Arte e consumo: un dialogo con opere di ieri su temi di oggi
Pubblicato da Morgana Raimondi in Oltre la cornice · Mercoledì 19 Nov 2025 · 6 minuti
Tags: Arte, consumo, dialogo, opere, ieri, temi, oggi
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L’altro giorno, dopo tanto tempo, avevo una mattinata libera che potevo gestirmi come meglio desideravo, senza la quotidiana pressione degli orologi che mi scandivano il ritmo da mantenere.
Avrei potuto fare qualsiasi cosa: ad esempio una bella passeggiata per il mio paesino (dove ultimamente purtroppo dormo e basta) o ultimare quel libro che mi attende sulla scrivania da un mese a questa parte perché alla sera, toccando i cuscini, il sonno ha sempre la meglio sui miei buoni propositi.
E invece decido “di volermi male”, guardare in faccia il nemico e pensare che forse sì: era la giornata giusta per mettere a posto l’armadio in sala.
Penso che tutti in casa abbiano questo fantomatico oggetto d’arredo che usiamo per buttarci dentro di tutto, soprattutto debolezze personali a cui riusciamo raramente a dire di no come scarpe, vestiti, libri… Il mio è pieno di materiale artistico (album da disegno, pastelli, strumenti vari di cancelleria); ho sempre il “terrore” ad aprirlo perché visivamente assomiglia al mio modo di dipingere… sì, mamma ha ragione: un gran casino. Ma ogni tanto dicono che sia un’attività necessaria, quasi terapeutica e quindi, armata di guanti e cestino della carta a fianco, mi sono fatta
coraggio. Buttando via cose e spostando vari scatoloni, ad una certa però mi caddero dei testi del liceo a cui non ho ancora avuto la forza di dire addio e, nel riprenderli, l’occhio si è posato subito su di una pagina, anzi due, aperte una accanto all’altra: c’erano le foto di due opere d’arte, apparentemente di una contemporaneità più attuale che mai per l’argomento trattato e invece poi guardo meglio i paragrafi con i dati tecnici: 1967 e 1973.
Quelle opere avevano rispettivamente 58 e 52 anni, un lasso di tempo non irrisorio ma che, nonostante ciò, mi parlavano.
È sempre stato un argomento che mi affascinava anche durante gli anni universitari: la capacità degli artisti (quelli davvero bravi) di “presagire” il futuro, anticipando problematiche/tematiche o cambiamenti sociali che si sarebbero verificati a distanza di 30, 40 o 50 anni. Poteri di chiaroveggenza o la semplice capacità di aver allenato maggiormente uno sguardo critico nei confronti del mondo circostante, ponendosi l’obbiettivo di andare oltre la superficie apparente del nostro essere?
Quest’episodio inaspettato, e le due opere nello specifico, mi hanno dato l’input per scrivervi questo pezzo e “chiacchierare” un po’ sul tema del consumismo dilagante dei nostri giorni, attraverso due paia di occhi del secolo scorso. Oggi si parla tanto di questo problema come ad esempio l’impatto della fast fashion nell’ambiente, l’eccessiva produzione di plastica monouso… pensando sia un fenomeno nato di recente, che ci sia sfuggito di mano solo da pochissimo ma che in realtà mostra il tabù dell’altra faccia del progresso che ha trovato la sua massima forma di espressione proprio durante il secolo scorso ma che, presi un po’ dall’ottimismo generale del dopoguerra e dal progresso tecnologico, si è voluto affrontare poco.
Nella prima pagina c’era un’opera di Michelangelo Pistoletto che probabilmente molti di voi conosceranno, soprattutto a seguito di un episodio del 2023 che fece molto scalpore quando a Napoli venne distrutta a seguito di un incendio doloso una sua versione posizionata in Piazza Municipio: la Venere degli stracci. Davanti ad una montagna di abiti dai tessuti più disparati e variopinti, l’artista posiziona una copia della Venere con mela dello scultore neoclassico Thorvaldsen.
Si vengono a creare così visivamente tantissime contrapposizioni che ci permettono più letture d’interpretazione: la statua bianca e perfetta, rimandando ad un mondo antico ideale, va a scontrarsi con lo scompiglio formato dagli stracci e i loro colori buttati nel mucchio senza criterio, alludendo al caos sociale e ai disordini dell’epoca (l’opera fu realizzata l’anno precedente al ‘68).
Ma ciò che colpisce è che già con quest’opera, alle soglie degli anni ‘70, si parlava del tema del consumismo e non visto più come solo un sinonimo di benessere: la bellezza sembra infatti affondare dall’arrivo di questa “gloria” di breve durata, ammasso informe prodotto dal tempo presente, in cui la memoria del nostro passaggio (in quanto esseri umani) si ridurrà a materiali grezzi e stropicciati.
L’altra opera invece è un po’ meno conosciuta ma che se posizionata in un contesto di biennali artistiche o simili, sembra il prodotto di una ricerca attuale sui giorni nostri.
Young shopper è una scultura iperrealista del 1973 realizzata dall’americano Duane Hanson, un artista divenuto famoso nel mondo per la resa straordinaria dei suoi lavori come la qualità della pelle o i dettagli anatomici. Con questo prodotto Hanson vuole mostrare una donna impegnata a svolgere gli acquisti quotidiani ma, con la scelta di un titolo così specifico, veniamo momentaneamente disorientati nella lettura; di fatti, ciò che ci appare, non sembra combaciare con l’idea di una ragazza giovane ma i capelli grigi, disordinati, l’aspetto dimesso e sgraziato donano al
soggetto una sensazione di appesantimento generale. L’obbiettivo finale di Hanson era di rilanciare la denuncia, già innescata dalla Pop Art americana, dell’omologazione legata alla cultura di massa, accentuandone però la vena critica verso i danni provocati dalla società dei consumi che colpisce gli individui (= i consumatori) a partire dal loro corpo stesso.
Cos’hanno fatto quindi questi artisti di così significativo?
Probabilmente è vero, nulla di sensazionale. Ma dobbiamo ricordarci che prima ancora di essere degli artisti, queste figure sono solo uomini, esseri umani: creature connesse alla terra, come ci ricorda il latino stesso. E come tali sentono di avere una responsabilità nei confronti di ciò che li circonda. Ecco quindi che non accettano di “abbassare la testa” ma per primi portarono l’opinione pubblica a porsi delle domande: avere la possibilità di permettersi dei beni, di consumare, sarà davvero sinonimo di felicità o rappresenta una gratificazione effimera alle nostre insoddisfazioni
personali? Questi acquisti “usa e getta” dove andranno a finire dopo? Ci sono serviti davvero? E soprattutto, l’acquistare è stata una mia scelta o mi sono fatto affascinare dalle pubblicità e pensieri di massa?
Il fatto che gli interrogativi non siano cambiati neanche dopo quasi 60 anni forse dovremmo far scaturire delle nuove riflessioni.
