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Farsi voce dove c’è solo rumore: Murat Cinar e il giornalismo oltre la censura morale

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Farsi voce dove c’è solo rumore: Murat Cinar e il giornalismo oltre la censura morale

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Mercoledì 10 Set 2025 · Tempo di lettura 16 minuti
Tags: FarsivocerumoreMuratCinargiornalismocensuramorale
Tutta la verità è semplice: non è forse questa una doppia menzogna?”
 
— Friedrich Nietzsche

Viviamo in un’epoca in cui l’informazione è immediata, globale, digitale. Ma anche in cui le verità più urgenti restano fuori campo, coperte da veli ideologici, vincoli economici, convenienze geopolitiche o sensi di colpa collettivi mai elaborati.
 
Con Murat Cinar, giornalista, analista e voce libera dentro e fuori il giornalismo italiano, entriamo in uno dei territori più tabù del nostro tempo: il ruolo dei media nella costruzione (o nel silenzio) dei conflitti. Dalla Turchia a Gaza, passando per il linguaggio, l’invisibilità delle minoranze nelle redazioni e l’indifferenza mascherata da “neutralità”, questa intervista scava dentro quello che non si dice, e ancora di più, come non lo si dice.

In un mondo in cui la guerra si combatte anche con le parole, decidere cosa nominare e cosa ignorare è un atto politico. E umano.
 


1) In che modo la copertura mediatica internazionale tende a semplificare o complicare la comprensione delle dinamiche geopolitiche estere, nel suo caso, in Turchia e Medio Oriente? Quali sono, secondo lei, i principali tabù che possono impedire, oggi, una narrazione onesta e completa di questi paesi nei media occidentali?
Ci sono vari elementi verticali e orizzontali che potrebbero causare questa situazione. Inizierei con alcuni di quelli orizzontali.
Nel mondo del giornalismo italiano, c’è un’attenzione emergenziale sulle tematiche internazionali. Se in un paese specifico non accade niente di straordinario, di solito non se ne parla. Questo fa sì che di quel paese oppure di quella zona specifica si parli quasi sempre attraverso i tempi straordinari e negativi come la guerra oppure le profondità dittatoriali. Contemporaneamente, questa scelta fa sì che si riesca a conoscere poco il mondo.

La mancanza quasi totale di giornalisti con un background migratorio fa sì che di alcuni Paesi o aree siano gli “italiani bianchi” a parlare, spesso con poca esperienza di vissuto e senza le competenze linguistiche necessarie. Quindi si rischia di fare una narrazione approssimativa oppure sbagliata.

Ovviamente il fatto che gli inviati non ci siano quasi più rende il lavoro difficile. Quindi spesso i giornalisti fissi delle redazioni occasionalmente partono per fare gli inviati per un breve tempo. Questo fa sì che ci sia poco spazio per informazioni approfondite e autentiche.

Infine, ci sono due elementi che sembrerebbero parzialmente importanti ma a mio parere sono molto importanti. Prima di tutto, nelle redazioni italiane ci sono poche donne, sia a lavorare che a dirigere, e poi tra i colleghi non è molto diffusa la conoscenza di una lingua straniera. La parte linguistica, in termini di valutazione della veridicità delle notizie, è molto cruciale. Il giornalista, avendo pochi strumenti linguistici a disposizione, soprattutto in quest’epoca delle fonti digitali, ha poca possibilità di diagnosticare, analizzare e trasmettere correttamente le informazioni. In più, l’impronta maschile e priva di conoscenza di una lingua, magari non europea, fa sì che ci siano pochi accessi alle fonti originali e chi legge abbia una visione maschile delle cose. Si tratterebbe di un’esperienza che abbiamo vissuto durante la guerra fredda, in realtà. La narrazione del “blocco rosso” per un lungo periodo è stata quasi solamente di un tipo; demonizzata e definita come una grande minaccia, escludendo tutte le somiglianze che aveva quel blocco con la nostra storia e con il nostro passato.

Il legame tra giornalismo maschilista e narrazione distorta delle notizie è stato oggetto di analisi in diversi studi di media e gender studies. Autrici come Gaye Tuchman hanno mostrato come la stampa contribuisca alla "symbolic annihilation" delle donne, ovvero alla loro riduzione a stereotipi o alla loro invisibilità. Allo stesso modo, Bell Hooks ha evidenziato come i media mainstream riproducano gerarchie patriarcali, marginalizzando le esperienze femminili. Anche Judith Butler, con la sua teoria della performatività di genere, ci ricorda che il linguaggio giornalistico non descrive soltanto la realtà, ma la costruisce: un giornalismo maschilista, quindi, contribuisce a produrre e consolidare narrazioni sbagliate che rafforzano le disuguaglianze di genere.

Invece, se dovessimo parlare degli elementi verticali senz’altro dovremmo parlare del legame che hanno, direttamente oppure indirettamente, alcune redazioni con vari partiti politici, correnti politiche oppure con un certo tipo di capitale. Durante la guerra tra Iraq e Iran dal 1980 al 1988, durante l’invasione dell’Afghanistan abbiamo notato, e oggi nelle politiche genocide di Israele oppure durante l’occupazione russa in Ucraina notiamo, come alcuni media non prendano posizione oppure raccontino parzialmente la verità e addirittura la raccontino in modo manipolato.
 
I media legati ai grandi capitali tendono a perdere l'oggettività nel racconto di guerre e dittature, poiché condizionati da interessi economici e geopolitici. Come sottolinea Noam Chomsky nella teoria della "manufacturing consent", l'informazione diventa strumento di legittimazione del potere più che di analisi critica, offrendo così una narrazione parziale e funzionale agli assetti dominanti.

2) Un anno fa ha scritto una sua analisi "Propaganda di guerra, un confronto tra il caso turco e quello israeliano”: quali sono le principali somiglianze e differenze tra le strategie di propaganda di guerra della Turchia e quelle di altri Paesi con contesti geopolitici complessi come Israele? Come viene utilizzata la narrazione mediatica per influenzare l'opinione pubblica interna e internazionale?
Sono due paesi in cui si vive, da anni, in piena emergenza. Si tratta di diverse emergenze legate agli affari interni o esterni come la paura di perdere la sovranità, l’integrità territoriale, l’invasione di un altro paese oppure il cambiamento del sistema democratico attraverso i colpi di stato.

Questo continuo sentimento emergenziale ovviamente prima di tutto viene comunicato dall’alto, ossia dai vertici del governo di turno e dagli esponenti importanti delle forze armate. Successivamente subentrano alcuni media (statali o privati) e poi arriva il mondo dell’istruzione.

Quindi i politici, durante la campagna elettorale, invitano i cittadini a votare i loro partiti per rafforzare le misure securitarie, potenziare la lotta contro il “terrorismo” e far sì che la nazione diventi grande e si faccia valere. Da questo punto di vista l’attuale amministrazione statunitense e l’attuale governo italiano, possiamo dire che, attraverso la figura dell’immigrato (e non solo), portano avanti le stesse modalità di comunicazione politica.

Poi le forze armate, durante le feste nazionali, soprattutto quelle militari, fanno delle gloriose dimostrazioni di potere militare. Il servizio militare obbligatorio ovviamente ha un ruolo molto importante in questa partita. Così le caserme diventano i luoghi di indottrinamento e propaganda oltre a essere le case di addestramento per una cultura nazionalista, maschilista e militarista. Sia in Israele che in Turchia, da anni, il servizio militare è un’opportunità per lo Stato per iniettare il concetto del popolo di un colore, di una fede e di una lingua unica. La presenza delle forze armate si nota con i soldati nella vita quotidiana (in Israele, anche durante i permessi a casa, senza divisa, portano armi) e anche nei luoghi comuni attraverso le statue nelle piazze dedicate ai “caduti”, le vie o le navi nominate con i nomi dei “caduti” (da questo punto di vista anche l’Italia ha numerosi casi analoghi, ossia ci sono tante vie e piazze dedicate ai criminali militari del fascismo tuttora).

In Turchia, il mondo dell'istruzione invece porta avanti un lavoro capillare e molto "efficace": la lettura quotidiana del "giuramento della gioventù turca al padre fondatore della Repubblica" (non è più obbligatorio dal 2013) oppure l'intonazione dell'inno nazionale il lunedì mattina e il venerdì sera; l'insegnamento della marcia militare per gli studenti maschi durante le lezioni di ginnastica, il disegno della bandiera nazionale durante le lezioni di disegno, l'intonazione collettiva delle canzoni nazionaliste durante i corsi di musica oppure le lezioni di educazione alla sicurezza nazionale (rimosse nel 2012).
 
Tuttora i testi scolastici, distribuiti gratuitamente dal Ministero dell’Istruzione, contengono vari testi, domande di quiz ed esercizi che cercano di creare e illustrare l’immagine del cittadino esemplare di un tipo unico, della società di una fede religiosa e di una lingua unica. Nel 2024, attraverso il “Modello di educazione per la Turchia del nuovo secolo”, in diverse materie sono stati introdotti dei capitoli che riguardano come essere un soldato, cosa vuol dire il colpo di stato, l’uso delle armi oppure il concetto di morire per la patria.

Un esempio eclatante riguarda la prima settimana dell’anno scolastico, in Turchia, del 2016, ossia l’anno del colpo di stato fallito. Il primo giorno di scuola, in tutto il Paese, la prima lezione era stata dedicata a questo episodio avvenuto il 15 luglio dello stesso anno. Sono state usate le immagini degli scontri, delle morti, ovviamente con tanto di video nazionalisti che elogiavano il governo. La stessa settimana, in numerose scuole, sono state inaugurate mostre di pittura realizzate dagli studenti per commemorare i caduti del 15 luglio.

Un altro esempio importante risale al 2018, l’anno in cui le forze armate turche hanno invaso la Siria nel nome della lotta contro il terrorismo e l’operazione si chiamava “Ramoscello d’ulivo”. In varie scuole pubbliche, gli studenti hanno disegnato con i loro corpi dei ramoscelli d’ulivo e hanno esposto delle bandiere turche gigantesche, mandando un messaggio di sostegno ai soldati in missione.

3) Il tema del genocidio a Gaza è considerato un argomento "tabù" da molti media internazionali. Quali fattori ritiene che contribuiscano al silenzio mediatico su questo tema e qual è il ruolo degli interessi politici ed economici in questo contesto?
Il concetto di genocidio ha una serie di definizioni stabilite da varie autorità internazionali. Ciò che accade in Palestina (devo dire non da qualche anno ma da tempo) è lo spostamento forzato delle persone, la riduzione dello spazio vitale delle masse, la reclusione sistematica della società civile, la limitazione all’accesso ai servizi fondamentali per la sopravvivenza e la riduzione graduale del diritto alla comunicazione con il resto del mondo. Tutti questi punti rientrano nel concetto di genocidio e di pulizia etnica. Si tratta di un crimine commesso contro l’umanità.
 
Nei paesi europei, soprattutto in quelli che durante le dittature fasciste e naziste hanno compiuto l’Olocausto, c’è un notevole senso di colpa collettivo nei confronti del popolo ebraico europeo. Dico europeo perché le vittime dell’Olocausto sono stati per la stragrande maggioranza cittadini europei (ashkenaziti), pochi sono stati gli ebrei del Medio Oriente (sefarditi). Questo senso di colpa collettivo è un fenomeno molto diverso in Germania rispetto all’Italia, e questo punto va specificato. In ogni caso, la tendenza dominante dalla fine della seconda guerra mondiale è stata, gradualmente, quella di associare gli ebrei a Israele, uno Stato creato per gli ebrei, in parte, perché gli europei si sentano meno in colpa. Mentre invece negli USA esiste una grande comunità ebraica antisionista che si oppone da anni alle politiche coloniali di Israele, addirittura all’esistenza dello Stato d’Israele, definendolo come una forza occupante.

A questo fatto sociologico e storico va aggiunto un importante elemento, ossia il legame politico ed economico che i governi israeliani hanno costruito con una serie di paesi europei. Il fatto che Israele abbia sistematicamente ignorato le sanzioni dell’ONU, nonostante le numerose condanne della Corte Internazionale di Giustizia in merito all’occupazione illegale dei territori palestinesi e nonostante il fatto che queste organizzazioni siano composte anche dai paesi europei, ci dà un elemento di riflessione importante.

Suppongo che il collettivo senso di colpa, con il passare del tempo, sia stato legato al tema delle relazioni commerciali, militari e politiche consolidate con Israele e a questo punto i governi israeliani sono riusciti ad agire sempre come volevano.

Un ultimo punto importante riguarda il fatto che Israele non sia stato una minaccia soltanto contro i palestinesi ma spesso anche contro una serie di governi, Stati e organizzazioni presenti nel Medio Oriente. I governi israeliani hanno condotto operazioni militari oppure di spionaggio in modo autonomo oppure in collaborazione con le forze europee per conto di una serie di progetti militari e politici contro queste realtà presenti sul territorio mediorientale. Ovviamente va ricordato che gli stessi governi europei e statunitensi, occasionalmente, hanno avuto ottimi rapporti con regimi sanguinari come quello di Saddam Hussein, la famiglia reale saudita, Ayatollah Khomeini, Al Qaeda e Al Nusra.

4) Facendo riferimento a filosofi come John Stuart Mill, che considerava la libertà di espressione una pietra angolare della società libera, come valuta l'attuale situazione della libertà di stampa e di espressione? Quali sono le più grandi sfide che si trova ad affrontare un giornalista che copre eventi geopolitici critici in regioni come la Turchia e il Medio Oriente? Ha mai riscontrato limitazioni alla libertà di stampa o tentativi di censura nel suo lavoro?
Penso che stiamo attraversando un periodo straordinario. Mentre a livello tecnologico abbiamo sempre più strumenti a disposizione, quindi l’informazione circola più velocemente e abbiamo più fonti disponibili, abbiamo anche un crescente controllo e attivazione dei meccanismi di censura e manipolazione sul mondo digitale. Contemporaneamente le tecnologie militari fanno sì che nelle zone di conflitto non ci siano giornalisti (come vediamo nel caso di Gaza, dove sono stati uccisi più di 200 giornalisti), quindi il cittadino non riceve la corretta informazione.

Quindi aumenta il controllo del meccanismo militare e securitario sull’informazione.
Io personalmente, dal 2017, non torno in Turchia per via di un processo aperto nei miei confronti con l’accusa di “propaganda terroristica”, che ha generato anche un mandato di cattura emesso nei miei confronti. Tutto per via di una serie di tweet che avevo mandato per promuovere i miei articoli e per via di una serie di articoli di cronaca che avevo scritto.

5) Come possiamo, da giornalisti e consumatori di notizie, imparare a riconoscere e sfidare le nostre pregiudiziali culturali e ideologiche nel contesto della narrazione dei conflitti internazionali, e quale ruolo dovrebbe avere l'empatia nella narrazione giornalistica di eventi tragici e complessi come quelli in Turchia e a Gaza?
Prima di tutto penso che sia fondamentale insegnare a tutte le persone, sin da piccole, le basi del giornalismo. Non solo per scrivere, ma per poter essere dei lettori capaci. Il mondo è in piena evoluzione naturalmente, di conseguenza, come tante altre cose, anche la struttura dell’informazione e le caratteristiche del giornalismo cambiano. Questo cambiamento non deve e non può restare riservato solo a coloro che sono addetti al lavoro ed è indispensabile che i lettori siano sempre in grado di distinguere la notizia dalla propaganda, l’informazione dalla disinformazione, la manipolazione e la post-verità. La capacità di cercare, trovare e selezionare la notizia vera fa sì che il lettore sia veramente informato e sia in grado di avere una visione corretta, completa e lucida sui fatti del mondo. Anche attraverso questo strumento sarà in grado di sviluppare la sua capacità analitica e critica. I cittadini critici sono i garanti della democrazia, esattamente come la magistratura indipendente e il giornalismo corretto, libero e indipendente.

Contemporaneamente è fondamentale lavorare sulla storia coloniale nostra. In particolare, l’Italia non ha ancora fatto chiarimenti e conti con i crimini che ha commesso in passato in giro per il mondo. Tuttora ci sono dei governatori che tranquillamente elogiano i crimini commessi dal fascismo, un sistema dittatoriale, veramente esistito e italiano. Non dovrebbe più essere possibile ignorare questo fatto. I conti rimasti sospesi spesso creano le basi di un nuovo percorso e di un futuro in cui i nuovi crimini vengono legittimati oppure ignorati. Esattamente come il passato migratorio italiano. Oppure come il genocidio armeno nella storia della Repubblica di Turchia. Per non parlare del genocidio dei Rom e Sinti (Porrajmos) commesso in Europa dagli europei.

L’empatia è un sentimento che si impara e si sviluppa, ma si tende a perdere molto facilmente e velocemente per via dei fatti che viviamo sia a livello individuale sia collettivo. Quindi è necessario tenerla sempre viva attraverso l’insegnamento, un’educazione politica e civica collettiva. Più si affronta il passato, più si tende a non fare gli stessi errori in futuro.

Oggi assistiamo a un’ondata di riscrittura e revisione del passato, in Italia e altrove. Questa tendenza viene sostenuta da un sistema scolastico sempre più concentrato sulla parziale o manipolata narrazione della storia insieme ai governatori e ad alcuni media. Il revisionismo della storia cancella i fatti del passato e tende a legittimare gli errori e i crimini. Questo crea una popolazione che si sente pulita, sovrana, superiore e corretta in tutte le sue azioni. Dal superuomo al MAGA. Di conseguenza si tende a perdere l’empatia.
 

“Ogni epoca ha una forma propria di vigliaccheria morale. E la nostra è questa: chiudere gli occhi per non vedere, e dire che non si sapeva.”
 
— Hannah Arendt
 
Il racconto di Murat Cinar è una chiamata alla responsabilità. Non solo quella di chi scrive, ma anche di chi legge, ascolta, condivide, resta in silenzio.
 
Siamo dentro un paradosso: l’iperconnessione ha moltiplicato le fonti, ma anche le dissonanze, le manipolazioni, le amnesie.
 
Difendere la verità — o, almeno, la ricerca onesta e plurale della verità — è oggi un gesto radicale.
 
In un tempo in cui il giornalismo può essere strumento di propaganda o voce fuori dal coro, Murat ci ricorda che l’empatia e il senso critico non sono innate, ma si imparano. E si possono anche perdere.
 
FiloTabù nasce anche per questo: per dare parola a chi non accetta che il silenzio sia neutro. Perché in certe geografie del mondo — e dell’anima — chiamare le cose col loro nome è già un atto di resistenza.


FiloTabù ETS
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via San Telesforo 10, Roma

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