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Dieci mesi, poi me stessa. Quando il lavoro diventa una gabbia

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Dieci mesi, poi me stessa. Quando il lavoro diventa una gabbia

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Barbara Lancione in Articoli · Martedì 24 Mar 2026 · Tempo di lettura 3 minuti
Tags: lavoro, gabbia, crescita, personale, autodeterminazione, benessere, vita, professionale, equilibrio, vita, lavoro, riflessione, cambiamento, empowerment
Alle 8.49: “C’è mail urgente.”
Alle 14.52 un messaggio: “Siete rientrate o state ancora a fare bicchieri al bar?”
Alle 14.56: “Venite a lavorare?”

Non è un’eccezione. È la normalità.

Per dieci mesi, le giornate di Bianca sono state scandite da notifiche, rimproveri e silenzi. Otto ore al giorno trascorse in una gabbia asfissiante, seduta davanti a un computer, a fare un lavoro che non ha scelto e che non le piace. Prende appuntamenti, risponde al telefono, accoglie gli utenti. In pratica, diventa il contenitore in cui si accumulano lamentele, critiche e dissapori.

Ogni tanto le vengono affidate mansioni più “stimolanti”: stampare documenti, inviare telegrammi di condoglianze, distribuire caffè alle colleghe, occuparsi dello smaltimento di rifiuti speciali. Non può prendere iniziativa: ogni volta che ci prova, viene subito rimessa al suo posto. Unica costante: i rimproveri della sua responsabile, per qualsiasi motivo, spesso senza motivo. Servono a ricordarle qual è il suo posto.

Col tempo, Bianca diventa il capro espiatorio dell’ufficio. Se qualcosa va storto, se un collega sbaglia, se un utente si lamenta, è sempre lei a doverne rispondere. Vive mesi nel timore costante di sbagliare, tra ansia, svalutazioni e critiche continue.

La sensazione di trappola cresce. All’inizio è solo lavoro. Poi diventa controllo. Messaggi continui sul cellulare, anche durante la pausa pranzo e fuori dall’orario d’ufficio. Non esistono confini.

In quell’ufficio dialogo e ascolto non esistono: si comunica con sarcasmo e battute offensive.
Nessuno conosce la collaborazione, il lavoro di squadra o la gestione dello stress. La responsabile è una donna insicura, incapace di guidare, che riversa sul lavoro tutte le sue frustrazioni: vuole controllare ogni cosa, decidere per tutti, senza possibilità di replica.

Arrivano gli ultimi giorni di luglio. L’incubo sta per finire, ma Bianca è stanca e le sue energie sono esaurite. L’opportunità lavorativa che le era stata promessa si rivela una chimera: dopo quei dieci mesi non c’è nulla. Si sente come una pedina in una partita già decisa. Ha dato tutto, forse anche più del necessario.

Ora lo sa: non era il posto giusto, non era la versione giusta di sé.

Quando arriva l’ultimo giorno, non prova più rabbia. Spegne il computer, prende la borsa e si ferma un istante sulla soglia. Non per paura, ma per riconoscere il passaggio. Fuori c’è incertezza, ma anche spazio e Bianca, per la prima volta dopo mesi, sente di avere qualcosa da mettere in quel vuoto: sé stessa.

Ci sono luoghi di lavoro che non lasciano segni visibili, ma cambiano il modo in cui una persona si percepisce. Storie come quella di Bianca non fanno rumore, non diventano casi. Eppure, sono ovunque. Per questo, riconoscere quando uno spazio toglie più di quanto restituisce è fondamentale. Perché restare non è sempre sinonimo di resistenza. E andarsene non è sempre una sconfitta.


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