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Avvocata, attivista, femminista: la lotta di Melania Costantino per i diritti e la giustizia

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Avvocata, attivista, femminista: la lotta di Melania Costantino per i diritti e la giustizia

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Agnese Rabagliati in Interviste · Mercoledì 01 Ott 2025 · Tempo di lettura 10 minuti
Tags: Avvocata, attivista, femminista, Melania, Costantino, diritti, giustizia, lotta, empowerment, uguaglianza, diritti, umani, attivismo
Essere donna, avvocata penalista e attivista significa muoversi ogni giorno in spazi ancora troppo segnati da disuguaglianze. L’avvocata Melania Costantino ci accompagna nel suo racconto, dove professione e vita personale si intrecciano in una lotta continua per i diritti, la giustizia e l’accoglienza.

1) Le parole contano: quanto pesa per lei farsi chiamare “avvocata” e che messaggio pensa trasmetta questa scelta?
All’inizio della mia carriera, da giovane avvocata, non amavo questo termine: preferivo essere chiamata “avvocato” perché lo associavo al prestigio della professione e non volevo che fosse declinata al maschile o al femminile.

Con il tempo, però, ho compreso quanto sia importante abituare le persone a un immaginario in cui la parola “avvocato” non richiami automaticamente la figura di un uomo. L’immaginario collettivo si costruisce e si trasforma anche attraverso le parole.

Del resto, il termine “avvocata” è grammaticalmente corretto e contribuisce a rendere più giusto il linguaggio.

2) Da donna penalista, quali difficoltà ha incontrato nella sua carriera e quali invece sono state le conquiste più importanti?
Anche l’età ha giocato un ruolo importante. Uscita dall’Università ero convinta che ci fosse parità e che, pur essendo donna, avrei potuto affrontare tutte le difficoltà del lavoro. Ma più andavo avanti, più mi rendevo conto che, a parità di preparazione, lo spazio e le opportunità per me si riducevano.
 
Per un uomo basta appendere una targhetta con scritto “Avvocato” sulla porta, e arrivano clienti. Per una donna non è così: riceve applausi, ma poi resta sola. Il lavoro richiesto è triplo, se non quadruplo.

Nelle libere professioni le donne sono ancora pesantemente svantaggiate rispetto agli uomini.

Alcune colleghe sostengono il contrario, ma quasi sempre partono da condizioni iniziali di vantaggio: uno studio ereditato dai genitori, oppure una base economica solida.
 
Io, invece, credo di essere una delle poche che, da sola e con poche risorse, sta cercando di resistere. Per me non vale il motto “ce l’ho fatta” o “ce la faccio”: per me vale “se ce la facciamo insieme”, “se arrivo io, devono arrivare anche tante altre”.

Ho spesso richiamato l’attenzione del mio Consiglio dell’Ordine e ho fatto parte della Commissione Pari Opportunità della Camera Penale. Ho promosso anche l’iniziativa “No women, no panel”, ma sono stata largamente ignorata. Ho documentato convegni di diritto penale in cui i relatori erano tutti uomini, nonostante la presenza di giudici donne. Le poche penaliste presenti spesso non si rendono conto di questa dinamica.

Io non vivo soltanto nella bolla dell’avvocatura: sono laureata in filosofia, ho conseguito una triennale e sto terminando la magistrale in psicologia. Questo mi permette di entrare e uscire dal settore, osservando dinamiche che chi vi è immersa non sempre riesce a vedere. Il mondo dei penalisti resta decisamente più maschilista rispetto ad altri settori.
Le conquiste più importanti, però, nascono dalla sorellanza con le colleghe: dall’azione quotidiana, anche solo attraverso semplici discussioni, per educare alla legalità e ristabilire un contatto tra la mia generazione e quelle più giovani.

Ho scelto di non essere madre, ma mi sento madre di tutti i ragazzi e le ragazze che incontro. Spero che, anche attraverso la mia professione, nei risultati si possa realizzare il miracolo dell’accoglienza e del dialogo intergenerazionale.

3) Se dovesse scegliere un caso emblematico che rappresenta il senso del suo lavoro – uno in cui il risultato ottenuto l’ha resa orgogliosa – quale racconterebbe?
Non posso entrare nei dettagli di un caso specifico, per ragioni di tutela della privacy dei miei assistiti. Posso però dire che, al di là del lavoro di denuncia, ciò che considero il mio più grande orgoglio è ciò che accade fuori dalle aule di giustizia: restituire dignità, forza ed empowerment alle vittime.

4) Come è iniziata la sua collaborazione con Donnexstrada e quale ruolo ricopre nell’associazione?
Mi sono occupata a lungo di violenza di genere. Il mio esame di abilitazione è coinciso proprio con l’introduzione della riforma sulla legge riguardante gli atti persecutori. In seguito ho tenuto diverse docenze in enti privati sul tema della violenza di genere.

Successivamente, una cara amica psicoterapeuta, membro di Donnexstrada, mi segnalò che stavano cercando avvocati e avvocate. Mi sono candidata, sono stata selezionata e da allora collaboro con loro. È una rete straordinaria, presente su tutto il territorio nazionale, con cui lavoro da ormai 3-4 anni con grande soddisfazione.

5) Nelle cause di violenza di genere o molestie, come pensa si debba bilanciare il diritto delle vittime ad essere credute e tutelate con il principio di presunzione d’innocenza dell’imputato?
Le due posizioni non sono l’una a scapito dell'altra, se ogni professionista fa bene il proprio lavoro. Io mi sono trovata sia a difendere imputati sia a difendere persone offese, parti civili. Ho fatto del mio meglio, ma nel momento in cui mi sono trovata a difendere l'imputato in casi di violenza, ho fatto di tutto perché la tutela del mio assistito non passasse per la vittimizzazione secondaria della vittima, che ha avuto da parte mia sempre un rispetto enorme, pur continuando a fare il mio lavoro.

Quindi se c'è una nuova etica, deve essere attuata attraverso una formazione specifica anche dei giudicanti, perché spesso sono gli stessi giudici che pongono delle domande ormai inopportune e sappiamo che a livello internazionale le corti hanno sanzionato l'Italia proprio per la vittimizzazione secondaria perpetrata nei tribunali.
Quindi se fatti con coerenza e preparati, un diritto deve essere parallelo all’altro.

6) Il silenzio e la vergogna sono spesso i primi nemici delle vittime. Quanto conta la cultura in questo meccanismo e cosa possiamo fare, come società, per scardinarlo?
Il silenzio e la vergogna. Io credo che anche noi avvocati non dobbiamo limitarci a rimanere nelle aule di giustizia: il nostro lavoro deve essere svolto anche fuori, nelle scuole e nei dibattiti pubblici. Se a livello culturale le cose non cambiano, infatti, le decisioni giuste dei tribunali rischiano di non attecchire.

È necessaria una nuova ondata di consapevolezza e, soprattutto, una formazione che parta dalle scuole, dai ragazzi e dalle ragazze, ma anche dai docenti e dai luoghi di lavoro, così come già facciamo con Donnexstrada.

Formiamo molte aziende che vogliono diventare “punti viola”, ossia luoghi sicuri ai quali le donne possono rivolgersi in caso di violenza. Secondo me questo dovrebbe diventare un impegno diffuso, perché è proprio lì che la problematica dello stigma e della vergogna può essere affrontata e debellata all’origine.

7) Lei lavora anche a tutela dei diritti LGBTQIA+: ritiene che il sistema giudiziario italiano e chi vi opera sia davvero preparato e consapevole delle diverse soggettività di genere e orientamento sessuale? In caso contrario, quali barriere culturali vede ancora come più difficili da abbattere?
Per quanto riguarda le tematiche LGBT+, io mi considero un’alleata. Mi definisco ormai femminista intersezionale e riconosco il privilegio di essere eterosessuale: credo sia importante utilizzarlo per dare voce a chi non ne ha.

Ho lavorato in modo strutturato con un’associazione di Napoli che si chiama Questa casa non è un albergo, e oggi continuo questo impegno soprattutto attraverso i social. Cerco di ridare voce a chi vuole farsi sentire e a chi ha bisogno di una cassa di risonanza che vada oltre il solo mondo LGBT+.
 
Attualmente mi muovo principalmente online, ma offro anche consulenze quando è necessario.

Io ho combattuto moltissimo perché passasse il DDL Zan, ma purtroppo non è stato così. Io ci conto ancora e spero, anche se ad oggi non è realtà. Non c’è un vero e proprio appiglio normativo e molte condotte purtroppo rimangono impunite. C’è ancora tanto da lavorare sia a livello legislativo, sia a livello culturale.

Le barriere culturali da superare sono quelle che sostengono ancora una società binaria, basata solo sul genere maschile e femminile. Purtroppo, entrando in contatto con la comunità LGBTQI+, emerge come, ad esempio, anche la comunità bisessuale subisca discriminazioni all’interno della stessa comunità LGBTQ+. Esistono quindi sottogruppi che a loro volta vengono emarginati.

È necessario affrontare questa questione con rispetto ed evitare tali dinamiche, iniziando a combattere la visione semplicistica della bipartizione uomo-donna e lasciando spazio a tutte le sfumature dell’animo e dell’essere umano.

8) Su quali progetti sta lavorando attualmente, sia in ambito legale sia culturale?
Mi sono impegnata molto anche con l’associazione Luca Coscioni un paio di anni fa, affinché fosse approvato il referendum e poi la legge sull’eutanasia. Purtroppo, allora non andò in porto, ma continuo a sostenere la loro battaglia. In ogni caso, lavoro molto anche su questo aspetto, cercando di rendere l’eutanasia legale o comunque di trovare una soluzione che dia a ciascuno la possibilità di decidere sulla propria morte e sul proprio fine vita.

Inoltre, mi occupo e cerco di dare voce anche al tema dell’aborto libero e sicuro. Stranamente, faccio ancora fatica a crederci: ho 44 anni, ma non pensavo che nel 2025 si potesse rimettere in discussione un diritto che sembrava ormai acquisito.

Mi sto occupando anche di alcuni gruppi con cui sono entrata in contatto, che stanno lottando contro la grassofobia medica: quel pregiudizio che porta a non diagnosticare correttamente le persone in sovrappeso o considerate “grasse”. Questi gruppi rivendicano il termine “grassi” per riappropriarsene e attribuirgli un significato positivo, liberandolo dal connotato dispregiativo.

Inoltre lotto contro lo stigma circa la salute mentale e quando posso affronto anche la questione dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), sottolineando l’importanza di evitare di dare credito al mercato delle diete, degli integratori e simili, che spesso alimenta false soluzioni. Allo stesso tempo, sostengo la voce di nuovi professionisti – psicologi, psicoterapeuti e nutrizionisti – che promuovono approcci più rispettosi come l’intuitive eating.

Ultimo, ma non meno importante, è il mio impegno nella prevenzione del suicidio. Purtroppo, nella mia vita personale ho vissuto esperienze molto dolorose: una persona cara è venuta a mancare proprio per suicidio. Con questa perdita ho scoperto un mondo in cui ancora pochissimi parlano apertamente di questo tema e dove mancano protocolli adeguati a supporto delle vittime, chiamate ormai survivors.

Io stessa ho perso entrambi i miei genitori, ma la morte per suicidio di uno dei due è stata qualcosa di inspiegabile, diversa da tutte le altre perdite. Non esiste ovviamente una “classifica” del dolore, ma questo tipo di lutto lascia strascichi particolarmente profondi e difficili da esprimere. Per questo mi sto dedicando a dare una mano, quando posso, anche attraverso i miei post.

Ringraziamo l’avvocata Melania Costantino per aver condiviso con noi la sua esperienza e il suo impegno, offrendo uno sguardo prezioso sulle sfide e sulle conquiste nel campo dei diritti e della giustizia.
 


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