Dalla psicologia del terrore alla politica del trauma
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Articoli · Sabato 11 Ott 2025 · 5 minuti
Tags: psicologia, del, terrore, politica, del, trauma, potere, paura, tecnologia, di, governo, shock, attentato, nemico, allarme, sicurezza, disciplina, mobilitazione, stato, d'eccezione
Tags: psicologia, del, terrore, politica, del, trauma, potere, paura, tecnologia, di, governo, shock, attentato, nemico, allarme, sicurezza, disciplina, mobilitazione, stato, d'eccezione
Per gran parte del Novecento il potere ha usato
la paura come tecnologia di governo. Bastava uno shock: un attentato, un nemico
da nominare, un allarme sicurezza. Era la psicologia del terrore,
fondata sull’evento improvviso e sulla risposta immediata: spaventare per
disciplinare, mobilitare, giustificare lo stato d’eccezione.
Oggi la tecnica è mutata. Non si governa più
soltanto con il lampo del terrore, ma con la durata del trauma. Non con
l’urgenza momentanea, ma con la ferita che non si rimargina. La politica
contemporanea preferisce lasciare le società in uno stato di vulnerabilità
cronica, incertezza, impotenza. Non produce solo paura: produce ferite
collettive che immobilizzano e rendono i cittadini subordinati.
Jacques Derrida, riflettendo sull’11 settembre,
scriveva che ciò che segna un evento traumatico non è soltanto la sua violenza
istantanea, ma la sua imprevedibilità, la possibilità che possa tornare.
Il trauma non è mai chiuso nel passato: porta con sé l’angoscia del suo
ripetersi. È questa apertura verso un futuro sospeso che lo rende politicamente
potente.
COVID-19: il trauma comunicativo
La pandemia è stata un trauma globale, sanitario
e sociale. Ma ciò che ne ha amplificato la portata è stata la gestione politica
e mediatica. Invece di coerenza e chiarezza, abbiamo avuto polarizzazione. Ogni
misura — chiusure, vaccini, green pass — è stata trasformata in simbolo
ideologico.
Il cittadino, già ferito da malattia e
isolamento, si è trovato immerso in una babele comunicativa che ha spaccato
comunità e famiglie. Cathy Caruth, teorica del trauma, spiega che l’esperienza
traumatica si definisce per la sua non assimilabilità: è qualcosa che
sfugge, che disorienta. È esattamente ciò che è accaduto con il COVID: non più
soltanto paura del virus, ma impossibilità di capire, di fidarsi, di
collocarsi. Una ferita comunicativa che ha dissolto la fiducia reciproca.
Ucraina: il trauma come ideologia globale
L’invasione russa dell’Ucraina ha colpito
duramente i civili: bombardamenti, blackout, la vita quotidiana trasformata in
precarietà cronica. Non più terrore episodico, ma trauma prolungato: non la
paura di un attacco, ma l’attesa infinita del prossimo.
Ma la guerra non si è fermata al fronte. Nei
paesi occidentali è diventata campagna ideologica: un linguaggio binario
che non lascia spazio a sfumature. Ogni analisi complessa ridotta a slogan,
ogni voce critica sospinta nel sospetto. Anche a distanza, il trauma non ha
solo ferito i corpi bombardati, ma ha saturato il discorso pubblico globale, imponendo
divisioni permanenti.
Palestina: il trauma e l’impunità
In Palestina la traumatizzazione non è un effetto
collaterale: è una strategia. Bombardamenti ciclici, assedio, privazioni
quotidiane. È la distruzione sistematica della possibilità stessa di futuro.
Naomi Klein, nella sua Shock Doctrine, ha mostrato come i governi
possano sfruttare le catastrofi per imporre politiche impensabili in condizioni
normali. In Palestina accade qualcosa di più radicale: il trauma non viene
sfruttato dopo, ma viene prodotto deliberatamente come strumento di governo.
E non riguarda solo i palestinesi. C’è un trauma
nell’impunità internazionale, nella certezza che Israele possa agire
senza conseguenze reali. Ogni missione civile che rischia di trasformarsi in
tragedia dimostra che la ferita resta sui corpi dei civili, ma non intacca la
logica dei governi. È la violenza resa normale, la prova che il diritto non è
universale ma selettivo. Un trauma che ferisce anche chi assiste, erodendo la
fiducia stessa nella giustizia.
Dal terrore al trauma
Byung-Chul Han ha parlato di psicopolitica:
il potere contemporaneo non si impone solo attraverso la repressione, ma
colonizzando l’interiorità, le emozioni, la percezione stessa del tempo. È ciò
che accade nel passaggio dal terrore al trauma: non si spaventa più soltanto,
si logora; non si mobilita, si paralizza.
Il terrore era episodico: un lampo che
costringeva ad agire. Il trauma è continuo: un dolore che immobilizza. Il primo
suscitava reazione, il secondo induce delega. È questa la nuova strategia:
società rese inerti, comunità divise, cittadini pronti a cedere libertà pur di
avere la promessa di protezione.
Una società ferita
Derrida ci ha insegnato che il trauma non è mai
solo passato, ma sempre apertura verso un futuro incerto. È questa apertura che
oggi viene colonizzata dalla politica. Non si tratta di negare le crisi —
pandemie, guerre, genocidi — ma di guardare a come i governi scelgono di
affrontarle: destabilizzando invece che contenere, amplificando invece che
proteggere.
La politica del trauma non costruisce sicurezza:
costruisce sudditanza. Non libera, ma immobilizza. Trasforma i cittadini in
corpi feriti, incapaci di reagire, e prepara una società che si abitua a vivere
nella lacerazione. Una società che rischia di non distinguere più tra il dolore
inevitabile della storia e quello prodotto deliberatamente dal potere.
