Vai ai contenuti

Dolori obbligati a passare, dolori che non passano mai: il tabù della perdita di un animale a noi caro

Salta menù
Salta menù

Dolori obbligati a passare, dolori che non passano mai: il tabù della perdita di un animale a noi caro

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Jenny Samarati in Psicodatura · Venerdì 24 Apr 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: doloreperditaanimaleluttotabùamiciaquattrozampeaffettogioiaferitePuffy
Quando Puffy è morta, quattro anni fa, ha lasciato una voragine nel mio cuore.

Era una coniglia dal fulvo pelo, grossa, dolce e determinata allo stesso tempo. Era una coniglia che rotolava su sé stessa: aveva una malattia tale per cui il suo equilibrio era instabile. Ma avevamo individuato il problema.
Invece, in quanto animale preda, ci nascose fino all’ultimo ciò che realmente stava accadendo al suo corpo. Una mattina si svegliò e smise di mangiare. Prima il fieno, poi la verdura, infine persino i “croccantini”. Le preparammo una pappa con questi ultimi e la facemmo mangiare di forza. Lei, ingorda com’era. Lei, che non avrebbe condiviso il cibo con nessuno. Proprio lei doveva essere imboccata, costretta a nutrirsi.

Era una coniglia tra le tante della sua specie, tra le tante che ogni giorno muoiono macellate per essere mangiate. Ma a lei era toccato un destino diverso... chi avrebbe potuto pensare sarebbe stato tanto breve? Era arrivata meno di un anno e mezzo prima. Il resto della vita passato in una gabbia minuscola, con le grate sotto le zampe, a mangiare pane e scarti di verdura.
Era una coniglia tra le tante della sua specie, ma le nostre vite si erano incrociate e ora lei era La coniglia. Signorina Puffy La Viziata.
Era una coniglia tra le tante della sua specie e, il giorno dopo che smise di mangiare, morì. Gli esami rivelarono una situazione disastrosa, con un’insufficienza renale irreversibile. Nemmeno la dialisi avrebbe potuto salvarla.
Era una coniglia tra le tante della sua specie, ma le nostre anime si erano incontrate e io mi ero innamorata di lei, nonostante fossi già fidanzata. Come avrei potuto sopportare e superare quel lutto? Caddi a terra dopo la telefonata della veterinaria che spiegava come non ci fosse più niente da fare.
Lanciai un urlo straziante. Ma nulla la salvò. Quel giorno, quella coniglia tra le tante, dal nome tanto ridicolo, morì ugualmente. Non prima di aver mangiato la sua ultima manciata di uvette però. Con l’interno del corpo spappolato. La veterinaria disse che non aveva mai visto nulla di simile. Una coniglia mangiare in quelle condizioni. Ma Puffy era golosa. E sapeva che stava morendo.


In quel periodo lavoravo per mia madre: dovevo consegnarle una quantità di pezzi ogni settimana.
Quella domenica sentii di non potercela fare. Desideravo solo dormire. Stringere la coperta che aveva avvolto quel corpo ormai sepolto, che non avrei visto mai più, piangere ed essere stretta forte dalla mia fidanzata. Stringerla forte a mia volta. Asciugarci a vicenda le lacrime.
Mia madre si arrabbiò. Disse che avevo preso un impegno e dovevo portarlo a termine, cascasse il mondo. Anche mia sorella si arrabbiò. E io non feci altro che pensare ai giorni di pausa concessi a coloro cui muore un caro della specie umana.

Parlare di morte di un animale “domestico” è tabù. Perché si è sempre troppo. Troppo sensibili, troppo emotivi. Esagerati insomma. “Il dispiacere ci sta, ma era solo un animale in fondo!”. Io sentivo il mio cuore lacerarsi. Sentivo ogni suo pezzetto staccarsi e perdersi. Sarei mai riuscita a ritrovarli e attaccarli fra loro o avrei avuto per sempre un cuore in frammenti?
Alla luce di come sono andate le cose, mi dico che quel lutto non l’ho ancora superato. Piango al solo pensiero di lei, della mia amica, confidente, della mia ancora di salvezza. Di colei che mi aveva illuminata sul fatto che gli animali “da reddito” possono essere liberati, che avrei potuto liberarne altri un giorno. Ma non mi fu concesso di piangere quanto avrei voluto i giorni successivi la sua eutanasia. Perché avevo un lavoro da portare avanti, perché ero esagerata. E, nella vita reale, gli altri animali non contano nulla. Il dolore per loro pure. È tabù. Sssh! Soffri in silenzio e sii produttivo.

Dalla voce di mia madre dopo aver letto in anteprima l’articolo: - Hai ragione. Classica battuta quando ti vedono triste è: “Ti è morto il gatto?” -
Appunto. Grazie mamma.


FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

Site Powered By Novus88
Torna ai contenuti