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Elogio della psicoterapia

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Elogio della psicoterapia

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Danilo Cappella in (Alter)azioni · Mercoledì 18 Mar 2026 · Tempo di lettura 4 minuti
Tags: psicoterapiasalutementalebenessereautoaiutocrescitapersonaleterapiasupportoemotivoprofessionistidellasalutetrattamentorelazioniinterpersonali
L’ultima volta che si era seduto su quella sedia, Omar lo aveva fatto con più reticenza del solito.
Non che abitualmente la cosa non gli piacesse, ma sentiva di aver esternato ogni suo malumore, ormai, e non sapeva se dall’altra parte sarebbero arrivati nuovi stimoli di ricerca interiore.
Eppure.
Aveva parlato per quasi sette ore, ricevendo in risposta solo commenti di approvazione e consenso, o almeno questa era l'impressione che aveva.
Si stava persuadendo che forse avrebbe potuto, e dovuto, cambiare posto per trovare una nuova sedia su cui sedersi, come del resto la donna di fronte, evidentemente di grande etica giacché conscia del potere che avesse in mano, gli aveva consigliato.
E mentre pensava tutto questo, la sua bocca continuava ad andare, raccontando altre cose, altri aneddoti o episodi della propria vita per vedere se riconducessero a dei traumi.
Quando fu convinto di aver esaurito gli argomenti, si zittì.
I secondi di silenzio furono così pochi e la domanda che arrivò fu così pertinente che subito le sue presunte certezze si ribaltarono, su tutto: sulla persona che aveva di fronte, su quella sedia, su tutto quello che quella sedia significava, sulla necessità di sedercisi, necessità comune a ciascuno degli otto miliardi di esseri umani, sfruttata solo da pochi.
Del resto, nel mondo in cui viveva, per molti fare un percorso del genere significava debolezza, e la debolezza non è mai socialmente accetta.
“E allora dimmi” – disse la donna di fronte – “qual è la tua idea di felicità?”
Silenzio.
Perdizione.
Viaggio nell’inconscio.
“Beh, partirei da quello che per me non è. Non è uno status o una condizione in cui ci si trova per tempi lunghi, non è uno stato d’animo con il quale attraversare la giornata.
È un attimo.
È quel momento in cui il tempo non esiste, né in forma di futuro né in forma di passato, esiste solo il qui ed ora, non c’è altro nella mente.
È l’istante preciso in cui l’anima si rende conto che quell’istante stesso coincide con l'infinito.
È un posto dove staremmo per sempre, ma forse così facendo gli faremmo perdere significato”
“E se la conosci così bene, se la riconosci apparentemente così bene, perché pensi di non poterla trovare mai più?”
“Perché il dolore che ho provato è troppo forte, non lo posso dimenticare, cancellare, ignorare”
”Non puoi e non devi, direi io.
Ma devi riuscire a guardare questa cosa diversamente.
Immagina che la felicità e il dolore siano su una retta, in posizioni simmetriche rispetto a uno zero che rappresenta il nostro stato d’animo quando veniamo al mondo.
Quando arriva quel momento che hai descritto prima, la nostra felicità è al massimo; supponiamo di darle un valore numerico, per semplificare il tutto, diciamo che è cento, d’accordo?
E sul dolore che hai provato non posso darti torto, capisco che sia difficile pensare di ritrovare la felicità come la conoscevi.
Ma tu immagina quella retta, immagina che quel dolore ti faccia partire da meno dieci, anziché da zero.
Nei momenti di felicità, allora, sarai a novanta e non più a cento, ma questo non vuol dire che non sei felice.
Hai solo una felicità diversa, conscia dei dolori, solo apparentemente di minore intensità, e invece forse proprio per questo più importante.
Perché essere felici senza aver provato dolore è un lusso che tutti ci siamo permessi, ma con i macigni addosso che ci portiamo, essere felici ha valenza doppia, tripla, quadrupla. Non lo dimenticare.”
Omar si alzò dalla sedia con gli occhi lucidi, salutò con la voce tremante, tornò a casa.
Incontro una sua amica e le raccontò tutto, soprattutto raccontò la necessità di quella sedia, di quanto lo facesse stare bene, di quanto avvertisse che tutti avrebbero dovuto provare a starci sopra almeno una volta nella vita.


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