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Cosa ti fa diventare una donna, e cosa un uomo?

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Cosa ti fa diventare una donna, e cosa un uomo?

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Lucia Li in Il filo di Minotauro · Mercoledì 22 Apr 2026 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: identità, genere, donna, uomo, esperienze, riflessione, scoperta, convenzioni, sfumature, viaggio
“Cosa ti fa diventare una donna, e cosa un uomo?”

Mentre ascoltavo la conversazione in silenzio, una ragazza fece questa domanda con tono dubbioso. Anch’io m’ero posta questa domanda tempo fa, e tuttora ci ripenso. Però, ora credo di avere le idee un po' più chiare, di aver intravisto un poco di quell’ambigua identità che mi spaventava.

Il mio dubbio nasce da una crisi ontologica: cosa significa in sé essere donna o uomo? Mi spiego meglio: una donna trans si sente a suo agio con la gonna e il trucco perché ciò coincide con la sua identità di genere. Benissimo, però io mi chiedo: è davvero solo questo l’essere donna? Le persone trans, quindi, pur constatando di essere emancipate, scelgono di aderire agli stereotipi di genere, solidificando allo stesso tempo i meccanismi di potere?

Ed ecco che sono entrata in cortocircuito, poiché non riuscivo a uscire dalla crisi ontologica che mi obbligava a dare una definizione ai due poli: o sei donna o sei uomo.

Ora però sono riuscita a giungere a una conclusione.

Nel frattempo il dibattito non vedeva nessun indizio di arresto; era quasi impossibile ignorare la tendenza ad associare l’attributo “femminile” o “maschile” a caratteristiche personali che in sé non possiedono una connotazione di genere. Le caratteristiche femminili sarebbero “la cura”, “l’attenzione ai dettagli”, “la creatività”, “la sensibilità”. Mentre caratteristiche come “l’agency”, “la motilità” e “l’espansività” vengono attribuite all’essere maschile.

Mi permetto di dire che ho provato una certa repulsione nel sentire ripetutamente queste “libere associazioni". Ritengo che le caratteristiche appena citate non abbiano nessuna implicazione di genere, bensì di Potere. E il Potere, profuso nel linguaggio e dunque applicato ogni giorno alla nostra quotidianità, plasma il nostro modo di pensare e, dunque, di
agire.

La conversazione con le ragazze e i ragazzi mi ha fatto, inoltre, conoscere che il genere maschile sia più propenso a condividere le proprie emozioni con le amiche, invece che con figure maschili. Questo perché l’uomo vuole risultare imbattibile e incorruttibile di fronte a un altro uomo in quanto lui esiste nel suo sguardo. Perché ha bisogno della sua approvazione, della sua alleanza e del suo status sociale. L’uomo ordinario sogna di diventare l’uomo Alpha perché questo implica l’accesso al Potere.

L’uomo non può permettersi di confessare le proprie frustrazioni a un altro uomo, perché è in competizione con lui; è un contendente, un potenziale rivale che potrebbe strappargli il privilegio di innalzarsi all’apice. Esprimere i sentimenti è da vulnerabili, e i fragili non sopravvivono nello Stato di Natura.

Mi chiederai: perché lo fanno con le donne? Perché le donne si trovano già in un rango inferiore. Gli uomini non sentono l’angoscia di perdere il proprio status, poiché sono consapevoli che le donne non costituiscono una minaccia alla loro ascesa al potere. Eccetto le femministe, perché loro vogliono minare il marchingegno di potere già consolidato.

Inoltre, le donne che si prendono la “briga” di ascoltare gli uomini si sentono valorizzate nella loro femminilità, nella loro capacità di saper “curare” i poveri uomini che subiscono il peso di tenersi tutto dentro.

Ma è davvero così?
No, la mia risposta è netta.

Gli uomini sanno benissimo come comportarsi con i loro capi o con i loro superiori, ai quali, prima di rispondere, pensano una miriade di volte al fine di scegliere le parole giuste. Gli uomini possono essere anche sensibili: cercano infatti in tutti i modi di prevedere il pensiero del superiore affinché possano eccellere nella competizione. Va, inoltre, ricordato che ascoltare e fornire supporto emotivo è fatica, è un lavoro; si chiama lavoro di cura, il quale viene spesso ignorato e delegato al genere femminile.

Questo fenomeno è frequente in tutti gli ambiti, che sia per le donne o per gli uomini, ma mi serve da controprova alla credenza che gli uomini non sappiano interpretare le emozioni altrui. Vorrei affermare che non esistono caratteristiche femminili o maschili, al massimo caratteristiche legate allo status sociale. Le donne, di fatto, possono permettersi di piangere e di mostrare le proprie fragilità proprio perché appartengono già alla categoria sociale del "secondo sesso". Qualora volessero ambire a qualcosa di più, si rifà subito alla predica delle cosiddette caratteristiche femminili che le renderebbero inadeguate rispetto ai ruoli di leadership o di Potere.

Io non credo nel binarismo di genere, né nelle caratteristiche maschili o femminili. Credo nella volontà di scegliere la propria apparenza, il proprio modo di fare e il proprio modo di sentirsi. Le persone trans si esprimono a riguardo non perché siano stereotipate, ma perché è la società patriarcale che impone loro le categorie binarie.

Qualora il binarismo venisse superato, non esisterebbero le persone trans, perché a quel punto potrebbero semplicemente esistere ed esserci senza ricorrere a un'etichetta (come direbbero gli obiettori di coscienza) per essere prese in considerazione dalla società. Ma prima di raggiungere quel futuro utopico, abbiamo bisogno di identificarci, con la consapevolezza che tutto ciò andrebbe superato.

Quando? Da oggi.


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