Comunicare oggi tra tabù trasformati e presenti, ne parliamo con la giornalista e scrittrice Lisa Di Giovanni
Pubblicato da Francesca Di Giuseppe in Interviste · Giovedì 02 Apr 2026 · 6 minuti
Tags: comunicare, tabù, giornalista, scrittrice, Lisa, Di, Giovanni, comunicazione, società, cultura, dialogo, presentazione
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In un mondo smart dove tutto corre veloce, velocissimo, dove la parola detta ora tra un minuto ha perso di valore e significato, quanto è importante saper comunicare.
Quanto la comunicazione ci può aiutare a comprendere, a riconoscere il fallimento, la vulnerabilità: due esperienze essenziali e insite della natura umana che facciamo fatica ad accettare e riconoscere.
Ed è qui che, nonostante raccontiamo tutto a tutti, nasce il tabù.
Del mondo della comunicazione e del suo ruolo nella società attuale, ne abbiamo parlato con una professionista della comunicazione nonché scrittrice Lisa Di Giovanni, DAI-NI-KAN. Centomila stagioni dell’anima è il suo ultimo lavoro editoriale. Al suo attivo altri libri come "La Libellula" e "Phoenix - Il potere immenso della musica", "La ferocia con il pizzo", "HAIKU-Centomila stagioni di cuore”; ricopre inoltre il ruolo di Responsabile Editoriale per la collana "Poesia" di Edizioni Jolly Roger.
Originaria di Teramo e residente a Roma, Lisa Di Giovanni è laureata in psicologia con un master in HR Executive Manager presso RBS. Titolare dell'ufficio stampa P.R. & Editoria, è giornalista pubblicista e dirige il semestrale La finestra sul Gran Sasso.
1) Lisa Di Giovanni, una professionista della comunicazione e...
…una professionista della comunicazione che ha scelto di lavorare sulla profondità, non sulla superficie. Comunicare, per me, significa interpretare il reale e restituirlo con responsabilità. Non si tratta solo di trasmettere informazioni, ma di costruire senso, creare connessioni, generare consapevolezza. Nel mio percorso ho sempre cercato di unire informazione, cultura e dimensione umana, perché credo che la comunicazione debba avere una funzione quasi ‘educativa’. In questo senso mi sento molto vicina al pensiero di Carl Gustav Jung, quando parla di processo di individuazione: comunicare significa anche aiutare le persone a riconoscersi, a entrare in contatto con sé stesse, non solo con ciò che accade fuori.
2) Comunicare ai tempi dei social, è tutto davvero così semplice?
In apparenza sì, ma in realtà è molto più complesso di prima. I social hanno democratizzato la parola, ma hanno anche aumentato il rumore. Tutti possono dire tutto, ma non tutto ha valore. Oggi la vera difficoltà è distinguere tra comunicazione e esposizione. Spesso si confonde il bisogno di visibilità con il bisogno di espressione autentica. In questo senso, il pensiero di Sigmund Freud è ancora attuale: molte dinamiche comunicative sono guidate da bisogni inconsci, come il desiderio di riconoscimento o di approvazione. Comunicare bene oggi significa avere una responsabilità maggiore: scegliere cosa dire, ma soprattutto come e perché dirlo.
3) Sempre online, dunque sempre tutto disponibile. Quindi, zero tabù?
Non credo che i tabù siano scomparsi, si sono semplicemente trasformati. Alcuni sono stati abbattuti, è vero, ma altri si sono spostati su piani più sottili, meno evidenti. La sovraesposizione non coincide con la libertà. Anzi, a volte crea nuove forme di censura invisibile. Si tende a mostrare tutto, ma non necessariamente la verità. Jung parlava di ‘ombra’, quella parte di noi che resta nascosta, non integrata. Oggi questa ombra non è sparita: è solo più difficile da riconoscere, perché è coperta da una continua rappresentazione di sé.
4) Quale tabù la comunicazione può eliminare o quanto meno, limare?
Sicuramente quello della vulnerabilità. Viviamo in una società che premia la performance, il successo, l’efficienza, e lascia poco spazio alla fragilità. Eppure è proprio nella vulnerabilità che si costruiscono relazioni autentiche. Una comunicazione più consapevole può aiutare a normalizzare ciò che è umano, imperfetto, reale. Anche Freud, nel suo lavoro sull’inconscio, ha mostrato quanto sia importante riconoscere ciò che si tende a rimuovere. Portare alla luce ciò che viene nascosto è già un atto di trasformazione.

5) Sei autrice di diversi libri, l'ultimo dei quali è “DAI-NI-KAN. Centomila stagioni dell’anima”. Ce ne parli?
DAI-NI-KAN è un viaggio interiore. Una raccolta di haiku che attraversa le trasformazioni dell’anima, le emozioni, i passaggi della vita. È un libro che nasce da un’esigenza personale di ascolto e di consapevolezza, ma che vuole diventare anche uno spazio per il lettore. Ogni haiku è un frammento, un momento sospeso, una soglia. In qualche modo richiama proprio l’idea junghiana di trasformazione continua: non siamo mai fermi, siamo attraversati da ‘stagioni’ interiori che cambiano, si evolvono, si intrecciano.
6) Un testo come l’haiku, breve ma ben strutturato: si può davvero dire tanto con poche parole?
Sì, e forse proprio per questo è così potente. L’haiku è essenzialità, ma non superficialità. È precisione, sintesi, ma anche apertura. Scrivere haiku significa togliere, arrivare all’essenziale, lasciare spazio al silenzio. E il silenzio, in questo caso, diventa parte del testo. Freud ci insegna che ciò che non viene detto non scompare, ma resta e agisce. Nell’haiku, quel ‘non detto’ è ciò che permette al lettore di entrare nel testo e completarlo con la propria esperienza.
7) Giornalista, donna: quanto è stato difficile trovare il tuo spazio, avere una tua affermazione e reputazione pubblica?
È stato un percorso costruito con costanza, coerenza e molta determinazione. Non sempre semplice, perché il mondo della comunicazione può essere competitivo e, a volte, ancora legato a dinamiche complesse. Ma credo che la chiave sia stata rimanere fedele a una linea precisa: autenticità, rigore e rispetto del lavoro. Jung parlava di identità come qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso un processo di integrazione. Credo che anche il mio percorso sia stato così: non un’affermazione improvvisa, ma una costruzione progressiva.
8) Se potessi cancellare un tabù dalla nostra società, quale sarebbe?
Il tabù del fallimento. È uno dei più limitanti. Viviamo in una cultura che celebra il successo e nasconde il percorso che lo precede, fatto di errori, tentativi, cadute. Ma il fallimento è parte integrante della crescita. Freud lo avrebbe letto come un passaggio necessario per la trasformazione dell’individuo, mentre Jung lo vedrebbe come un momento fondamentale nel processo di individuazione. Se riuscissimo a normalizzare il fallimento, probabilmente saremmo più liberi di sperimentare, di rischiare e, soprattutto, di evolvere.
