Vai ai contenuti

Essere o non essere umani: Marina Abramovic

Salta menù
Salta menù

Essere o non essere umani: Marina Abramovic

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Morgana Raimondi in Oltre la cornice · Mercoledì 11 Feb 2026 · Tempo di lettura 6 minuti
Tags: MarinaAbramovicarteperformanceumanitàfilosofiaemozioneespressioneidentitàcontemporaneoriflessione
Cosa significa umano?
Tra le tante versioni fornite da Treccani, una mi ha colpito in maniera particolare: “(...) Che ha i sentimenti propri dell’uomo o che dovrebbero essere propri dell’uomo (in confronto alle bestie feroci); equo, affabile, pieno di comprensione, aperto a sentimenti di pietà (...) Che è conforme a sentimenti di equità e rispetto 1.

Penso che noi esseri umani siamo creature eccezionali; dopotutto, se ci riflettiamo, quale altro essere vivente è riuscito ad ideare una perfezione simile alla cupola di Santa Maria Novella a Firenze, eguagliare l’ingegno di una città fondata letteralmente sull’acqua nella laguna veneta, concepire melodie perfette nonostante la perdita quasi totale dell’udito... o ancora, creare, con ingredienti poverissimi come acqua, farina e pomodoro, il simbolo universale della convivialità per antonomasia?

Nonostante ciò, l’uomo si dimostra purtroppo capace anche di altro, mostrando una natura violenta e crudele, non solo nei confronti di se stesso ma anche (e soprattutto) sugli altri, spesso innocenti o maggiormente vulnerabili.
Anche per questa nostra nuova “chiacchierata”, mi sono fatta aiutare dall’arte, con un’opera però molto particolare.
Non si tratta di un classico quadro o di una scultura. In realtà non è nulla di tangibile, tradizionale. Ciò che ci è rimasto sono le documentazioni fotografiche e visive (= video) di una delle performance artistiche più sconvolgenti conosciute dal grande pubblico.

Si tratta di Rhythm 0, ideata e realizzata da Marina Abramovic, una delle figure artistiche femminili più significative della nostra contemporaneità.
Conosciuta come “la madrina della performance art”, è diventata celebre per aver usato il proprio corpo non solo in termini gestuali ma come una vera e propria materia espressiva, una superficie su cui operare. Per la sua volontà d’indagare i retroscena dei comportamenti umani, delle pulsioni, delle sensazioni, ideò quest’arte militante volta a
colpire i tabù dei giorni nostri, le convenzioni sociali, il perbenismo e le inibizioni. Non c’è da sorprendersi quindi constatare come la sua pratica artistica divida ancora oggi la critica generale perché il risultato è sempre un qualcosa ai limiti della provocazione, destando scandalo, fastidio o, in alcuni casi, angoscia in quanto Abramovic arriva addirittura a mettere a rischio la propria incolumità.

Questo tra l’altro è ciò che è successo proprio con Rhythm 0, una performance del 1974 avvenuta nella Galleria Studio Morra di Napoli. Il suo obiettivo era quello di mostrare il lato oscuro dell’essere umano, prendendo in esame persone comuni, lontane dall’immaginario stereotipato del criminale rinchiuso in prigione.
In una sala spoglia si offrì letteralmente al pubblico per sei ore consecutive, senza pause: si posizionò al centro dell’ambiente, muta, immobile e col suo sguardo iconico perso sul nulla. C’era però accanto a lei un tavolino colmo di oggetti, precisamente 72, dai più innocui (battezzati sotto la dicitura “di piacere” come una rosa, un rossetto, una
spazzola...) ai più pericolosi (coltello da cucina, forbici e una pistola carica). Prima d’iniziare la performance, lasciò un foglietto con le istruzioni: “Ci sono 72 elementi sul tavolo e si possono usare liberamente su di me. Premessa: io sono un oggetto. Durante questo periodo, mi prendo la piena responsabilità di ciò che accade”.

Alle 20 cominciò “l’esperimento”.
All’inizio non accadde nulla di particolare. I visitatori entravano nella sala, guardavano perplessi l’artista ma dopo qualche minuto passavano oltre. Oltre al non capire cosa stesse facendo, c’era in generale una certa soggezione diffusa. Pian piano qualcuno cominciò a rapportarsi con lei con fare gentile, dandole una carezza o porgendole una
rosa. Ad un certo punto però qualcun altro, vedendo che Marina non reagiva a nulla, alzò  “l’asticella del permesso” e, come una reazione a catena, alcuni cominciarono a tagliarle i vestiti, spintonarla e addirittura ferirla con i primi strumenti che capitavano sotto mano. Lei però rimase fedele alla parola data in quel foglietto e rimase immobile fino alla fine, con solo il movimento delle lacrime che, verso la metà della performance, cominciarono a
rigargli il volto, sia per il dolore, sia per la brutalità a cui stava assistendo su di sé.

All’improvviso capitò l’inimmaginabile: uno ebbe il coraggio d’impugnare la pistola carica e puntargliela alla testa. Prima che la situazione degenerasse, intervenne il gallerista, infuriato, che lanciò via l’arma, lontana dall’artista.
Allo scadere delle sei ore, Marina ritornò padrona di se stessa, visibilmente provata e spaventata e non appena si mosse in direzione del pubblico, molti fuggirono per evitare un confronto diretto con lei.
Un’opera di una crudezza disarmante e purtroppo più attuale che mai, nonostante la distanza temporale di 50 anni dalla sua “messa in scena”. Non solo vista come violenza sulle donne (la maggior parte di chi le fece male venne identificato come maschio), ma come violenza generale nei confronti del prossimo.

Esiste una teoria psicologica che può descrivere a grandi linee quest’episodio: effetto Lucifero, una proposta portata avanti da Philip Zimbardo che spiega come persone ordinarie e moralmente integre possano paradossalmente arrivare a compiere atti malvagi o brutali se poste in determinati contesti situazionali e dinamiche di gruppo.
Riprendendo l’apertura di questo pezzo, viene naturale quindi chiedersi se possiamo considerarci davvero umani noi essere umani.
Una risposta semplice ed immediata, ammetto, purtroppo non ce l’ho ma forse Marina, in maniera inconsapevole perché non aveva calcolato nulla di quanto sarebbe accaduto, voleva portare la nostra attenzione su un elemento specifico della sua performance o meglio, una persona, Beppe Morra, il gallerista e proprietario all’epoca dello studio.

Di fronte a ciò che stava accadendo non si è voltato, non ha lasciato che succedesse l’irreparabile, andando contro in qualche modo al volere di Marina ma salvandola.
Ha scelto. Ha deciso di far prevaricare l’aspetto Bello di noi Uomini, esseri umani.
Perché forse è vero. Siamo tanto e, sfortunatamente, ciò non ci fa sempre onore. Ma fortunatamente siamo anche tanto. Tanto altro.


1 Umano - Significato ed etimologia - Vocabolario - Treccani


FiloTabù ETS
CF: 96647800588
via San Telesforo 10, Roma

Site Powered By Novus88
Torna ai contenuti