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Durée e Temps – Henri Bergson e la percezione (divergente) del tempo

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Durée e Temps – Henri Bergson e la percezione (divergente) del tempo

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Meltea Keller in Neurobug di sistema · Mercoledì 29 Lug 2026 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: DuréeTempsHenriBergsonpercezionetempofilosofiadivergenzaesperienzasoggettivitàcoscienza
Settimane fa un amico neurodivergente, attraverso un semplice post, mi ha aperto un mondo.

Una persona a cui tiene gli faceva notare che non si vedevano da tre anni quando lui, dentro sé, era certo che l’ultimo incontro fosse stato l’anno scorso. Questo perché l’incontro era stato piacevole, il 2025 era stato piacevole e il mio amico si è reso conto di aver ricondotto tutte le cose piacevoli recenti a quell’anno.

È uno degli indizi della percezione del tempo non lineare di alcuni neurodivergenti, specie ADHD. Il filosofo francese Henri Bergson ci dà una grossa mano a capire il concetto.

Il tempo come linea retta temo sia un costrutto culturale. Perfino la fisica contemporanea continua a interrogarsi sulla sua natura e sull'idea che ciò che chiamiamo "tempo" sia anche un modo della mente di organizzare qualcosa di molto più complesso. È un'intuizione che, per vie diverse, attraversa anche tradizioni filosofiche antiche come il buddhismo.

Il tempo però non è solo esterno alla coscienza, è anche interno. Bergson distingue fra tempo “dell’orologio” (temps) e tempo interiore (durée). Non è solo una questione di percezione sensoriale, riassunta nella massima attribuita a Einstein per spiegare la relatività – passa un’ora con una bella ragazza e sembrerà un minuto, passa un minuto a sedere su una stufa e sembrerà un’ora. Non che il concetto sia sbagliato, va solo aggiunto che la relatività percettiva si manifesta anche come esperienza di un tempo totalmente interiore, cioè senza un agente (la ragazza o la stufa) che ne modifichi la percezione.

Sono rimasta molto colpita da questo saggio breve che ho tradotto sul mio substack. L’autrice collega il monotropismo – cioè la tendenza di alcuni neurodivergenti ad avere l’attenzione diretta in pochi canali privilegiati (cosa che porta agli stati di iperconcentrazione) – al tempo interiore divergente. Definisce così la propria percezione: “Il mio tempo non è scandito dagli appuntamenti del calendario, ma dalle esperienze sensoriali, dai momenti significativi e dai pattern che emergono nella mia esperienza.”

E questo non solo spiega perché persone molto consce dell’orologio come me possono trovarsi spiazzate da una gestione del tempo altra, ma spiega anche perché la struttura del tempo sociale (quella che regola il lavoro, ad esempio) rischia di mandarci in burnout, non tutelando strategie di regolazione o esigenze tipiche dell’iperconcentrazione. Oppure esigendo una puntualità difficile da mantenere.

Se penso al tempo immersivo penso al tempo dell’interesse assorbente. Lì anche la mia coscienza dell’orologio svanisce: una delle cose a cui non riuscivo a dare un senso, prima della diagnosi, è la mancanza di coerenza fra il fatto che non riesco a lavorare otto ore di fila in ufficio tutti i giorni ma se mi metto a scrivere non guardo in faccia a niente e nessuno. Socialità, pranzo, cena… il mio tempo interiore si dilata, somiglia più a un tunnel di iperfocus: tutto quello che è ai lati è sfumato. Mio padre, che funziona come me, si arrabbia quando mia madre lo distoglie dallo stato di flow dato dall’iperconcentrazione. Perché in effetti se qualcuno te ne tira fuori a forza è destabilizzante. Occorre un po’ per tornare in quello stato.

L’esperienza interna segna il tempo per tutti, ma per alcuni neurodivergenti di più, molto di più. La fatica è far coincidere la durée con il temps degli orologi a cui si fa fatica a tenere testa perché, delle due, hanno il ruolo ingrato di mia madre: spezzano il flow.

Poi ci sono i sovraccarichi. Quella stessa continuità durante gli stati di flow positivi non è possibile quando si è in preda a sovraccarichi sensoriali durante i quali tutto è pesante. Stessa persona, rendimento opposto – in termini di performance.

Poi ancora c’è la questione del pensiero associativo. I neurodivergenti hanno spesso movimenti di pensiero fulminei che vanno a correlare due cose apparentemente distanti. Ultimamente mi è stato rimproverato che il detective di un mio romanzo noir arriva alle conclusioni per salti associativi, senza ragionamento. Certo che lo fa, il detective è connotato come AuDHD ad alto potenziale! L’esperienza non sarà maggioritaria ma è diffusa e va rappresentata.

Un grande antenato che, come pochi altri, ha rappresentato il pensiero associativo? Marcel Proust. Lo dimostra in ogni centimetro della Recherche, è il suo tratto distintivo: la memoria involontaria altro non è che il pensiero associativo applicato al tempo interiore. Non a caso, lo si usa come esemplificazione del concetto di durée. Sì, ho pochi dubbi sul fatto che anche lui fosse neurodivergente, se me lo state chiedendo (c’è un saggio a tal proposito, temo però che non sia stato tradotto dal francese).

Tutto questo discorso ha due applicazioni pratiche. La prima riguarda la relatività degli standard, tempo incluso. Gli standard sono convenzioni che servono ad alcune menti per funzionare – ma bisogna tenere conto di altre menti per cui quelle stesse convenzioni sono fastidiose o addirittura nocive oltre che improduttive.

Secondo, perdonate l’amico ADHD che non vi considera da mesi e che vi dice “ma volevo chiamarti”. Probabilmente non è una scusa.



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