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Educare al possibile: la scuola come atto politico e poetico. Intervista a Giovanna Giacomini – Scuole Felici

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Educare al possibile: la scuola come atto politico e poetico. Intervista a Giovanna Giacomini – Scuole Felici

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Martedì 21 Ott 2025 · Tempo di lettura 16 minuti
Tags: educazionescuolaattopoliticoattopoeticoGiovannaGiacomiScuoleFelicitrasformazionelibertàdialogocurafuturosaperecorpocuorecoraggiocambiamentoumanità
C’è un’educazione che non si limita a insegnare, ma che prova a trasformare il mondo.

Ne parliamo con Giovanna Giacomini, educatrice e fondatrice del progetto Scuole Felici, che ci invita a ripensare la scuola non come luogo di addestramento, ma come spazio di libertà, dialogo e cura del futuro.

Perché se il sapere non passa per il corpo, per il cuore e per il coraggio di cambiare, rischia di restare sterile.
 
E allora: che scuola vogliamo abitare? E soprattutto, che tipo di umanità vogliamo crescere?




1) “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo”, scriveva Nelson Mandela. Ma educare a cosa, e per chi? Il nostro sistema scolastico sembra ancora plasmato per produrre risultati e non relazioni. Nel tuo lavoro, come si ribalta questa prospettiva? E cosa rischiamo quando dimentichiamo la dimensione affettiva dell’apprendimento?
Per me l’idea che l’educazione cambi il mondo non è uno slogan, è un’evidenza. È quasi un’ovvietà, eppure mi accorgo che spesso va spiegata, va ricordata, va tenuta viva come memoria in tutto ciò che facciamo.
Io ne sono profondamente convinta, e credo che sia questo ad aver guidato anche le mie scelte di vita e professionali: se ho creato un lavoro imprenditoriale in ambito educativo è perché penso che sia proprio questo il settore da cui ripartire per trasformare la società.

La cosa è semplice: se investiamo nel sistema educativo – che comprende sia la scuola, sia il sostegno alla genitorialità e l’accompagnamento delle famiglie nel loro ruolo educativo – stiamo aiutando i bambini e i ragazzi a crescere già immersi in una certa cultura, in alcuni valori, respirando un’educazione al rispetto, alla pace, alla scoperta di sé e del mondo. Così crescono persone che hanno già interiorizzato un certo sguardo sul futuro, su di sé e sugli altri. E a quel punto non servirà più intervenire solo a posteriori, con leggi, correzioni o sistemi di contenimento dei danni: avremo già contribuito a disegnare il futuro che desideriamo.

Per questo ho messo al centro delle Scuole Felici la parola felicità. Non come assenza di problemi, ma come competenza: la capacità di vivere mettendo al centro la propria umanità. Significa imparare a conoscersi, a riconoscere i propri talenti e limiti, e nello stesso tempo sviluppare una relazione di compassione verso gli altri e verso il mondo.

Compassione non come pietà, ma come partecipazione profonda: con le persone, con la natura, con le risorse che abbiamo a disposizione.

In questa prospettiva, la performance non è più il primo obiettivo: se sto bene, se vivo in un ambiente equilibrato, se ho relazioni sane, allora anche l’apprendimento diventa più facile, spontaneo, profondo. Montessori e Malaguzzi lo avevano già detto chiaramente: mettere la persona al centro, considerare il bambino come competente, costruire ambienti educanti… tutto questo fa sì che l’apprendimento avvenga quasi da sé, come frutto di un terreno fertile.

Il rischio, se dimentichiamo questa dimensione, è di ritrovarci in una società che mette al centro solo la performance e relega l’umano a qualcosa per “anime sensibili”. Una società sempre più sterile e divisiva, con conseguenze gravi anche sulla salute: ansia, stress, burnout… in una parola, il contrario del benessere.

2) Quali sono, secondo te, i tabù più radicati nel mondo della scuola di oggi? Si può parlare davvero di emozioni, fragilità, errori, fallimenti, oppure restano ancora parole “vietate” in aula?
Credo che in Italia facciamo ancora molta fatica con intere dimensioni educative che ci spaventano: la fragilità, la diversità, l’affettività e la sessualità, la morte. Sono i grandi tabù dei nostri tempi. Ci spaventano così tanto che ci raccontiamo la bugia che i bambini debbano essere “protetti” da queste realtà. Ma non è vero.

Il problema è che così ci allontaniamo dall’idea di bambino competente.
Trattiamo i bambini come incapaci, come esseri da censurare e proteggere. Invece hanno una sorprendente capacità di comprendere, di affrontare anche le domande difficili, se solo abbiamo il coraggio di accompagnarli con sincerità.

Per questo io parlo di una pedagogia della sincerità: significa includere nei percorsi educativi il dialogo sulle emozioni, sulla fragilità, sul fallimento. Non è un vezzo: è fondamentale. Perché l’errore, ad esempio, è il cuore dell’apprendimento. E la fragilità è ciò che ci rende umani.

È curioso notare che nel mondo del lavoro questi temi – emozioni, errori, fallimenti – sono ormai diventati centrali. Ci sono libri interi che celebrano il “fallire bene” come competenza, o che parlano del valore del confronto con la morte. Eppure a scuola continuiamo a considerarli tabù. Ma se i bambini non imparano da subito a guardare in faccia queste dimensioni della vita, come potranno farlo da adulti?

Io credo che bambini e ragazzi debbano crescere allenati al pensiero e al confronto con le grandi domande. Non serve proteggerli dal mondo: serve insegnare loro a starci dentro con fiducia e con strumenti veri.

È indispensabile coltivare la capacità di pensare. E come possiamo far crescere bambini, ragazzi, futuri adulti capaci di pensiero se togliamo dalla loro portata argomenti e temi solo perché noi li giudichiamo “difficili”, “tabù”, “non adatti”? Dov’è la libertà di pensiero se siamo noi adulti a decidere che cosa si può o non si può pensare? Il punto è questo: non va sottratto nulla. Va accompagnato.

Accompagnare significa usare linguaggi adeguati all’età, informarci come adulti e citare fonti affidabili. Se affrontiamo temi complessi, dobbiamo saper portare ricerche serie, documenti con fondamento, aiutando bambini e ragazzi a distinguere i contenuti, a porsi domande, a fare scelte consapevoli nel mare delle informazioni. Questo è il nostro compito: non chiudere gli argomenti in un cassetto, ma insegnare a navigarli, a valutare, a confrontare, a pensare con la propria testa.

3) “L’autorità si fonda sul silenzio dell’altro” scriveva Pier Paolo Pasolini. Che idea di autorità attraversa la scuola tradizionale? È possibile educare senza esercitare un potere gerarchico? Come si costruisce un’autorevolezza che non si imponga, ma si proponga?
“L’autorità si fonda sul silenzio dell’altro.” È una frase che mi interroga.

La scuola tradizionale porta con sé una certa idea di potere gerarchico: la logica del bastone e della carota, l’obbedienza momentanea e quasi mai il dialogo.

In pedagogia, però, c’è una distinzione che per me è decisiva: genitore/educatore autorevole non è autoritario. L’autoritarismo poggia su una struttura rigida in cui l’altro non è considerato un essere pensante. L’autorevolezza, invece, ha radici nella relazione.

Per me, autorevolezza significa fiducia: anche nelle burrasche – penso all’adolescenza – l’adulto resta una guida salda. In un mare in tempesta servono punti fermi, una bussola e un timone. L’educatore rimane guida perché fonda la relazione su rispetto, coerenza, competenza. L’autorevolezza non si impone: scaturisce dalla relazione.

Chi è autorevole è un coach o un facilitatore: lo riconosco perché ha valori chiari, sa comunicare, è coerente tra ciò che dice e ciò che fa, ammette i propri errori, offre rispetto per primo e sa mantenere equilibrio e calma nel conflitto. Se tutto questo manca, è difficile che l’altro venga percepito come figura autorevole.

C’è poi un aspetto che considero non negoziabile: l’autorevolezza nasce anche da un lavoro su di sé.
Un adulto che pretende di educare “per sentenze” ma non pratica riflessione, autoriflessione, autovalutazione rischia di non essere credibile. Io credo nella domanda come strumento quotidiano: chiedermi come sto educando, che cosa posso migliorare, che cosa non ha funzionato. Non sempre è semplice, ma oggi abbiamo strumenti che ci sostengono: libri, professionisti, percorsi, conferenze.
Non siamo soli in questo compito educativo; possiamo chiederci aiuto e crescere come adulti per poter essere davvero guide – presenti, salde, umane.

4) Nel tuo libro Scuole Felici, emerge una visione dell’educazione come cura del possibile. Ma quanto spazio ha oggi il possibile dentro istituzioni scolastiche che sembrano spesso votate al controllo e alla standardizzazione?
Questa domanda mi sta molto a cuore, perché è una di quelle che mi porto dentro da tempo e che, in fondo, ha trovato risposta proprio nella costruzione di un progetto educativo fondato su valori chiari: Scuole Felici.

Mi piace sviscerare la parola possibile, lasciarla risuonare, perché dentro ha un’energia enorme.
 
Oggi, quando parliamo di “istituzione scolastica”, tendiamo a immaginarla come un’entità astratta, separata. In realtà, la scuola è fatta di persone: insegnanti, coordinatori, dirigenti, legislatori, chi scrive le norme e chi ogni giorno entra in classe.

È vero che oggi la scuola è spesso una scuola della standardizzazione, e che quando si prova ad aprire un dialogo con le istituzioni non sempre si trova disponibilità: c’è resistenza, c’è fatica, perché cambiare richiede impegno, tempo, formazione. E quel tempo non lo si trova dentro l’orario scolastico, già colmo di lezioni e relazioni con gli alunni: il cambiamento si costruisce oltre, come scelta di responsabilità e dedizione.

Qui entra in gioco per me il tema della formazione continua. Nelle Scuole Felici è condizione imprescindibile: senza formazione non c’è trasformazione. Serve personale che non si limiti a “fare il suo”, ma che riconosca in questo lavoro anche una parte di vocazione. Io penso spesso al concetto giapponese di ikigai: fare ciò che amo, che so fare bene, che è allineato ai miei valori e che porta beneficio agli altri. Educare, per me, è questo: armonizzare tutte queste dimensioni. Non è solo uno stipendio a fine mese: è un atto che porta con sé passione, responsabilità, desiderio di bene collettivo.

Se ci prendiamo davvero cura del possibile, allora dobbiamo trasformare gli ambienti, i tempi, i contenuti della scuola. Le cosiddette “materie” diventano ambiti di apprendimento più ampi e flessibili, e non si può più rimanere prigionieri della standardizzazione. Perché un’offerta formativa rigida, uguale per tutti, non risponde mai all’unicità di ciascun bambino. Come possiamo coltivare la versione migliore di ogni essere umano con una proposta già pronta, già chiusa, scritta in una guida per insegnanti da seguire giorno dopo giorno? Questo approccio è non solo sterile, ma anacronistico.

Le classi del presente – e sempre più quelle del futuro – sono composte da bambini che arrivano da culture diverse, con capacità e bisogni differenti. E questa diversità è ricchezza. Per questo mi convince sempre meno l’idea di “programma da eseguire”: ho incontrato maestri e dirigenti che hanno avuto il coraggio di superare i vincoli della standardizzazione, anche del giudizio e del voto, e hanno costruito scuole pubbliche elastiche, creative, rispettose delle unicità. Sono loro che fanno la differenza, perché dimostrano che si può fare.

E qui torno a una parola che amo moltissimo: maestro. Non l’esecutore di un programma ministeriale, ma una persona che ci mette il suo, che è esempio umano, che trasmette passione, che sa incarnare un sapere e renderlo vivo. Un maestro che educa al possibile non è un burocrate della didattica, ma qualcuno che ogni giorno apre spazi di libertà e di futuro.

5) Cosa perdiamo quando riduciamo l’insegnamento a “trasferimento di conoscenze”? In che modo il tuo progetto e il tuo pensiero propongono una visione alternativa del sapere, più incarnata, dialogica, e forse anche più “felice”?
Questa domanda tocca il cuore stesso dell’educazione, perché ci permette di chiarire non solo che cosa significa insegnare, ma anche che cosa non significa.

L’idea che insegnare equivalga a un semplice trasferimento di conoscenze – dall’alto verso il basso, dal docente agli alunni – è, a mio avviso, una visione sbagliata e superata. Lo è negli studi pedagogici, nelle ricerche scientifiche, e lo è anche negli esempi di altri sistemi educativi. Eppure, ancora oggi, la scuola italiana resta in gran parte ancorata a questo modello.

Lo si vede anche dagli spazi: la cattedra davanti, i banchi allineati, la lavagna – che sia tradizionale o una LIM – trasmettono comunque l’idea di un sapere che scorre in una sola direzione. È un’impostazione che favorisce la trasmissione frontale e che limita le possibilità di dialogo e cooperazione.
Ripensare gli spazi significa già ripensare il concetto stesso di apprendimento. Penso, ad esempio, alla circolarità delle idee: il circle time, le sedute disposte in cerchio, le aule flessibili. O ai corridoi trasformati in luoghi di incontro, con divanetti, librerie, angoli per leggere o scambiare pensieri. Penso a scuole del Nord Europa che ho visitato, dove esistono spazi dedicati alla ricerca, grandi tavoli per lavorare insieme, aule con e senza tecnologia che favoriscono la collaborazione.
 
E poi penso all’aula a cielo aperto, che per me è centrale: il mondo stesso è la più grande aula. All’aperto si apprende meglio, non solo osservando i fenomeni naturali, ma anche scrivendo poesie in giardino, realizzando land art o installazioni effimere, osservando il paesaggio e così via. Portare i bambini fuori significa abbattere i confini del banco e aprire a una conoscenza più autentica e libera.

Il sapere che mettiamo al centro con Scuole Felici è un sapere incarnato, dialogico e felice.
Incarnato, perché passa attraverso il corpo, i sensi, l’esperienza concreta: si impara facendo, toccando, giocando, sporcandosi le mani.
Dialogico, perché si costruisce insieme, con il confronto, le domande, lo scambio.
Felice, perché nasce da un benessere diffuso che rende l’apprendimento naturale e spontaneo.

Oggi si parla molto di game based learning anche nelle aziende: usiamo il gioco per formare adulti e professionisti, perché sappiamo che così si apprende meglio. Allora, perché non farlo nelle scuole, con i bambini? A maggior ragione ha senso lì, dove il gioco è linguaggio naturale.

È ormai chiaro che quando si sta bene, si impara meglio. Lo confermano studi, ma soprattutto lo vedo ogni giorno: un bambino sereno e interessato fissa le informazioni quasi senza sforzo, in maniera spontanea e duratura. Questo vale per i piccoli, ma anche per gli adulti: la motivazione, l’autostima e la sensazione di “flow” – quella di cui parla Mihály Csíkszentmihályi – sono la condizione che rende ogni apprendimento profondo e significativo.

Per me, quindi, insegnare non è mai versare nozioni in un contenitore vuoto. È accendere un fuoco, creare un contesto che favorisca la scoperta, la motivazione, la gioia. È in questo modo che il sapere diventa qualcosa che resta, perché è stato vissuto, sentito, condiviso.

6) Se la scuola è uno specchio della società, quanto ci parla oggi delle nostre paure più profonde? Paura del cambiamento, del conflitto, del corpo, del silenzio…Come possiamo trasformare questi tabù in possibilità educative?
Se la scuola è davvero uno specchio della società, allora ci mostra molto chiaramente anche le nostre paure. E la prima, che ritorna in tante forme, è la paura del cambiamento. È come se restassimo ancorati a ciò che conosciamo, anche se non funziona, per timore di metterci in gioco.

Poi c’è la paura di tutto ciò che definiamo “tabù”: la paura del conflitto, ad esempio.

La scuola di oggi non è dialogica, non si fonda sul pensiero critico. Non allena i ragazzi a ragionare, a confrontarsi, a sostenere un’idea, a dialogare su ciò che accade nel mondo. Eppure strumenti come il dibattito – che è anche una forma di game based learningpotrebbero aprire spazi straordinari, soprattutto alle superiori, dove imparare a discutere con rispetto e a supportare le proprie tesi è una competenza fondamentale per la vita.

C’è poi la paura del corpo. Il corpo, a scuola, è ancora visto come qualcosa da contenere: castrato, seduto, composto. A parte l’ora di educazione fisica, si pensa che si apprenda solo stando immobili al banco. Ma è un modello che non funziona, soprattutto se pensiamo ai bambini neurodivergenti, a chi ha difficoltà attentive, a chi ha bisogno di movimento continuo. La scuola così diventa poco accogliente, pretende corpi tutti uguali, fermi, silenziosi. Eppure potremmo offrire alternative: dallo yoga alla meditazione, dalle discipline orientali a semplici esercizi di consapevolezza, esperienze che aiutano bambini e ragazzi – spesso frenetici e iperstimolati – a sostare, a ritrovare il silenzio dentro di sé. Ma quasi mai le proponiamo.

Infine, vedo una scuola che ha paura di imparare da altri sistemi educativi. Si arrocca nella propria storia pedagogica – che pure è ricca e preziosa – senza avere il coraggio di aprirsi a esperienze che altrove hanno già portato frutti straordinari. Perché? Perché vengono da lontano, perché sembrano troppo diverse.

Eppure, avremmo bisogno proprio di questo: di respirare innovazione, di nutrirci di altre visioni per arricchire la nostra.
 
Per me la vera scuola non dovrebbe avere paura di nulla di tutto questo. Dovrebbe mettere al centro il corpo, le emozioni, l’empatia, la sincerità del linguaggio. Dovrebbe aprirsi ai grandi temi della vita – affettività, sessualità, diversità, morte, rispetto – e farne occasione di crescita. Solo così può diventare uno spazio stimolante, ricco, libero.

E la parola chiave, per me, è proprio questa: libertà.
Una scuola che educa alla libertà è una scuola che non censura, non teme, non chiude.
È una scuola che accompagna i bambini e i ragazzi a diventare persone intere, pensanti, aperte. E questo, per me, è il senso più autentico di educazione.
 
“L’educazione non è preparazione alla vita. È la vita stessa.”
In ogni scelta educativa si nasconde una visione del mondo.
 
Una scuola che reprime il corpo e che nega la fragilità misurando tutto in voti sta dicendo qualcosa di profondo – e forse inquietante – sulla società che vogliamo costruire.

Educare può essere, invece, un atto di resistenza gentile, un gesto creativo, una pratica quotidiana di libertà.
 
Ripartire dall’umano, dalla relazione, dalla felicità come competenza, significa rifiutare l’idea che l’educazione sia solo un ingranaggio del sistema.

Significa riconoscere che in ogni aula, in ogni bambino, in ogni insegnante, c’è già il seme di un altro possibile.


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