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Gender Equality in Our DNA: la parità come atto di libertà e trasformazione collettiva

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Gender Equality in Our DNA: la parità come atto di libertà e trasformazione collettiva

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Giovedì 25 Giu 2026 · Tempo di lettura 6 minuti
Tags: gender, equality, parità, di, genere, libertà, trasformazione, collettiva, identità, ruoli, aspettative, quotidiano, autenticità, statistiche, leggi, maria, grazia, villano
Parlare di parità di genere non significa soltanto discutere di quote, certificazioni o normative. Significa interrogarsi su cosa voglia dire, oggi, vivere pienamente la propria identità, liberi da ruoli prestabiliti e da aspettative che definiscono ciò che è possibile o impossibile essere. Il progetto Gender Equality in Our DNA nasce proprio da questa consapevolezza: dall’esperienza personale di Maria Grazia Villano, vicepresidente di OMI (Officine Meccaniche Irpine), che ha trasformato un percorso individuale in una visione collettiva.

Perché l’uguaglianza non è un traguardo riservato a poche persone né un favore da concedere: è una trasformazione culturale che coinvolge tutti, donne e uomini, e che cambia il modo di vivere il lavoro, la scuola, le relazioni e la società. Ne abbiamo parlato con Maria Grazia Villano, per comprendere come sia nato il progetto e quale futuro immagini per una cultura davvero inclusiva.

1)Come è nato il progetto Gender Equality in Our DNA e quali sono stati i momenti chiave che ti hanno portato a fondarlo?
Il progetto è nato inizialmente dal desiderio di condividere la mia esperienza personale, ma soprattutto dalla necessità, emersa anche attraverso il confronto con altre realtà aziendali, di costruire una consapevolezza sulla parità di genere che andasse oltre gli slogan e le iniziative di facciata.

Pur avendo avuto il privilegio di lavorare nell’azienda di famiglia, ho incontrato anch’io difficoltà nell’affermare la mia professionalità e nel conquistare lo spazio che desideravo. Un percorso iniziato già durante gli anni universitari: studiare Ingegneria Meccanica nella Napoli degli anni Novanta significava trovarsi in un ambiente a larghissima maggioranza maschile. Quell’esperienza mi ha insegnato molto e ha contribuito a ridefinire il mio modo di intendere la leadership femminile.

Negli anni mi sono impegnata personalmente per portare in azienda strumenti concreti, come la certificazione per la parità di genere UNI/PdR 125:2022. Tuttavia, mi sono presto resa conto che non bastava. In OMI esisteva già una sensibilità diffusa verso questi temi, ma era evidente che si potesse fare di più, non solo per noi stessi, ma per il territorio e per le altre imprese.

Da qui è nata la scintilla di Gender Equality in Our DNA: un programma trasversale che coinvolge scuole, università, aziende e istituzioni, con l’obiettivo di diffondere una cultura della parità attraverso percorsi educativi, iniziative artistiche e momenti di confronto capaci di generare un cambiamento reale.

2)Da quando è iniziato il progetto, quali sono stati i risultati più significativi che avete raggiunto?
Il programma è nato da meno di un anno, ma il percorso compiuto finora ci ha già regalato molte soddisfazioni.

Tra i risultati più importanti c’è il coinvolgimento di referenti di Confindustria e Federmanager, la collaborazione con numerose università e l’avvio di diverse attività rivolte agli studenti delle scuole secondarie del territorio. Inoltre, abbiamo già definito e messo in moto un piano d’azione per il biennio 2025-2026, ricco di iniziative e progetti.

Per me, però, ogni traguardo ha un valore speciale. Se devo essere sincera, non saprei indicarne uno in particolare. Probabilmente il risultato di cui andrò più fiera è ancora quello che dobbiamo raggiungere.

3)Quali sono le sfide culturali e sociali più grandi che hai incontrato nel tuo percorso e come le hai affrontate?
Le sfide che molte donne affrontano ogni giorno, nella vita professionale e in quella personale, sono numerose e spesso difficili da individuare perché si manifestano in forme sottili.

La disparità di genere può nascondersi in una battuta, in una frase pronunciata con leggerezza da un collega o da un cliente, ma anche nei nostri stessi pensieri. Accade, ad esempio, quando ci sentiamo in colpa per il tempo dedicato al lavoro, come se impegnarci pienamente nella nostra professione significasse sottrarre qualcosa alla famiglia o alla vita privata.

Affrontare questi meccanismi non è semplice. Credo che il primo passo sia la formazione: riconoscere il problema, comprenderne le radici e acquisire gli strumenti necessari per contrastarlo. Solo attraverso la consapevolezza è possibile trasformare le intenzioni in azioni concrete e costruire ambienti realmente inclusivi.

4)Simone de Beauvoir scriveva: “Non si nasce donna: lo si diventa”. Come interpreti questa affermazione oggi e in che modo il tuo progetto contribuisce a decostruire i ruoli di genere tradizionali?
Quella di Simone de Beauvoir resta una riflessione straordinariamente attuale. Essere donna è un’esperienza ricca e complessa, soprattutto in una società che richiede performance sempre più elevate e che, al tempo stesso, continua a giudicare o limitare le ambizioni femminili.

Per questo considero particolarmente importanti i progetti che realizziamo nelle scuole, sia primarie sia secondarie. Attraverso queste attività vogliamo incoraggiare le bambine a immaginare il proprio futuro senza confini imposti dagli stereotipi e, allo stesso tempo, mostrare ai ragazzi che libertà, autodeterminazione e realizzazione personale non appartengono a un solo genere.

La nostra speranza è contribuire alla costruzione di una società più serena, inclusiva e libera dai pregiudizi. Questa è, in fondo, la missione di Gender Equality in Our DNA.

5)FiloTabù si propone di portare alla luce temi femminili spesso trascurati. Quali aspetti della disparità di genere ritieni siano ancora poco discussi?
Viviamo in una società che parla continuamente di tutto, e negli ultimi decenni sono emerse sensibilità che in passato sarebbero state impensabili. Tuttavia, la velocità con cui si consumano il dibattito pubblico e l’informazione rischia spesso di svuotare di significato temi fondamentali.

Penso, ad esempio, alle reazioni che oggi accompagnano il dibattito sulla cosiddetta cultura “woke”, talvolta utilizzata per liquidare le battaglie contro le discriminazioni come eccessi ideologici o mode passeggere.

Credo invece che sia necessario continuare a parlare di parità, e farlo in modo più approfondito. Da una parte occorre evidenziare i benefici concreti che una maggiore uguaglianza di genere potrebbe portare all’economia e alla crescita sociale; dall’altra bisogna accendere i riflettori su quei pregiudizi silenziosi e invisibili che continuano a condizionare il percorso professionale e personale di molte donne.

Una rivoluzione culturale che riguarda tutti.

La sfida della parità di genere non è soltanto politica o economica. È una questione culturale, educativa ed esistenziale. Come ricordava Simone de Beauvoir, «non si nasce donna, lo si diventa»: ed è proprio in questo processo di costruzione dell’identità che si apre la possibilità di una società capace di riconoscere il valore delle persone al di là delle categorie e degli stereotipi.

Gender Equality in Our DNA ci ricorda che il cambiamento non appartiene a un futuro lontano, ma alle scelte quotidiane. Dare spazio, ascolto e dignità a ogni voce significa costruire una comunità più equa e più libera, dove i diritti non vengono concessi, ma riconosciuti. E forse è proprio da qui che può nascere una società più pacificata: dal coraggio di immaginare e praticare, ogni giorno, una libertà che appartenga davvero a tutti.


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