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Dentro l’anima di un popolo – Israele tra memoria, paura e silenzio. Intervista a Ludovica Sonnino

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Dentro l’anima di un popolo – Israele tra memoria, paura e silenzio. Intervista a Ludovica Sonnino

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Mercoledì 25 Feb 2026 · Tempo di lettura 20 minuti
Tags: Israelememoriapaurasilenziointervistapopolo
Parlare di Israele oggi significa confrontarsi con un intreccio di silenzi e paure, di memorie dolorose e narrazioni frammentate. In un mondo dove ogni parola può essere fraintesa, dove l’identità di un popolo viene spesso ridotta a stereotipi o slogan, emerge un nuovo tabù: quello di comunicare senza rischiare di essere travisati.
Questa intervista a Ludovica Sonnino ci porta “dentro l’anima di un popolo”, esplorando come la comunità ebraica viva la memoria, la paura del diverso, la responsabilità della storia e il peso dei silenzi. Un racconto che mette a nudo i limiti di una comunicazione dominata dalla polarizzazione e dalla generalizzazione, e che ci invita a guardare oltre le semplificazioni.

1) Dentro la società odierna, secondo lei, come viene ridefinito oggi l’essere ebreo? C’è ancora un senso condiviso di appartenenza, o questa idea si sta sgretolando sotto il peso della paura, della politica e del conflitto?
Il conflitto ha costretto molti ebrei a riconsiderare profondamente il proprio posto nella società. Sempre più spesso ci si trova a dover trattenere o velare la propria identità ebraica, non per mancanza di orgoglio, ma per timore delle reazioni altrui: un timore che nasce dall’ignoranza, dalla confusione diffusa tra ebraismo, Israele e israeliani, e da pregiudizi che rendono difficile vivere apertamente ciò che si è.
Eppure, all’interno della nostra comunità, ciò che ci caratterizza non è il silenzio, ma la coesione. Siamo un popolo che, pur nelle differenze individuali, ha un unico cuore che batte. La resilienza, la solidarietà spontanea, la capacità di stringerci gli uni agli altri nei momenti più difficili sono da sempre la nostra forza più autentica.
Il giorno dopo il 7 ottobre, una data che ha lasciato una ferita profonda e indelebile nel cuore di tutti noi, questo senso di unità si è manifestato in modo straordinario. A Roma, molte persone si sono mobilitate immediatamente per sostenere gli israeliani rimasti bloccati o lontani da casa: famiglie che non conoscevamo hanno trovato ospitalità nelle nostre case, si sono create reti di supporto in poche ore, e tra persone appena incontrate sono nati legami forti, naturali, come se ci conoscessimo da sempre. In mezzo alla paura e allo smarrimento, abbiamo riscoperto una comunità viva, generosa, capace di trasformare il dolore in vicinanza concreta.
Questa capacità di reagire uniti, senza esitazioni, è la testimonianza più potente della nostra identità: un popolo che non si definisce solo attraverso la storia o la tradizione, ma attraverso l’impegno reciproco e il sostegno che sappiamo offrirci nei momenti in cui tutto sembra crollare. È questo, oggi più che mai, il nostro modo di resistere.

2) Ci sono temi che riguardano Israele di cui, all’interno della nostra società, non si può forse parlare apertamente — come la critica all’esercito, al governo o al concetto stesso di “terra promessa”? Quali sono oggi i silenzi che pesano di più?
Al giorno d’oggi, credo che sia la parola stessa “Israele” ad essere diventata un tabù. Non si tratta di singoli temi proibiti: il problema è che, nella società attuale, non è possibile parlare di Israele in nessuna forma senza rischiare reazioni istintive, polarizzate, spesso cariche di ostilità. L’opinione pubblica si è trasformata in una sorta di “tifo da stadio”, dove non conta capire, approfondire o distinguere fatti complessi, ma schierarsi.
Ogni tentativo di conversazione sfumata viene immediatamente interpretato come una presa di posizione totale, e questo rende impossibile affrontare argomenti delicati con sincerità e spirito critico.
Il silenzio che pesa di più, quindi, non riguarda una critica specifica, che, all’interno del mondo ebraico e israeliano, esiste eccome e fa parte di un dibattito vitale, ma riguarda l’impossibilità di spiegare la complessità. Non si riesce a parlare delle paure degli ebrei, delle responsabilità politiche, delle sofferenze di entrambe le popolazioni, della storia, delle contraddizioni, dei dubbi personali. Tutto viene ridotto a qualche slogan.
E questo clima crea un paradosso doloroso: chi vorrebbe discutere in modo onesto, chi ha domande, chi desidera capire, finisce col tacere per non essere frainteso o attaccato.
Oggi il silenzio più pesante è quello che impedisce la complessità. È la sensazione che qualunque parola possa essere travisata.

3) Il sionismo nacque come sogno di libertà e autodeterminazione. Oggi, nella percezione della vostra comunità, è ancora un ideale di protezione o è diventato un sistema di potere? C’è un dibattito interno su cosa significhi davvero “essere sionisti”?
Nella società attuale definirsi sionisti è diventato un’arma a doppio taglio. C’è moltissima confusione su questo termine, forse perché nel tempo si è smarrito il suo significato autentico, forse perché molti non lo hanno mai conosciuto davvero. Oggi “sionismo” viene spesso usato in modo improprio, caricato di connotazioni politiche ed ideologiche che non coincidono con la sua essenza originaria.
In realtà, essere sionisti significa credere nel diritto del popolo ebraico ad avere una propria casa, un luogo sicuro in cui poter vivere liberamente la propria identità. È un ideale nato come sogno di libertà, autodeterminazione e protezione dopo secoli di persecuzioni. Non nasce come progetto di potere, ma come risposta a un bisogno umano e storico: quello di sicurezza, dignità e stabilità.
All’interno della comunità il dibattito esiste. Ci si interroga su come declinare oggi questo ideale: cosa significhi sostenere Israele senza rinunciare ad uno sguardo critico.
Essere sionisti, per molti di noi, significa ancora credere nel diritto di esistere, nel diritto di sentirsi al sicuro, nel diritto di chiamare “casa” un luogo che appartiene alla nostra storia. Tutto il resto — le scelte politiche, i governi, le criticità — è materia di discussione, ma non cancella il nucleo originario di questo ideale. Conoscere questa differenza credo sia fondamentale per capire davvero cosa c’è dietro quella parola.

4) Molti israeliani contestano Netanyahu e la direzione che ha preso il Paese. All’interno della società, si percepisce una distanza crescente tra lo Stato e il popolo? E come viene vissuta questa frattura nelle famiglie, nei giovani, nella fede?
Israele è, e continua a essere, uno Stato profondamente democratico: la possibilità di scendere in piazza, criticare il governo e contestare le scelte politiche senza temere ripercussioni è un elemento radicato nella cultura del Paese. Per questo non sorprende che molti israeliani manifestino apertamente il proprio dissenso verso Netanyahu o verso la direzione intrapresa dallo Stato.
La distanza tra governo e popolo, in alcuni momenti, è reale e molto percepita, ma non è qualcosa che spezza il tessuto sociale: piuttosto, lo attraversa. Nelle famiglie si discute animatamente, come accade in tutte le democrazie vive; i giovani si informano, partecipano ai dibattiti, cercano di formarsi un’opinione autonoma; e la fede o, più in generale, il senso di appartenenza, rimane il punto di incontro che unisce tutti.
In sinagoga, fianco a fianco, puoi trovare persone con idee politiche opposte: chi sostiene il governo e chi lo critica duramente.

5) Il trauma della Shoah resta una radice identitaria potentissima. Nella memoria collettiva israeliana, quella ferita serve a comprendere o a giustificare ciò che accade oggi? Esiste un conflitto tra memoria e coscienza morale?
Il trauma della Shoah è per noi ebrei una ferita che non si rimarginerà mai. È ciò che ci ha spinti a dire “mai più” e ha radicato in noi, in profondità, l’essere ebrei, rafforzando la nostra identità e il senso di comunità. La memoria della Shoah non è solo un ricordo doloroso: è un monito, un richiamo costante alla responsabilità di proteggere la vita, di combattere l’ingiustizia e di difendere la dignità di ogni persona.
Per me, questo legame con la memoria è anche personale: il mio bisnonno fu uno dei soli 16 ebrei romani a sopravvivere alla marcia della morte dai campi di sterminio, gli stessi campi in cui furono torturati e uccisi più di sei milioni di ebrei. Portare avanti questa memoria significa non dimenticare mai l’orrore, ma anche trasformarlo in una forza: una forza che ci spinge a reagire, a non rimanere inermi davanti all’ingiustizia, a impegnarci affinché tragedie simili non possano ripetersi.
Nella memoria collettiva israeliana, questa ferita diventa quindi anche una guida. Non serve a giustificare ciò che accade oggi, ma a ricordare che la libertà, la sicurezza e la vita sono beni preziosi e fragili, che vanno difesi con consapevolezza e responsabilità. È un richiamo a non accettare mai passivamente il male, a mantenere alta la coscienza morale anche nelle situazioni più complesse.
In questo senso, non c’è conflitto tra memoria e coscienza morale: la memoria è ciò che alimenta la coscienza morale. È la Shoah che ci ricorda ogni giorno quanto sia importante agire, proteggere chi è vulnerabile e lottare per un mondo in cui la dignità umana non sia mai più calpestata.

6) All’interno della comunità ebraica, come è vissuto il dolore palestinese? O la paura, la rabbia e la memoria rendono difficile provare empatia per chi viene percepito come nemico?
All’interno della comunità ebraica, ogni vita persa viene vissuta come un lutto profondo.
Viviamo con rammarico e dolore tutto ciò che accade, perché la memoria storica ci ha insegnato quanto la violenza e l’odio possano distruggere intere generazioni. Questo non significa chiudersi all’empatia: ogni morte umana, di qualsiasi origine, merita rispetto e compassione.
Allo stesso tempo, emozioni come paura, rabbia e memoria storica rendono inevitabilmente più difficile immedesimarsi in chi viene percepito come nemico. La storia dell’ebraismo, segnata da persecuzioni e genocidi, ci ha insegnato a essere cauti e a proteggere la nostra comunità, ma non ad ignorare la sofferenza che ci circonda. È un equilibrio delicato tra difesa, consapevolezza e umanità, tra memoria e apertura verso l’altro.

7) Come vive la comunità israeliana le manifestazioni pro Gaza che si moltiplicano in tutto il mondo? Si percepiscono come una critica politica, come un rigetto identitario o come una nuova forma di isolamento?
Le manifestazioni pro-Palestina che si moltiplicano in tutto il mondo vengono spesso percepite dalla comunità israeliana come eventi potenzialmente dannosi. Molti partecipano senza conoscere davvero i fatti, ripetendo slogan e convincendosi di narrative che non comprendono pienamente, senza rendersi conto delle possibili conseguenze sulla sicurezza e sul benessere della comunità ebraica. Basti pensare all’attentato alla sinagoga di Manchester durante il giorno dello Yom Kippur nell’ottobre passato, o a molti altri episodi simili, per comprendere quanto la disinformazione possa tradursi in rischi concreti.
Allo stesso tempo, è importante sottolineare che esistono molte persone che si schierano a fianco della comunità ebraica, cercando di contrastare il crescente antisemitismo e di correggere la disinformazione. Manifestare è giusto, ma deve avvenire con piena conoscenza dei fatti; altrimenti un gesto legittimo rischia di trasformarsi in un danno reale.
La situazione diventa ancora più complessa quando anche politici o figure pubbliche incoraggiano queste manifestazioni senza chiarezza, confondendo opinioni con slogan estremi. Se agli ebrei di Roma viene chiesto di dissociarsi da Israele, indipendentemente dalle proprie opinioni personali, tutto questo diventa realmente dannoso. Non si tratta solo di percezione: queste dinamiche possono avere effetti concreti sulla sicurezza e sulla vita quotidiana della comunità.

8) Gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas sembrano essere scomparsi dal dibattito pubblico internazionale. Come vive la vostra comunità questo silenzio? E dentro Israele, quanto è forte la volontà di distinguere tra Hamas e il popolo palestinese? “Palestina” e “Hamas” vengono sentiti come sinonimi, o c’è un desiderio profondo di separarli?
Il ritorno degli ostaggi israeliani è stato un momento di profonda commozione e sollievo per tutta la nostra comunità. Dopo mesi di angoscia, finalmente abbiamo potuto abbracciare chi era stato strappato alla propria vita, alle proprie famiglie, alla propria libertà. La gratitudine che proviamo è immensa, ma non possiamo ignorare il dolore che ha accompagnato questo lungo periodo di prigionia. Durante quei mesi, il silenzio assordante delle piazze internazionali e di molte organizzazioni per i diritti umani è stato sconcertante.
Pochi hanno alzato la voce per chiedere il rilascio di civili innocenti, sequestrati da un’organizzazione terroristica. Sembrava che fossero stati dimenticati, come se la loro sofferenza non meritasse attenzione. Questo silenzio non è solo ingiustificabile: è una ferita aperta, che ha lasciato un segno profondo nella coscienza collettiva. In aggiunta, è importante ricordare che la loro liberazione è avvenuta in cambio di prigionieri per la maggior parte condannati per attività terroristiche. Anche in questo caso, pochi hanno sollevato la voce o espresso preoccupazione per le implicazioni di scambi che premiano il terrorismo.
Questi fatti sottolineano quanto sia spesso sottovalutata la gravità della minaccia posta da Hamas e quanto sia necessario mantenere una distinzione chiara tra il movimento terroristico e il popolo palestinese, che spesso è anch’esso vittima di questo regime di violenza. La nostra comunità continua a portare nel cuore la memoria degli ostaggi, la gioia per il loro ritorno e la consapevolezza che la loro liberazione non deve far dimenticare il lungo silenzio e la totale assenza di attenzione che hanno vissuto.

9) Come viene percepito oggi l’antisemitismo all’interno della comunità israeliana? È vissuto come un’ombra del passato che ritorna o come un fenomeno che non è mai scomparso davvero? E quanto è difficile distinguere la critica a Israele dall’odio verso gli ebrei?
L’antisemitismo, per la comunità israeliana e per gli ebrei nel mondo, non è mai stato soltanto un ricordo del passato. La storia ci insegna che esso è sempre latente, pronto a riemergere ciclicamente sotto forme diverse. Non è una ferita che si è rimarginata, ma una presenza costante che si ripresenta con nuovi linguaggi e nuove giustificazioni.
Oggi, una delle manifestazioni più evidenti è l’antisionismo, che spesso si presenta come un antisemitismo mascherato. È più facile dichiararsi “antisionisti” che “antisemiti”, ma nella sostanza il meccanismo è lo stesso: si colpisce l’identità ebraica attraverso l’attacco allo Stato di Israele, confondendo deliberatamente una critica politica con un giudizio sull’esistenza stessa di un popolo. La critica alle scelte di un governo è legittima, come lo è per qualsiasi altro Paese; ma quando questa critica si trasforma in negazione del diritto di Israele a esistere, o in ostilità verso chiunque si identifichi come ebreo, allora non siamo più di fronte a un dibattito politico, bensì a una forma di odio.
Per la comunità ebraica, questa distinzione è cruciale ma spesso difficile da far comprendere all’esterno. Non si tratta di rifiutare il confronto o di sottrarsi alle responsabilità politiche: si tratta di difendere il diritto a non essere demonizzati per la propria identità. L’antisemitismo non è mai scomparso davvero, e oggi si manifesta con nuove maschere. In questo senso, la percezione è duplice: da un lato la consapevolezza che si tratti di un fenomeno antico e ricorrente, dall’altro la necessità di vigilare costantemente, perché ogni volta che si ripresenta lo fa con modalità che cercano di apparire “accettabili” o “giustificate”. È proprio questa ambiguità che rende difficile distinguere la critica legittima dall’odio, e che obbliga la comunità a ribadire con fermezza che l’identità ebraica non può essere ridotta a un bersaglio politico.

10) In mezzo al rumore della guerra e alla stanchezza della storia, esistono ancora voci che parlano di giustizia, dialogo, riconciliazione? Da dove nasce oggi, se nasce, la speranza dentro la vostra comunità?
Sì, quelle voci esistono. Non sempre sono le più forti, non sempre riescono a emergere sopra il frastuono della guerra e della polarizzazione, ma ci sono. E per noi sono fondamentali. La speranza nasce proprio da chi continua a credere che la giustizia non sia un concetto astratto, ma un impegno quotidiano; da chi non rinuncia al dialogo anche quando sembra impossibile; da chi lavora per la riconciliazione, pur sapendo che è un cammino lungo e faticoso.
Dentro la nostra comunità la speranza si alimenta in gesti concreti: nelle scuole, dove si insegna la memoria e il rispetto; nelle famiglie, che trasmettono ai figli il valore della dignità e dell’apertura; nelle sinagoghe, dove la preghiera diventa anche un momento di resilienza collettiva. Ma nasce soprattutto dalla vicinanza di chi ci è accanto, di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. È lì che troviamo la forza di credere che un domani sia possibile.
La speranza non è ingenua, non ignora la durezza della realtà. È una speranza consapevole, che sa quanto sia difficile distinguere la giustizia dalla vendetta, il dialogo dalla propaganda, la riconciliazione dalla retorica. Ma proprio per questo è preziosa: perché ci ricorda che, nonostante la stanchezza della storia, non possiamo smettere di cercare un futuro diverso.
In fondo, la speranza nasce dalla convinzione che la nostra identità non debba essere vissuta solo come difesa, ma come apertura. E che, anche nel rumore della guerra, ci siano ancora persone capaci di ascoltare, di discernere, di costruire ponti. È da loro, e con loro, che vogliamo ripartire.

11) Quando in Europa o altrove compaiono scritte antisemite sui muri, cosa pensa e cosa sente la comunità ebraica israeliana? Lo percepite come un odio religioso, culturale o politico? E quanto è forte la paura che certi fantasmi del passato stiano davvero tornando a farsi reali?
Ogni volta che compaiono scritte antisemite sui muri, non si tratta mai di un gesto isolato. Per la comunità ebraica, e per gli ebrei nel mondo, è un segnale che l’odio non è confinato al passato, ma continua a riaffiorare con forza. È difficile incasellarlo in una sola dimensione: l’antisemitismo è religioso, culturale e politico insieme. È un pregiudizio che si trasforma e si adatta ai tempi, ma che conserva la stessa radice di esclusione e demonizzazione.
Oggi assistiamo a una normalizzazione dell’antisemitismo sempre più pervasiva. Non è più soltanto un insulto scritto su un muro: è un fenomeno che si diffonde negli spazi digitali, amplificato da social network polarizzati che diventano veri e propri motori di propagazione dell’odio. In alcuni ambienti, sia di estrema destra che di estrema sinistra, l’antisemitismo viene persino glorificato, presentato come un discorso legittimo. Questo lo rende ancora più insidioso, perché non appare più come un tabù, ma come un’opinione accettabile.
La sensazione, per chi vive questa realtà, è che l’aria stessa sia diventata più difficile da respirare. Non si tratta solo di episodi isolati, ma di un clima che circonda e condiziona la vita quotidiana. I crimini d’odio non avvengono nel vuoto: nascono da una retorica violenta che circola online, da un linguaggio che normalizza il razzismo e che prepara il terreno alla violenza fisica.
La paura che i fantasmi del passato tornino a farsi reali è forte, perché la storia ci ha insegnato che l’antisemitismo, quando viene tollerato o banalizzato, non resta mai confinato alle parole. Per questo la comunità ebraica percepisce queste scritte non solo come un’offesa, ma come un campanello d’allarme: un segnale che la società deve prendere sul serio, prima che la violenza motivata dal pregiudizio trovi ancora una volta spazio per crescere.

12) In molti luoghi del mondo, dire “sono ebreo” è tornato a essere un gesto che suscita timore o silenzio. Nella vostra comunità, si avverte questa difficoltà? Parlare di ebrei, o dichiararsi tali, è diventato un nuovo tabù anche per chi credeva che la memoria avrebbe protetto dall’oblio?
Sì, questa difficoltà si avverte. Non sempre in modo esplicito, ma spesso come un sottile disagio che accompagna la quotidianità. Dire “sono ebreo” dovrebbe essere un’affermazione semplice, naturale, e invece in certi contesti diventa un atto di coraggio. È doloroso pensare che, a distanza di decenni dalla Shoah, ci ritroviamo ancora a doverci proteggere, a vivere circondati da forze armate persino nei momenti più intimi e spirituali, come la preghiera. Questo non dovrebbe essere normale, eppure lo è diventato.
L’impatto di questa condizione sulle comunità ebraiche è profondo: ci ricorda che la memoria, da sola, non basta a garantire sicurezza o rispetto. La memoria è fondamentale, ma deve essere accompagnata da un impegno costante della società nel riconoscere e difendere la dignità di ogni identità.
Noi, come cittadini italiani ed ebrei, continuiamo a vivere pienamente la nostra vita. Crediamo che sia la cosa giusta da fare: non rinchiuderci, non lasciarci paralizzare dalla paura, ma affermare la nostra presenza come parte integrante di questo Paese. Certo, a volte pesa, a volte è faticoso. Ma ci aggrappiamo alla vicinanza di chi ci è rimasto accanto, di chi ci sostiene senza esitazioni. È da lì che ripartiamo, perché un domani c’è per noi, e vogliamo costruirlo insieme agli altri.
Personalmente non smetto di dichiararmi ebrea. Lo faccio con la fiducia che esistano ancora persone capaci di discernere, di distinguere l’ebraismo da Israele, di comprendere che un’identità religiosa e culturale non può essere ridotta a una semplificazione politica. Credo che il dialogo, la conoscenza e la capacità di ascolto siano gli strumenti che ci permetteranno di superare questo nuovo tabù.


Ciò che emerge da queste parole è un richiamo urgente a rompere i tabù della comunicazione: a parlare senza ridurre, a ascoltare senza semplificare, a distinguere tra memoria e attualità, tra individuo e collettivo. La paura del diverso, la difficoltà di dichiararsi ebrei, l’impossibilità di discutere Israele senza pregiudizi non sono solo questioni della comunità intervistata: sono il segnale di quanto la società globale fatichi ancora a confrontarsi con la complessità.
In questo senso, l’intervista non è solo una finestra su Israele: è un invito a riflettere sui nostri tabù, sulle nostre paure e sui limiti che imponiamo alla conversazione. A FiloTabù crediamo che rompere questi silenzi sia il primo passo verso una comprensione più profonda, una comunicazione più sincera e, forse, un mondo meno diviso.



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