Come ci vedono gli altri
Pubblicato da Meltea Keller in Neurobug di sistema · Domenica 11 Gen 2026 · 4 minuti
Tags: percezione, opinioni, autovalutazione, relazioni, comunicazione, introspezione, immagine, personale, empatia, giudizio, sociale, identità
Tags: percezione, opinioni, autovalutazione, relazioni, comunicazione, introspezione, immagine, personale, empatia, giudizio, sociale, identità
Luigi Tenco cantava: “Vorrei provare ad essere un’altra persona per vedere me stesso come mi vedono gli altri.”
Non voglio farne una questione personale, sia chiaro, non è l’egocentrismo che mi muove e sono consapevole che ciò che ho scritto si applica a molti altri con le mie diagnosi. È che le neurodivergenze vengono spesso patologizzate e l’approccio patologico cerca di correggere ciò che è diverso riportandolo ai ranghi. Solo che, per noi, ciò che è “diverso” è anche naturale e i ranghi altro non sono che maschere sociali faticosissime da portare addosso.
Un po’ come un tempo, quando si correggevano i mancini.
I riferimenti culturali non aiutano. Molti film o libri ignorano menti come le nostre. Oppure il riconoscimento arriva a posteriori, dalla comunità, com’è successo al Favoloso mondo di Amélie. Sì, Amélie Poulain è una di noi — che Jeunet e Laurant, gli autori, ne siano consapevoli o no. La gestione delle emozioni forti è spesso problematica, e viene affrontata à la Amélie o non affrontata affatto; ma non anticipiamo.
Il problema vero è l’essere cacciati a forza in griglie di significato da neurotipici che non possono applicarsi a noi. Quando ho chiesto, settimane fa, a Chat GPT se le persone ad alto potenziale cognitivo (quindi con quoziente intellettivo elevato) si sentono fraintese, mi ha risposto di sì. “Sono state più interpretate che ascoltate”, ha aggiunto, “e sono spesso iperconsapevoli delle semplificazioni.” Tra queste ultime elencava le “letture psicologizzanti superficiali” che in effetti sono il Male.
Esempio pratico: se una persona autistica/apc non capisce una situazione, specie sospensiva (un ghosting ad esempio), l’iperfocus e l’esplorazione di tutte le cause e conseguenze logiche possibili sono una risposta sana. Quello che i neurotipici fanno in preda all’amore e alle emozioni, gli autistici/apc lo fanno in preda a una fastidiosa, dolorosa mancanza di dati. Come un hard drive che si inchioda sempre sullo stesso punto perché l’assenza di connessioni logiche non può riempirsi da sola. Quindi è inutile e dannoso dire “non ci pensare” temendo chissà quale spreco di sentimenti.
Precisazione importante: le persone neurodivergenti hanno pattern simili ma sono sempre persone, quindi diverse le une dalle altre. Proprio per questo, i pattern comuni — e diversi da quelli dominanti — vanno portati alla luce, narrati, esposti, perché esistano rappresentazioni e modelli. E più si va in dettaglio, più appaiono simpatiche complicazioni legate al genere e alla sessualità. Vediamo quindi che la percentuale LGBT+ tra i neurodivergenti è nettamente più alta rispetto a quella fra i neurotipici, che le donne e gli uomini atipici sono spesso diagnosticati tardi perché fino a ora i modelli si taravano su un certo tipo di maschio. E, per rapporto alle strutture sociali, che la percentuale di depressione e suicidi è, purtroppo, sempre troppo alta.
Ed è comprensibile: se vi trovaste a dovervi adattare a un mondo che vi fa stare male perché non capisce come funzionate, come vi sentireste?
Ecco, è di questo che vorrei parlare. Sempre Tenco concludeva la canzone così: “La mia paura è che a vedere me come sono io potrei rimanere deluso.” E però la prospettiva degli altri, quando non si incastra con l’autenticità personale, non è la realtà. Vorrei quindi raccontare il mondo neurodivergente dal mio piccolo punto di vista anche per dire ai Luigi di tutto il mondo che calarsi la maschera sociale e riprendere il controllo di sé è un atto di amore nei confronti della propria sanità mentale. Magari sconcerta un po’, ma sul lungo termine porta a relazioni sociali decisamente più soddisfacenti.
