HoneyMoon: quando l’amore sfida un mondo in crisi
Pubblicato da Anastasia Fonti in Contronatura · Domenica 21 Dic 2025 · 4 minuti
Tags: HoneyMoon, amore, crisi, relazioni, viaggio, romanticismo, avventura, coppia, esperienze, felicità
Tags: HoneyMoon, amore, crisi, relazioni, viaggio, romanticismo, avventura, coppia, esperienze, felicità
Si è conclusa domenica 14
dicembre, presso il Teatro Francesco Stabile di Potenza, la settima edizione di Visioni Verticali, il
festival promosso dall’associazione Polimeri, punto di riferimento per la ricerca sui nuovi
linguaggi audiovisivi e per il sostegno alle nuove generazioni di autori in Italia e all’estero. La
manifestazione conferma il suo ruolo come spazio aperto alla sperimentazione e alle produzioni indipendenti,
intercettando le trasformazioni del cinema contemporaneo attraverso sguardi giovani e non
convenzionali.
Tra i vincitori di questa
edizione troviamo Mattia Parlati, nato nel 1997, designer e autore visivo, che con il suo
cortometraggio HoneyMoon ha ricevuto una menzione speciale per la forza del suo immaginario e la
profondità del messaggio umano e simbolico.
Il regista racconta che il film
nasce durante la pandemia, quando pochi chilometri di distanza si trasformarono in una separazione
emotiva intensa. Da quell’esperienza prende forma una realtà alternativa e surreale,
che dialoga con la virtualità delle relazioni sociali e con le crescenti emergenze del presente.

Il corto e la tecnica
La storia segue due giovani
innamorati, separati dalla catastrofe ambientale e confinati nelle rispettive abitazioni, che
cercano un modo per superare una distanza apparentemente insormontabile. A unirli è un
sottile filo rosso, simbolo del akai ito giapponese, il leggendario filo invisibile che lega le persone
destinate a incontrarsi. Questo elemento diventa metafora di un legame capace di resistere anche
quando tutto sembra crollare, trasformando l’amore in una
forza creativa contro
l’omologazione e la distruzione.
Ambientato in un futuro distopico
dove l’inquinamento ha reso il mondo esterno inabitabile, il film mostra montagne di rifiuti
che soffocano strade, campagne e persino persone, costringendole a rifugiarsi in
ambienti chiusi e isolati.
Il cortometraggio è realizzato in
stop motion, una delle tecniche d’animazione più antiche del cinema, che utilizza oggetti e
personaggi fisici — spesso modellati come piccoli puppets articolati— mossi manualmente e
fotografati un fotogramma alla volta. Ogni minimo movimento costruisce l’illusione di un flusso continuo. L’animazione, materica e imperfetta, restituisce autenticità e
fisicità, rendendo la tecnica ideale per raccontare mondi fragili e
solitari.
I personaggi interagiscono con lo
spettatore, trasmettendo una sensazione di tempo lento, noia e isolamento, accentuando il
contrasto tra il microcosmo dei protagonisti e il mondo esterno soffocato.
Un’opera capace di raccontare il
presente attraverso la metafora, premiandone originalità stilistica e forza tematica.
Il cortometraggio trasforma la
crisi ambientale in una riflessione più ampia sulla società contemporanea, dove
l’accumulo di rifiuti simboleggia un modello di sviluppo che consuma risorse, relazioni e
spazi di condivisione.
Fenomeni come l’inquinamento
urbano, e l’accumulo di materiali di scarto sono già oggi presenti nelle grandi città, dove
le incessanti attività umane contribuiscono all’aumento delle temperature e al degrado
ambientale.
Il filo rosso diventa così il
cuore simbolico del film: rappresentando la possibilità di ritrovare e mantenere un legame autentico. È
un gesto semplice ma carico di significato, che richiama l’urgenza di ricostruire
connessioni affettive, sociali ed ecologiche. Viviamo spesso immersi in un’atmosfera artificiale, una
dimensione in cui le sensazioni vengono continuamente prodotte, semplificate e consumate, fino a
perdere peso e profondità. In questo contesto, il dolore non
viene attraversato, le crisi non
vengono affrontate ma evitate, coperte da un rumore costante che anestetizza la percezione del
reale. Allo stesso modo in cui accumuliamo materiali, facciamo nostri stimoli, immagini e
reazioni immediate senza elaborazione né responsabilità.
Questo filo o questa trama di
legami, si rivela essere capace di proteggerci dal disinteresse che spesso purtroppo ci circonda,
offrendo una possibilità di risposta che avviene attraverso la riconciliazione con il nostro
sentire e nella cura della relazione con il prossimo.
HoneyMoon dimostra ancora una
volta come il linguaggio dell’animazione possa essere uno strumento potente di critica
sociale e ambientale. Attraverso una storia intima, invita a riflettere sull’impatto delle
nostre azioni e sull’importanza di preservare ciò che ci tiene uniti, prima che la distanza diventi
definitiva.
