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Difesa dell'irascibilità

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Difesa dell'irascibilità

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Donatella Busini in Elogio delle crepe · Sabato 10 Gen 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: difesairascibilitàgestionedelleemozioniautocontrollosalutementalerelazionicomunicazioneconflitticrescitapersonalemindfulness
Onorevole Corte,

oggi mi trovo a difendere ciò che viene comunemente rubricato come un difetto caratteriale: l’irascibilità.

Una parola che nel lessico corrente suona come marchio di infamia di cui l’accusa mi condanna.

Un termine che nel suo significato letterale indica una disposizione abituale all’ira, una tendenza a reagire con prontezza e intensità a stimoli percepiti come offensivi, ingiusti o frustranti.

Una persona irascibile, nella lingua italiana è detta di individuo incline a manifestare facilmente l’ira, soprattutto in presenza di contrarietà o provocazioni.
Per estensione, chi è irascibile reagisce in modo immediato e acceso a ciò che ritiene inaccettabile.

Nel linguaggio comune l’irascibilità è tuttavia diventata sinonimo di scarso controllo emotivo, eccesso di reazione per futili motivi e irrazionalità.

Per questo Signori della Corte, ciò che oggi vi chiedo non è l’assoluzione nel mio caso per mancanza di prove ma una revisione del reato stesso.

L’irascibilità, lungi dall’essere una patologia dell’emotività, è una modalità di risposta; difenderla significa raccontare una storia che non è solo mia ma che passa attraverso di me.

Perché l’irascibilità, prima di essere un tratto caratteriale, è anche un modo di stare nel mondo.
E come ogni modo di stare nel mondo, va compreso, non liquidato tantomeno condannato.

Lo ammetto, sono irascibile.

Non nel senso dell’imprevedibilità isterica bensì di una soglia bassa per ciò che considero intollerabile.
Mi arrabbio quando riconosco una dissonanza tra ciò che viene detto e ciò che viene fatto.
Tra ciò che viene normalizzato e ciò che, a ben guardare, non dovrebbe esserlo affatto.

Questa mia irascibilità non è innata né tantomeno irrazionale.
È cresciuta nel tempo come certe consapevolezze che si consolidano nella ripetizione dell’esperienza.
Non è l’ira del primo urto, ma quella del ritorno.
Del di nuovo.
Dell’ ancora.
Non mi arrabbio quando non capisco: mi arrabbio quando capisco fin troppo bene.
Quando vedo la struttura dietro l’episodio.
Quando riconosco che non si tratta di un caso isolato, ma di una dinamica che si riproduce.

La mia reazione, in questo senso, è una forma di conoscenza.
Non produce concetti, ma segnali.
Indica che qualcosa ha superato il limite di ciò che può essere tollerato o tollerabile.

Mi si accusa di scatti d’ira.
Ma nessuno sembra interrogarsi su cosa accadrebbe se quell’ira venisse repressa, educata al silenzio, convertita in sorriso sociale.
La storia, Onorevole Corte, è piena di persone “molto moderate” che hanno tollerato l’intollerabile.

Io no.

In un mondo che confonde la calma con la saggezza e l’accomodamento con la maturità, essere irascibili è spesso l’unico modo per restare integri.
Per non perdere il contatto con ciò che riteniamo giusto.
Per non anestetizzarci.

Essere irascibile significa avere una soglia, non considerare tutto negoziabile.
E se questo viene letto come un difetto, allora il problema non è imputabile al mio carattere, ma ad un contesto sociale che preferisce persone docili, indifferenti a persone presenti.

Io non mi arrabbio perché amo il conflitto.

Mi arrabbio quando riconosco che il conflitto viene negato in nome di una falsa armonia.

Accettarla si paga in adattamento passivo, in rinuncia, in progressiva anestesia morale.

Vedo una forma gentile di violenza nel richiedere sempre comprensione e tolleranza; la mia ira scatta nel momento in cui smetto di essere comprensiva per forza, di tollerare ciò che non ritengo accettabile. Non perché non possa evitarlo ma in funzione di quella soglia cui in precedenza facevo cenno Onorevole Corte.

Mi si rimprovera l’intensità.
Ma l’intensità è solo la conseguenza di un coinvolgimento reale.
Solo chi è ancora in relazione con ciò che accade può permettersi di reagire.

La mia irascibilità è una promessa di vigilanza.
Mi ricorda che non tutto è accettabile, che non tutto è relativo, che non tutto può essere archiviato come “opinione”.
È il modo in cui resto esposta al mondo senza dissolvermi in esso.

Per questo, Onorevole Corte, chiedo la revisione del reato che mi è stato imputato.
Desidero che venga compreso come una postura etica, come una forma di fedeltà a ciò che considero non negoziabile.
Come il segno che non ho ancora imparato a confondere il quieto vivere con inquietante silenzio.

Non tutto ciò che è pacato è giusto.
Non tutto ciò che è infuocato è sbagliato.
E la mia ira, se proprio deve essere giudicata, lo sia per ciò che fa emergere, non per il rumore che produce.


FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

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