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Abitarsi: naturale o tabù?

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Abitarsi: naturale o tabù?

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Jenny Samarati in Psicodatura · Lunedì 24 Ago 2026 · Tempo di lettura 6 minuti
Tags: abitarsinaturaletabùdesignarchitetturasostenibilitàculturaabitazionestilidivitabenessere
Non sono sicura che viviamo in una società che ci vuole sani. Credevo di sì finché non ho avuto un DNA (Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione): da quel momento, tutto è cambiato. Il mio corpo in primis, ma anche l’idea che avevo di lui e del suo modo di relazionarsi agli altri.

Ho sempre mangiato con estrema disinvoltura: di costituzione magra e dal metabolismo veloce, non mi sono mai fatta problemi riguardo la quantità di quello che mi serviva per sfamarmi, o anche solo per soddisfare le mie voglie. Finché, pochi anni fa, la paura di essere abbandonata mi ha fatta riconsiderare il tutto. Ho iniziato smettendo di mangiare il cioccolato. Ho ridotto l’assunzione di olio e frutta secca, poi di cereali e legumi. Infine di frutta, fino a riuscire a mangiare senza sensi di colpa praticamente solo la verdura, ma soltanto in misura contenuta. Seppur passato, è un fantasma che in questi anni è tornato a più riprese e continua a tentare di insinuarsi nella mia mente. Ci
combatto, vorrei se ne andasse, maledico il giorno in cui è arrivato...ma lui resta lì. Lui, perché è maschio. Come lo sguardo degli uomini sulle donne. Cui veniamo abituate fin da piccine.

Agosto è il mese della prova costume. Il mese in cui le insicurezze più grandi vengono messe sul tavolo degli imputati, letteralmente alla luce del sole. Senza crema solare. È il mese in cui, inevitabilmente, ci si scotta. Non per i raggi del sole...no, per quello la chimica ci viene in aiuto. Ma per i giudizi che riserviamo a noi stessi e stesse.
Agosto è il mese che mette a nudo i nostri reali o presunti difetti, che ci costringe a spogliarci di fronte allo sguardo altrui, ma prima ancora al nostro. Ironia della sorte, sono nata in agosto. Nuda, con tutte le mie fragilità e come qualsiasi bambina. Ma per me non è mai stato un problema questo mese. Non più degli altri comunque. Perché, maledettamente, la parte che avrei sempre voluto nascondere è quella più difficile da celare: il viso. Le mie guance, a parer mio troppo grosse, mi hanno sempre creato profondo disagio, ma sono riuscita ad abitarle senza farmi troppi problemi per la maggior parte della vita. Poi, come detto, qualcosa si è rotto. Ma non importa, lo ricostruirò.
Quello che mi viene più difficile è pensare di curare la grande ferita che ogni estate si crea nel cuore di tante donne e ragazze. Parlo al femminile, perché la questione è prevalentemente tale, ma uomini e ragazzi non sono ovviamente esclusi.
Peggio, perché il problema non è riducibile al periodo più caldo dell’anno, sebbene venga accentuato dall’arrivo delle alte temperature e dalla conseguente necessità di spogliarsi. Di mettersi a nudo appunto, come bambini appena nati. Il problema è quotidiano e sistemico.

Quanto è difficile vivere questo corpo, quanto è difficile portare con orgoglio il proprio guscio. Occupare uno spazio. Concedersi del tempo. Non mi sono sentita bella finché non è stato un ragazzo a dirmi che lo ero. Nonostante la mia
compagna me lo ripetesse da anni. Chissà perché il parere maschile avesse più valore per me. Sentivo che, se l’avesse detto un uomo, avrebbe significato che ero bella sul serio. Che ero oggettivamente tale.
In pochi anni il mio corpo è, dicevo, mutato moltissimo: ha perso chili, li ha recuperati, li ha persi di nuovo, li ha recuperati. E insieme ai chili ha perso il contatto con me e, al contrario dei primi, non l’ha più recuperato. Quando smetti di riconoscerlo, abitare il tuo corpo diventa estremamente complesso. Portarlo nel mondo, tra le strade, diventa estremamente complesso. E imbarazzante. Diventa spaventoso anche solo stare accanto alle persone che mai ti giudicherebbero, perché il tuo parere conta più di qualsiasi rassicurazione. “Ricordati che questo è un tuo giudizio”, mi ha detto la psicoterapeuta quando ho affermato di essere ingrassata, tornata ad avere le mie solite guance da
criceto. Quanto timore per mostrarle a lei però! Quanta paura di essere lasciata. Io, da sola, con questo corpo estraneo.

La preoccupazione di ingrassare, se non motivata da questioni di salute, è irrazionale. È la paura di occupare troppo spazio, di prendersi una fetta di mondo troppo grande. Eppure siamo un pezzo di puzzle: una volta nati e nate, dovremmo incastrarci automaticamente alla perfezione nella vita.
Perché una parte vuota è là ad attendere che noi la riempiamo. Quanto è difficile, invece, pesare sul mondo. Il timore di farlo è più grande di quello di pesare sulla bilancia. E allora abbassiamo la voce, rimpiccioliamo il corpo, diventiamo contenitori sempre meno capienti. Perché la vita sembra sempre troppa, e noi mai abbastanza.

Pensieri sconnessi, ma tutti pensieri degni di essere vissuti e, perché no, esternati. Pensieri di una giovane stanca: dalla giornata (sono le quattro di mattina), ma soprattutto di non sapersi vivere come si deve. E di cercare disperatamente qualcuno da cui impararlo. Sembra sia più “normale”, più comune non saperlo fare che il contrario. Sembra che questo corpo, alla fine, debba essere per forza il nemico. Altrimenti si pecca di presunzione e troppa autostima. Accettarsi è
impopolare. Figuriamoci accogliersi e viversi. Fa caldo e uff, che stanchezza. Che stanchezza abitare questa casa che sembra non andare mai bene.
Che stanchezza che farlo sia più atipico che non riuscirci. Che stanchezza questo mondo che ci vuole perfetti, ma si nasconde dietro l’idolatria dell’imperfezione. Che non ha il coraggio di dirsi giudicante, e allora lascia al singolo la responsabilità di auto-criticarsi. Insegnandogli fin dalla nascita che non verrà accettato se non lo farà abbastanza aspramente. Se non smusserà ogni sua imperfezione fino a diventare rotondo...ah no, rotondo meglio di no.

I criceti riempiono le proprie tasche guanciali di cibo. Io le riempio di giudizi. Ma, così facendo, non si svuoteranno mai. E non si può mangiare con le guance ancora piene. Non si può sopravvivere finché non si manda giù. Provo allora a fare qualcosa di controcorrente: le accetto, le abito.
Chissà cosa accadrà. Chissà cosa si prova non solo a nutrirsi della vita, ma a farne scorta.
E tu, hai abitato il tuo corpo questo mese o sei andato o andata come al solito in vacanza?


FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

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