Giustizia per Momo
Pubblicato da Alberta Robin in Articoli · Lunedì 03 Ago 2026 · 2 minuti
Tags: Giustizia, Momo, giustizia, sociale, diritti, umani, attivismo, solidarietà, giustizia, per, Momo, cambiamento, sociale, responsabilità, voce, per, i, senza, voce
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Il 27 luglio del 2026, più di 1500 persone sono scese in piazza a Cosenza a chiedere giustizia per Momo.
Momo, 25 anni, era agli arresti domiciliari e si è gettato da un balcone durante un controllo dei carabinieri.
È stata sua madre a rompere ogni tabù sulla tragedia: nonostante sia stata sottoposta a TSO per essere zittita, la mamma di Momo ha trovato la forza di parlare, di ricostruire i fatti per filo e per segno, ricordandoci che Momo era in condizioni di disagio psichico e doveva essere protetto, ma è stato esattamente chi doveva proteggerlo a optare per la fredda e cieca logica del protocollo: sorvegliare e punire come direbbe Foucault, opprimere e dominare.
Momo aveva bisogno di empatia, di qualcuno che lo aiutasse a cercare una strada giusta per vivere dignitosamente, per riprendere il controllo di se stesso, eppure, di fronte a un ragazzo giovanissimo e visibilmente scosso, che piange e trema, la macchina dello Stato si è mossa secondo logiche di pura forza coercitiva, ma questa morte è la prova del fatto che le misure coercitive non curano la sofferenza psichica; al contrario, fungono da catalizzatori di disperazione.
Recludere una persona affetta da una grave patologia depressiva in una morsa di continua sorveglianza e minaccia non è giustizia, è sadismo istituzionale: è la pretesa dello Stato di risolvere complesse problematiche sociali e psicologiche esclusivamente attraverso la lente di un codice penale e della violenza istituzionale, pretesa che rappresenta il più grande fallimento della nostra civiltà, perché finché la risposta istituzionale alla fragilità rimarrà la criminalizzazione, il sistema punitivo continuerà a produrre gabbie capaci di uccidere anche senza sbarre di ferro.
