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Guerra e clima non sono sfere separate

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Guerra e clima non sono sfere separate

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Articoli · Martedì 23 Set 2025 · Tempo di lettura 8 minuti
Tags: guerra, clima, crisi, climatica, conflitti, armati, collasso, ecologico, emissioni, ecosistemi, migrazioni, forzate, politiche, ambientali, combustibili, fossili, sicurezza, attenzione, pubblica
L’idea che la guerra sia una distrazione è più diffusa di quanto sembri.
Ma è anche pericolosa.

Parte da un presupposto fallace:
che i conflitti armati e la crisi climatica siano due sfere separate, in competizione per attirare l’attenzione pubblica.
In realtà sono profondamente intrecciati.

Ogni guerra accelera il collasso ecologico.
Produce emissioni massicce, devasta gli ecosistemi, distrugge infrastrutture energetiche e agricole, innesca migrazioni forzate, interrompe le politiche ambientali locali e spinge gli Stati a reinvestire nei combustibili fossili in nome della sicurezza.

I conflitti non distolgono l’attenzione dalla crisi climatica.
La aggravano.

Ecocidio e genocidio: la Palestina come prova
In Palestina, la terra muore insieme al suo popolo.
Non è una metafora. È un fatto.

Qui la distruzione ambientale non è un effetto collaterale della guerra.
È uno strumento di occupazione.
Un progetto coloniale — violento, calcolato e sistematico — che mira a cancellare i palestinesi e la terra che li sostiene.

L’occupazione israeliana non controlla solo le vite.
Domina interi ecosistemi.
Terra, acqua, aria, vegetazione: tutto viene razionato, contaminato, avvelenato o distrutto.
È ecocidio.

È ecocidio quando i pozzi palestinesi vengono distrutti, costringendo intere comunità a dipendere da acqua razionata e controllata.
Quando Israele controlla oltre l’85% delle risorse idriche in Cisgiordania lasciando ai palestinesi quote minime, e i coloni consumano in media fino a quattro volte più acqua dei villaggi vicini.

È ecocidio quando vengono sradicati ulivi secolari — più di 800.000 dal 1967.
Ogni albero estirpato è una ferita alla storia e all’autonomia: distruggerli significa spezzare il legame profondo tra una comunità e la sua terra.

È ecocidio quando serre e campi vengono bombardati, quando discariche tossiche e industrie inquinanti sono collocate accanto ai villaggi palestinesi, quando il mare di Gaza diventa una distesa avvelenata, il suolo salino, l’aria irrespirabile.
La distruzione ambientale in Palestina non è danno collaterale.
È parte integrante del progetto genocidario.
Come scrive Eyal Weizman: «Il colonialismo non conquista solo il suolo, ma tutto ciò che vive e respira sopra di esso».

Israele ha frammentato, disconnesso e degradato il paesaggio palestinese per renderlo invivibile per chi vi abita e disponibile per l’espansione coloniale.
Questa è l’architettura dell’occupazione: non solo muri e checkpoint, ma anche infrastrutture selettive, strade per soli coloni, zone “militari” o “verdi” che impediscono ai palestinesi di costruire, coltivare, restare.
Ogni livello del territorio — superficie, sottosuolo, cielo — è colonizzato, sorvegliato, espropriato.

In Palestina l’ambiente è diventato una tecnologia coloniale.
Il paesaggio è militarizzato, impoverito, trasformato in un’arma.
Ogni atto ecologico è un atto politico.
Ogni attacco ambientale è un atto di guerra — meno visibile, ma non meno letale.

Cambiamento climatico ≠ giustizia climatica
Genocidi, guerre e crisi climatica non sono eventi distinti.
Sono crisi intrecciate, che si alimentano a vicenda.

Ma c’è un altro problema: il modo in cui parliamo di clima.
Il discorso dominante sul cambiamento climatico si concentra su grafici, tonnellate di CO₂, target di riduzione, tecnologie di mitigazione.
È un linguaggio tecnico, neutrale, che parla di atmosfere e non di persone.
Così facendo, però, cancella le responsabilità, le disuguaglianze, le violenze.

Parlare di cambiamento climatico non è lo stesso che parlare di giustizia climatica.
Il primo descrive una trasformazione fisica dell’ambiente.
La seconda interroga chi ne paga il prezzo e chi continua a trarne profitto.
La prima può essere usata per giustificare nuove estrazioni, nuove frontiere, nuove disuguaglianze.
La seconda impone di smantellare le strutture che producono tanto le emissioni quanto le guerre.

La colonizzazione del linguaggio
Questa distorsione è visibile anche nelle parole che usiamo.
Negli ultimi anni la parola “capitale” ha colonizzato ogni ambito: capitale umano, capitale naturale, capitale sociale.
Espressioni che sembrano neutre, ma non lo sono.

Chiamare natura “capitale” significa ridurla a una risorsa misurabile, monetizzabile, disponibile allo sfruttamento.
Foreste, oceani, fiumi o interi ecosistemi diventano depositi di valore economico, strumenti al servizio della crescita: non più entità viventi con una propria autonomia, ma oggetti funzionali la cui resa e perdita possono essere calcolate.

Lo stesso accade con il cosiddetto capitale umano.
Il linguaggio trasforma persone, corpi, relazioni in fattori produttivi.
La vita viene trattata come una risorsa aziendale da ottimizzare, e il valore di ciascuno coincide con la capacità di generare profitto, mentre tutto ciò che non produce crescita — cura, fragilità, tempo sottratto al lavoro — viene relegato nell’ombra.

Come ha scritto Karl Polanyi, il capitalismo moderno ha separato l’economia dalla società, imponendo poi alla società di conformarsi alle logiche del mercato.
Parlare di natura o di esseri umani come “capitale” significa già accettare che queste logiche possano inglobare tutto.
È una forma di colonizzazione semantica: penetra le parole, rimodella la percezione, orienta l’immaginazione.

Ma ciò che ci permette di vivere — ecosistemi, reti di affetto, pratiche quotidiane di cura — non è capitale.
È la base stessa della vita: fragile, irriducibile, non sostituibile.
Proprio perché non è capitale, resiste alla mercificazione e rimane qualcosa che possiamo solo abitare, condividere, proteggere.

Il mito del capitalismo verde
Questa colonizzazione semantica è ciò che permette al capitalismo verde di presentarsi come salvezza.

Il World Economic Forum viene celebrato per i suoi piani di sostenibilità, come se il progresso ambientale potesse essere separato dalle strutture di potere che lo modellano.
Ma WEF sta per World Economic Forum: ciò che lo muove non è l’etica, ma il capitale.
Dietro questa macchina che si mostra pulita, razionale, orientata alle soluzioni, c’è un’élite economica che protegge i propri interessi — anche quando questi interessi sono intrecciati con governi e industrie coinvolti in guerre, occupazioni, devastazioni.

Festeggiare i loro “successi climatici” senza interrogare i sistemi politici e finanziari che li rendono possibili significa ignorare che gli stessi meccanismi che finanziano l’innovazione verde possono finanziare anche i bombardamenti.
Le stesse reti che sostengono centrali eoliche possono sostenere industrie belliche.
Gli stessi fondi che alimentano la transizione energetica possono alimentare la colonizzazione e il genocidio.

Il capitalismo non sta salvando il clima.
Lo sta usando come nuovo terreno di accumulazione — mentre continua a bruciare, espropriare, avvelenare.

Non basta adattarsi a un pianeta che brucia
La crisi climatica non è un compartimento isolato.
È un sistema di crisi intrecciate — ambientali, sociali, geopolitiche — che si alimentano a vicenda.
Separarle in categorie tematiche può dare l’illusione di chiarezza, ma produce cecità.

La lotta al cambiamento climatico non può limitarsi a ridurre emissioni o innovare tecnologie.
Deve partire da chi oggi viene sacrificato per rendere possibile questa stessa macchina: i popoli colonizzati, le comunità marginalizzate, i territori devastati dalle guerre.
Non c’è giustizia climatica senza giustizia politica.
Non c’è transizione ecologica se lascia intatti i rapporti di potere che producono tanto le emissioni quanto i genocidi.

Il clima non è un nemico da sconfiggere, ma il tessuto stesso della nostra coesistenza.
Difenderlo significa difendere le condizioni materiali della vita: aria, acqua, terra, ma anche libertà, diritti, memoria.
Significa disinnescare la macchina che trasforma i disastri in profitti e le rovine in opportunità di investimento.

Ignorare le guerre per salvare il clima è come ignorare l’incendio per salvare la foresta.
Non basta adattarsi a un pianeta che brucia: bisogna smettere di bruciarlo.
E questo significa, prima di tutto, smettere di considerare alcune vite sacrificabili.


Riferimenti
  • Habermas,     J., & Borradori, G. (2003). Philosophy in a time of terror:     Dialogues with Jürgen Habermas and Jacques Derrida. University of     Chicago Press.
  • Polanyi,     K. (2001). The great transformation: The political and economic     origins of our time (2nd ed.). Beacon Press. (Opera originale     pubblicata nel 1944)
  • Weizman,     E. (2007). Hollow land: Israel’s architecture of occupation.     Verso.
  • Weizman,     E., Sheikh, F., & Fields, G. (2015). The conflict shoreline:     Colonization as climate change in the Negev Desert. Steidl/Forensic     Architecture.
  • AssopacePalestina.     (2023, 15 novembre). La raccolta delle olive in Cisgiordania più     pericolosa che mai all’ombra della guerra. https://www.assopacepalestina.org/2023/11/15/la-raccolta-delle-olive-in-cisgiordania-piu-pericolosa-che-mai-allombra-della-guerra/
  • Startmag.     (2023, 20 ottobre). Palestina: la sete di Gaza. https://www.startmag.it/energia/palestina-la-sete-di-gaza/
  • World     Economic Forum. (2025, 15 gennaio). Giving to amplify earth action     (GAEA). https://www.weforum.org/stories/2025/01/giving-to-amplify-earth-action/
  • Wikipedia     contributors. (2025). World Economic Forum. In Wikipedia. https://en.wikipedia.org/wiki/World_Economic_Forum


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