo che denuncia una delle realtà più ignorate e dolorose del nostro presente. È cinema che non si limita a mostrare: interpella, smuove, obbliga a guardare.



Il progetto nasce da un’alleanza rara e coraggiosa: quella tra i palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal e gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Per anni hanno condiviso vita quotidiana e rischio fisico nella regione rurale di Masafer Yatta, un luogo segnato da quello che è stato definito “il più grande atto singolo di sfollamento forzato nella Cisgiordania occupata”. Nel film, questa frase non rimane un concetto astratto: diventa il volto delle famiglie, le case distrutte,la paura che si mescola alla resistenza.

Basel, nato e cresciuto tra quelle terre, ha osservato fin da bambino la propria comunità essere demolita pezzo dopo pezzo. Un giorno ha deciso di impugnare una videocamera: non per fare cinema, ma per non lasciar cadere il silenzio. E attorno a quella videocamera, tra macerie e diffidenze, la sua amicizia con gli altri tre co-registi è diventata un patto, un modo di attraversare insieme le ingiustizie, i rischi personali, la complessità della loro stessa identità.

Amnesty International Italia sostiene ufficialmente il film, definendolo la rappresentazione diretta di un sistema di disuguaglianze strutturali: “Per alcuni ci sono diritti, per altri meno”. No Other Land è la prova concreta di ciò che significa vivere dentro questo sbilanciamento permanente.

Successo internazionale e conseguenze reali
Purtroppo la visibilità, per chi ha raccontato questa realtà, non è protezione. È esposizione.

E pochi giorni dopo la notte degli Oscar, la troupe rientra in Palestina. E tutto ricomincia.

Hamdan Ballal, viene brutalmente aggredito da coloni israeliani e poi arrestato dai militari. Racconterà di essere stato picchiato, insultato, colpito con pistole impugnate come manganelli. La sua famiglia temerà di non rivederlo vivo.

E non è un caso isolato: Odeh Hathalin, attivista e collaboratore del film, viene ucciso a colpi d’arma da fuoco da un colono.

Il successo internazionale non ha fermato la violenza, l'ha amplificata.

Nonostante tutto, Basel continua a filmare. Corre verso le demolizioni, inciampa, si rialza. La videocamera è un’arma fragile, ma indispensabile. Non serve più a “svelare” qualcosa – il mondo ormai sa.

Serve a resistere. A rifiutare l’estinzione.

Le ore di girato raccolte negli anni raccontano bambini che crescono tra polvere e fucili, vicini che perdono casa dopo casa, comunità che vivono sospese tra attesa e devastazione.

Il film si chiude poco prima degli attacchi del 7 ottobre 2023 e della successiva risposta militare israeliana, ma quelle immagini li anticipano, li spiegano, li incastonano in una ferita che non ha mai avuto il tempo di guarire.

Negli Stati Uniti, la troupe compie un ulteriore atto di resistenza: rifiuta un accordo di distribuzione e decide di pubblicare autonomamente il documentario su Apple TV, Amazon, Google Play e YouTube. Tutti gli incassi vengono destinati direttamente alle comunità di Masafer Yatta. Una scelta radicale, che trasforma la visione del film in un gesto politico.

Perché dobbiamo guardarlo
No Other Land non cerca lacrime. Cerca attenzione. Cerca responsabilità.

È una lente d'ingrandimento che restituisce visibilità e giustizia a chi ne ha avuta troppa poca.

È uno di quei rari documentari che non si limitano a raccontare: cambiano lo sguardo di chi guarda.

E oggi più che mai, vederlo è un atto di consapevolezza.

Vuole scuotere. Vuole porre domande, anche scomode:
– Chi decide quali vite sono sacrificabili?
– Quante volte si può cancellare una comunità prima che nessuno ricordi più che è esistita?
– Chi ha la forza – o il coraggio – di continuare a guardare?

Il documentario non concede riparo allo spettatore.

Non chiede pietà: chiede posizione.

Mostra che il cinema può ancora essere uno strumento di denuncia, di incontro, di lotta condivisa, di verità.

Un ponte fragile ma luminoso tra persone che, nonostante tutto, rifiutano l’idea che esista “un’altra terra” su cui vivere lontano dalla propria storia, dai propri diritti e dal proprio nome.
 


FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

Site Powered By Novus88
Torna ai contenuti