25 novembre, o perché non siamo mai uscite dalla violenza.
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Articoli · Martedì 25 Nov 2025 · 5 minuti
Tags: femminicio, 25, novembre, violenza, sulle, donne, consapevolezza
Tags: femminicio, 25, novembre, violenza, sulle, donne, consapevolezza
Il
25 novembre rischia sempre di trasformarsi in un esercizio di memoria rituale:
qualche parola spesa, qualche numero ripetuto, un senso di indignazione
collettiva che dura lo spazio di una giornata. Eppure la violenza contro le
donne non è una ricorrenza da ricordare, ma una struttura quotidiana che
organizza le nostre vite, i nostri spazi, le nostre possibilità. Non è un
episodio, né una somma di tragedie private. È un ordine sociale che continua a
considerare i corpi femminili disponibili, esposti, trattabili.
Nel
2023 in Italia sono state uccise 118 donne. Oggi, nel 2025, non lo sappiamo
più. Da mesi il governo ha smesso di pubblicare i dati ufficiali sui
femminicidi: un silenzio istituzionale che non è un dettaglio tecnico, ma un
gesto politico. I numeri vengono ricostruiti da giornali, associazioni e reti
femministe, ma il fatto stesso che il monitoraggio pubblico sia stato
interrotto dice molto più dei numeri mancanti: dice che il fenomeno non è
considerato prioritario, che la sua visibilità è diventata scomoda, che la sua
dimensione strutturale è qualcosa che si preferisce attenuare.
Un
Paese che smette di contare smette anche di assumersi responsabilità. La
rimozione dei dati non cancella la violenza; cancella soltanto la capacità di
riconoscerla.
La
violenza maschile non si manifesta solo quando un uomo colpisce, perseguita,
controlla o uccide. Agisce molto prima, nelle gerarchie simboliche che
definiscono ciò che è consentito a un uomo e ciò che è pericoloso per una
donna. Agisce nella convinzione diffusa che il “no” sia negoziabile, che la
libertà femminile sia un rischio, che la gelosia sia un linguaggio dell’amore,
che l’intimità autorizzi il possesso. Agisce nel lavoro, dove le
discriminazioni e le molestie vengono ancora trattate come fraintendimenti;
nelle relazioni, dove il peso emotivo è delegato quasi interamente alle donne;
negli spazi digitali, che si sono trasformati in nuove aree di conquista,
luoghi dove le immagini femminili vengono sottratte, manipolate, scambiate come
materiale anonimo.
Questa
violenza non è un’anomalia del nostro tempo, ma un dispositivo antico che si
aggiorna di continuo. Il patriarcato cambia pelle: si ritira da alcuni
territori e ne colonizza altri, occupando ogni nuovo spazio che si apre — prima
il corpo, poi la casa, la strada, il lavoro, ora anche lo schermo.
L’innovazione tecnologica non ci ha liberate; ha semplicemente fornito nuovi
strumenti a un sistema che trova sempre il modo di riprodursi.
Dentro
questo quadro, anche gli uomini che non compiono violenza sono sostenuti da un
ordine che li protegge: dalla presunzione di innocenza morale, dalla lenienza
culturale, dall’idea che a loro spetti automaticamente più credibilità, più
spazio, più indulgenza. Non è un’accusa personale: è una constatazione
strutturale. Non tutti gli uomini sono violenti, ma tutte le donne vivono in un
mondo in cui la violenza maschile determina comportamenti, scelte, percorsi,
paure. E tutti gli uomini, senza eccezione, traggono beneficio da un sistema
che li mette al centro e ci spinge ai margini.
Negli
ultimi anni si è diffusa una richiesta continua di “dialogo”, di toni moderati,
di pedagogia reciproca. Ma a chi è chiesto, davvero, di spiegare, di calmare,
di essere comprensiva? La rabbia delle donne continua a essere trattata come un
elemento da contenere, mentre la fragilità maschile è diventata un tema
politico legittimo, da proteggere e interpretare. Questa asimmetria è una delle
forme più persistenti di violenza simbolica: quella che ti chiede di rendere la
tua sofferenza comprensibile, accettabile, non disturbante.
La
verità, però, sta emergendo ovunque: nelle conversazioni tra amiche, negli
spazi politici, nelle relazioni affettive, nelle comunità di lavoro. È una
verità semplice e insieme insopportabile per molti: non si può più fingere che
la violenza sia un problema marginale, né che la cultura che la sostiene sia
eliminabile con piccoli aggiustamenti comportamentali. Non basta chiedere agli
uomini di comportarsi meglio, né aspettarsi che le donne imparino a
proteggersi.
Il
25 novembre non deve essere un giorno di lutto pubblico, ma un atto di lucidità
collettiva. Perché la violenza non è un incidente della storia, ma una
grammatica trasmessa per generazioni, una forma di potere che abita perfino i
gesti più quotidiani. Ed è proprio nei gesti quotidiani — nelle relazioni
intime, nelle conversazioni di lavoro, nella gestione del desiderio e della
paura — che può iniziare a incrinarsi.
Non
serve un nuovo rituale; serve un nuovo immaginario.
Uno in cui il corpo delle donne non sia più ciò attraverso cui la società scarica i suoi conflitti irrisolti.
Uno in cui la rabbia non debba essere tradotta per risultare leggibile.
Uno in cui la libertà femminile non sia una variabile da contenere, ma una misura minima di giustizia.
Uno in cui il corpo delle donne non sia più ciò attraverso cui la società scarica i suoi conflitti irrisolti.
Uno in cui la rabbia non debba essere tradotta per risultare leggibile.
Uno in cui la libertà femminile non sia una variabile da contenere, ma una misura minima di giustizia.
Il
25 novembre non chiede silenzio, né indulgenza.
Chiede consapevolezza.
Chiede responsabilità.
Chiede, soprattutto, di non permettere più che la violenza venga raccontata come ciò che accade “altrove”, “ad altre”, “in altri contesti”.
Chiede consapevolezza.
Chiede responsabilità.
Chiede, soprattutto, di non permettere più che la violenza venga raccontata come ciò che accade “altrove”, “ad altre”, “in altri contesti”.
Perché
la verità è più semplice e più dura:
la violenza ci attraversa tutte, in modi diversi, e continua a definire ciò che possiamo essere.
Riconoscerlo non ci protegge, ma ci restituisce almeno una cosa fondamentale: la possibilità di non accettarlo più come destino.
la violenza ci attraversa tutte, in modi diversi, e continua a definire ciò che possiamo essere.
Riconoscerlo non ci protegge, ma ci restituisce almeno una cosa fondamentale: la possibilità di non accettarlo più come destino.
