Decostruzione del mito della fama
Pubblicato da Danilo Cappella in (Alter)azioni · Mercoledì 22 Apr 2026 · 4 minuti
Tags: decostruzione, mito, fama, celebrità, percezione, social, media, cultura, identità, successo, critica, società
Tags: decostruzione, mito, fama, celebrità, percezione, social, media, cultura, identità, successo, critica, società
Una volta Omar aveva fatto un viaggio di quelli che non si fanno così spesso nella vita, uno di quei cammini spirituali faticosi e lunghi centinaia di chilometri.
Era un momento della sua vita in cui sentiva il bisogno di ritrovarsi passando del tempo solo con sé stesso: partì dunque – solo – senza alcun fine dogmatico, ma con l’unico obiettivo di ascoltare sé stesso.
Durante il giorno staccava completamente la spina, non ascoltava musica né utilizzava social, ma si nutriva solo di ciò che i suoi occhi e le sue orecchie potevano percepire dal vivo.
Si riconnetteva al mondo iperconnesso solo quando aveva finito i chilometri previsti per quel giorno.
In uno di quei frangenti di contatto con quella quotidianità ora tanto lontana, si ritrovò a parlare con una sua carissima amica – una persona insicura e carica di mille sovrastrutture – sull’essenza del nostro passaggio su questa terra.
Parlarono della fama: a lei sembrava chiaro che senza essere famosi, o quantomeno noti ai più, il resto delle azioni umane perdesse di significato.
Nonostante sapesse che avrebbe rabbuiato la conversazione, le raccontò del suo giorno più brutto, di quando aveva perso suo padre.
Un uomo semplice, che aveva portato avanti una vita ordinaria, dando però tutto sé stesso nei rapporti interpersonali.
Il giorno più brutto, quello dell’ultimo saluto, la chiesa e il piazzale davanti alla stessa erano gremiti; quando il feretro uscì, l’applauso fu interminabile.
Lui, con gli occhi gonfi di lacrime, non riusciva a vedere tutte quelle persone, ma poteva sentire quanto avevano voluto bene a una persona che, senza bisogno di essere nota a un pubblico da palcoscenico, aveva toccato il cuore di ciascuno di loro.
Ci fu un attimo di silenzio nella conversazione, Omar sapeva che sarebbe successo, quindi riprese subito a raccontare di quel giorno passato a camminare che era nuovamente emblema di quanto appena detto.
Alle prime luci dell’alba, aveva incontrato un ragazzo, F., della sua stessa nazionalità, e avevano condiviso un pezzo di strada.
Avevano parlato, in quelle poche ore di presenza reciproca, di ogni cosa di cui si può parlare in una vita: massimi sistemi ed inezie, religioni e gioco del calcio.
Quando si salutarono, a metà giornata, non sapevano se si sarebbero mai più rivisti in questa vita.
Il resto della giornata fu, per Omar, un alternarsi di sopravvivenza al sole cocente e di gioia per i sensi: i paesaggi, gli odori, i silenzi.
Tutto era superbo.
Ma quel giorno Omar aveva incontrato F.
Come le rose di De André, quell’incontro - proprio come “le più belle cose” - visse un solo giorno.
Eppure bastò a condividere tutto: passi, parole, pensieri e dolori.
Bastò a lasciare un segno reciproco, l’uno nell’altro, indelebile e indissolubile.
Del resto, il mondo andava sempre più veloce e i social network proponevano sempre più modelli in cui contasse il numero di seguaci, di follower; una realtà in cui essere famosi fosse quasi condizione necessaria per il sostentamento: lei non riusciva a capacitarsi di come fare per raggiungere quello status.
Omar aveva smontato questa sua teoria normalizzandola a una forma reale.
Innanzitutto, le dimostrò come molta gente famosa non avesse raggiunto affatto la felicità, la cui ricerca dovrebbe essere il fine primordiale di ogni esistenza.
Soprattutto, Omar andò a fondo sul senso maggiore di tutto questo: per lui contava lasciare un segno negli altri, concetto sideralmente distante dalla notorietà in quanto tale.
Innanzitutto, le dimostrò come molta gente famosa non avesse raggiunto affatto la felicità, la cui ricerca dovrebbe essere il fine primordiale di ogni esistenza.
Soprattutto, Omar andò a fondo sul senso maggiore di tutto questo: per lui contava lasciare un segno negli altri, concetto sideralmente distante dalla notorietà in quanto tale.
Nonostante sapesse che avrebbe rabbuiato la conversazione, le raccontò del suo giorno più brutto, di quando aveva perso suo padre.
Un uomo semplice, che aveva portato avanti una vita ordinaria, dando però tutto sé stesso nei rapporti interpersonali.
Il giorno più brutto, quello dell’ultimo saluto, la chiesa e il piazzale davanti alla stessa erano gremiti; quando il feretro uscì, l’applauso fu interminabile.
Lui, con gli occhi gonfi di lacrime, non riusciva a vedere tutte quelle persone, ma poteva sentire quanto avevano voluto bene a una persona che, senza bisogno di essere nota a un pubblico da palcoscenico, aveva toccato il cuore di ciascuno di loro.
Ci fu un attimo di silenzio nella conversazione, Omar sapeva che sarebbe successo, quindi riprese subito a raccontare di quel giorno passato a camminare che era nuovamente emblema di quanto appena detto.
Alle prime luci dell’alba, aveva incontrato un ragazzo, F., della sua stessa nazionalità, e avevano condiviso un pezzo di strada.
Avevano parlato, in quelle poche ore di presenza reciproca, di ogni cosa di cui si può parlare in una vita: massimi sistemi ed inezie, religioni e gioco del calcio.
Quando si salutarono, a metà giornata, non sapevano se si sarebbero mai più rivisti in questa vita.
Il resto della giornata fu, per Omar, un alternarsi di sopravvivenza al sole cocente e di gioia per i sensi: i paesaggi, gli odori, i silenzi.
Tutto era superbo.
Ma quel giorno Omar aveva incontrato F.
Come le rose di De André, quell’incontro - proprio come “le più belle cose” - visse un solo giorno.
Eppure bastò a condividere tutto: passi, parole, pensieri e dolori.
Bastò a lasciare un segno reciproco, l’uno nell’altro, indelebile e indissolubile.
Altro che fama.
