Architettura, urbanistica e tabù: un’introduzione
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Atlante dei tabù urbani · Giovedì 28 Ago 2025 · 5 minuti
Tags: Architettura, urbanistica, tabù, introduzione, design, città, pianificazione, urbana, cultura, società, estetica
Tags: Architettura, urbanistica, tabù, introduzione, design, città, pianificazione, urbana, cultura, società, estetica
Ogni città porta con sé ciò che mostra e ciò che nasconde. Camminando tra strade, piazze e palazzi vediamo superfici e geometrie, ma difficilmente ci soffermiamo sulle assenze che li attraversano. L’architettura e la pianificazione urbana non sono mai innocenti. Decidono chi ha diritto a comparire e chi resta escluso, quali corpi vengono previsti e quali rimossi, quali fragilità possono affiorare e quali vengono ricacciate nell’invisibilità. Parlare di tabù nella città significa interrogare queste assenze, cercare i silenzi che hanno plasmato lo spazio in cui viviamo.
Il tabù è, per definizione, ciò che non può essere nominato. Un’ombra che esiste proprio perché rimossa. Nel progetto urbano i tabù non si manifestano in modo esplicito ma prendono forma attraverso omissioni quotidiane. Non troviamo scritte sui muri che vietino la vulnerabilità, eppure la città moderna non sa accoglierla. Non leggiamo divieti contro la povertà, ma gli spazi pubblici sono pensati come se non esistesse. Non vediamo norme che cancellino il dolore o la disabilità invisibile, ma la struttura degli edifici e dei trasporti continua a rendere queste esperienze marginali. Il tabù urbano non si impone con la forza, si insinua con la normalità.
Questa normalità è il risultato di una lunga storia. L’urbanistica del Novecento, con il suo sogno di efficienza e ordine, ha costruito città per un abitante standardizzato. Un cittadino produttivo, sano, maschile, inserito nei ritmi lineari della fabbrica e dell’ufficio. Ogni deviazione da questa figura è stata percepita come eccezione da gestire, mai come parte integrante della vita urbana. La città moderna si è presentata come il regno della potenza, dell’accelerazione, della crescita, lasciando fuori tutto ciò che metteva in discussione questo paradigma. Vulnerabilità, desiderio, fragilità ambientali e sociali sono rimaste ai margini, e proprio in questa rimozione si rivela la natura più profonda dei tabù.
Non si tratta di semplici vuoti tecnici, ma di vere e proprie scelte politiche. Già negli anni Ottanta Jane Darke scriveva che le città sono “il patriarcato inciso nella pietra, nel mattone, nel vetro e nel cemento”. Una formula che Leslie Kern riprende per mostrare come le strutture urbane continuino a materializzare rapporti di potere. Lo spazio non è mai neutro, ma riflette visioni e gerarchie che preferiscono non nominare ciò che le contraddice.
Eppure, è proprio ciò che viene escluso a segnare più profondamente l’esperienza quotidiana. Le donne hanno imparato a muoversi in città progettate senza di loro. Le persone con corpi non conformi hanno dovuto inventare strategie per abitare luoghi che le ignorano. Chi vive condizioni socioeconomiche precarie sperimenta ogni giorno la fatica di una città che dà per scontato il privilegio dell’accesso, dei mezzi e delle risorse. Le persone migranti o razzializzate conoscono bene lo spazio urbano come luogo che accoglie e respinge al tempo stesso, dove alcuni quartieri diventano invisibili o stigmatizzati e certi corpi sono percepiti come estranei. Chi porta su di sé il peso della marginalità sociale, del dolore cronico o della vulnerabilità ambientale impara a leggere un linguaggio urbano fatto di tabù, omissioni e silenzi.
Affrontare questi silenzi non significa denunciare soltanto un’ingiustizia. Significa aprire la possibilità di pensare la città in un altro modo. Come scrive Italo Calvino nelle Città invisibili, le città sono fatte di desideri e paure, di memorie e di sogni. Guardare ai tabù significa allora smettere di considerare la pianificazione come un atto neutro e riconoscere che ogni progetto incorpora una visione del mondo. È in questo riconoscimento che può nascere una nuova grammatica dello spazio, capace di trasformare la vulnerabilità in sapere e di dare voce a ciò che finora è stato messo a tacere.
Questo non è un esercizio astratto, né un gioco intellettuale. È un’urgenza che riguarda il presente e il futuro delle nostre città. In un’epoca segnata da crisi ecologica, precarietà economica e mutamenti sociali profondi, continuare a ignorare i tabù significa condannare la città a riprodurre esclusioni sempre più violente. Portarli alla luce, invece, può aprire spiragli di trasformazione. La città può diventare il luogo in cui le differenze non vengono rimosse ma trovano spazio.
Parlare di tabù in architettura e urbanistica è dunque un invito a riformulare le domande. Non più soltanto come costruiamo, ma per chi, con quali assenze, con quali voci taciute. È l’inizio di un percorso che non promette risposte definitive, ma che prova a scalfire i silenzi e a far emergere ciò che la città ha sempre preferito non dire.
