Essere infelici è un tabù?
Pubblicato da Irene Mancuso in Articoli · Mercoledì 23 Set 2026 · 3 minuti
Tags: infelicità, tabù, benessere, emozioni, salute, mentale, società, stigma, felicità, autoconoscenza, psicologia, giacomo, leopardi
Tags: infelicità, tabù, benessere, emozioni, salute, mentale, società, stigma, felicità, autoconoscenza, psicologia, giacomo, leopardi
“Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia
infelice è infelice a modo suo” di Tolstoj in Anna Karenina è oramai una
frase cult. Una di quelle che conosci o senti ripetere spesso, pur non avendone
mai letto. Purtroppo, o per fortuna, da quando uscì il film “Scusate se esisto”
con la magistrale Paola Cortellesi come protagonista, nella mia testa questo
incipit risuona unicamente con la voce di Marco Bocci nel personaggio di
Nicola. Vi consiglio la visione, così capirete e vi farete anche due risate.
Eppure, ci sarebbe poco da ridere visto il messaggio che
Tolstoj già all’epoca voleva mandare. La felicità ha una sola veste, in grado
di omologare chiunque la porti, ma l’infelicità? Lei sì che è in grado di
distinguerci, di far emergere le peculiarità che ognuno di noi ha, nel bene e
nel male. È una veste scomoda che ci mette di fronte a domande alle quali forse
non vorremmo rispondere. Per questo motivo, specialmente oggi, la sommergiamo
di finto ottimismo, finto buonismo illudendoci che con il potere della
“manifestazione” tutte le nostre vulnerabilità possano sparire da un momento
all’altro...
Negli ultimi anni, soprattutto con la diffusione dei social,
e ancor più di video tutorial o liberi professionisti diventati content
creator, si è parlato molto dei benefici della terapia, si è sviscerata la
psicologia, la pedagogia fino ad ogni nota piè di pagina dei manuali. Ma se da
un lato abbiamo capito di voler risolvere il nostro malessere, ci siamo anche
dati modo di attraversarlo, senza dover andar via? Rimanendo lì, con la nostra
tristezza?
Perché a volte l’impressione è che l’infelicità sia un
elefante in cristalleria, che i panni sporchi vadano lavati a casa, che sia
necessario fare il tifo per la psicoterapia senza però poi “metterci la
faccia”, a differenza di chi invece, di questo pessimismo, tanto criticato e
travisato, ne ha fatto un percorso di vita, scandendo la propria esistenza
sulla base di quanto la vita fosse ingiusta e infelice.
Giacomo Leopardi, i cui elogi si sprecano, non fu altro che
un uomo con troppe domande, e infinite risposte, in un’epoca votata ai
tecnicismi (secolo Illuminista) e poco poetica...trasformò i dubbi in poesia
con il coraggioso realismo che ancora oggi, i più attenti, potranno notare nei
suoi testi.
Non mero pessimismo, etichetta che più volte ha cercato di
togliersi di dosso. Ma consapevolezza. E non è dopotutto quello che ancora noi
oggi chiediamo ai nostri interlocutori? O quando guardiamo un reel fieri di
aver preso coscienza su un nuovo argomento? Con l’unica differenza, che pur tra
malanni e vita famigliare disastrata, Giacomo Leopardi seppe accettare la
condizione umana, la sua vulnerabilità e la sua anche lucida infelicità.
Noi ne saremmo capaci?
[Io ho avuto abbastanza coraggio per non cercare di
diminuirne il peso, né con frivole speranze di una pretesa felicità futura e
sconosciuta, né con una vile rassegnazione]
Giacomo Leopardi
