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Il bisogno di (ri)conoscersi: Margaret Keane

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Il bisogno di (ri)conoscersi: Margaret Keane

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Morgana Raimondi in Oltre la cornice · Sabato 11 Ott 2025 · Tempo di lettura 7 minuti
Tags: bisogno, riconoscersi, Margaret, Keane, arte, identità, autoritratto, espressione, psicologia, artisti, emozioni
E se vi chiedessi qual è il vostro quadro preferito, cosa mi rispondereste?
Non ci conosciamo ma sono quasi certa che, con buona probabilità, nella mente della stragrande maggioranza di voi si sia creata in quattro e quattr’otto l’immagine di un dipinto realizzato…da un uomo (e non preoccupatevi, all’interno del sondaggio mi ci inserisco pure io con la “Notte stellata sul Rodano”, una versione non particolarmente conosciuta dell’ormai osannato Vincent Van Gogh).

Questo semplice giochino non vuole avere come obiettivo finale l’innesco dell’ennesimo dibattito sulla figura femminile e le discriminazioni che ha dovuto sopportare per secoli perché, per quanto possa farci star male come consapevolezza, rappresenta il passato e un dato oggettivo che non potremmo più modificare.

Tra i “compiti” che la pratica artistica si è prefissata fin dall’alba dei tempi, già dai primi segni nelle caverne, è proprio quello di fungere da specchio della società nel quale era immersa e la donna per molto tempo non ha potuto esprimersi liberamente come l’uomo per crearsi una propria identità.

Sappiamo quanto il cammino per l’emancipazione femminile sia stato un percorso lungo e travagliato e quanta strada ci sia ancora da percorrere ma fortunatamente, grazie anche a degli studi approfonditi portati avanti negli ultimi anni, sono tornate alla luce storie di figure che rischiavano di rimanere per sempre senza voce come ad esempio Artemisia Gentileschi o Frida Kahlo.

In questo articolo mi piacerebbe però parlare di un altro personaggio dei giorni nostri, non conosciutissimo probabilmente, ma che può aiutarci a discutere su un tabù ancora piuttosto persistente della donna nel contesto artistico, secondo il quale varrebbe meno (qualitativamente e in termini di denaro) dell’uomo all’interno del mercato.

Il suo nome è Margaret Keane.

Una vita da film e, per una volta, non mi permetto di usare questa frase fatta come semplice iperbole per donare enfasi al racconto ma Tim Burton fu talmente colpito dalla sua storia che nel 2015 fece uscire nelle sale cinematografiche “Big Eyes” con una bellissima e talentuosa Amy Adams nel ruolo della protagonista.

Nata nel 1927 a Nashville, Margaret mostrò fin da bambina una grande predisposizione per il disegno con uno stile del tutto personale, soprattutto perché le figure umane avevano (intenzionalmente) degli occhi sproporzionati rispetto al resto del corpo; portava avanti questa pratica sostenendo che gli occhi erano l’espressione dei sentimenti più profondi, una sorta di finestra dell’anima.

Verso la metà degli anni ‘50 conosce Walter Keane, un immobiliare appassionato di pittura il quale, affascinato dal modo di fare arte di Margaret, si propone di diventare il suo manager.
Tra i due nasce una bellissima storia d’amore e grazie alla capacità di Walter di fiutare degli affari quando c’era l’occasione, i quadri di Margaret cominciano a riscuotere un discreto successo ed essere apprezzati durante piccole esposizioni nei locali cittadini. Ma questo idillio durò molto poco perché Margaret scoprì ben presto che il marito stava sfruttando la sua firma, posizionata in basso a destra dei quadri (“Keane”), come se fosse lui stesso l’autore dei lavori, non accennando mai a nessuno di lei e del suo talento.

Di fronte a questa rivelazione improvvisa ne rimane sconvolta ma a causa del carattere fragile e dalle doti persuasive del marito sul rischio di perdere tutto ciò che erano riusciti a costruire negli anni se si veniva a scoprire che l’autore dei lavori era una donna, portò avanti la sceneggiata ancora per diverso tempo ma arrivando ad azzerarsi nel profondo, isolandosi sempre di più e subendo minacce quotidianamente se non ultimava tutte le commissioni prescritte.

Nel frattempo i lavori di Margaret raggiunsero un pubblico sempre più vasto, anche oltre oceano, e nel 1961 un suo lavoro venne addirittura donato anche all’UNICEF come “pezzo forte” di un’asta per scopi di beneficenza.

Un giorno però decise di dire basta a tutto questo e trovò la forza di divorziare nel 1965, allontanandosi definitivamente dal marito e costruendosi una vita nuova alle Hawaii con la figlia.

All’inizio, di tutta la storia dei quadri non le importava, voleva solo dimenticare, fin quando il desiderio di essere riconosciuta in quanto persona e artista non prese il sopravvento dentro di lei, sfidando Walter a dimostrare in pubblico le sue doti pittoriche ad Union Square. Walter però non si presentò.

Ma fu nel 1986 che arrivò la svolta: Margaret chiama l’ex marito alla corte di Honolulu e il giudice, per archiviare definitivamente il caso, propone alle due parti di dipingere davanti ai suoi occhi un quadro. Walter si rifiutò, sostenendo di stare poco bene col braccio; Margaret invece ne realizzò uno in appena 53 minuti.

Ottenne così un risarcimento di 4 milioni di dollari ma Walter nel frattempo era finito in bancarotta; di questi soldi non ne vide mai nemmeno la metà ma finalmente aveva ottenuto il riconoscimento che desiderava e il mondo cominciava a (ri)conoscerla per la prima volta.

Da allora non si nascose mai più e, anzi, il suo modo di fare arte ebbe delle importanti ripercussioni a livello culturale.

Sapevate per esempio che Lolly, Dolly e Molly (o meglio conosciute come “Le super chicche”) sono state create ispirandosi proprio ai soggetti di Margaret?
È venuta a mancare di recente, nel giugno del 2022, a Napa (California).

Una storia, a mio avviso, molto bella (e fortunatamente a lieto fine) di una donna che ha trovato il coraggio di far valere la propria voce e che, nonostante le prove della vita, era riuscita a farsi piacere all’interno del mercato indipendentemente dal sesso. Ma in una società come la nostra, odierna, in cui queste disparità di genere dovrebbero essere solo un vago ricordo o per sentito dire dai nostri predecessori, colpisce sempre tanto constatare come non sia così e di come (ad esempio nel contesto artistico) dedicare una mostra interamente ad una donna venga visto ancora come un azzardo.

Fortunatamente però qualcosa sembra muoversi e crescere per il meglio, come ad esempio la recente nomina di Cecilia Alemani per la direzione della 59° Biennale d’arte a Venezia del 2022 dove, tra l’altro, un buon 80% delle presenze artistiche era femminile (un record storico per un evento culturale di tale portata) o il fatto che nel 2026 le Galleria dell’Accademia di Venezia si prepareranno ad accogliere la loro prima mostra dedicata ad un’artista donna, vivente, di fama internazionale: Marina Abramović.

Ho iniziato questo pezzo con una domanda e vorrei ultimarla con un’altra, fungendo però più come una riflessione: è corretto secondo voi oggigiorno continuare a rimarcare questi dati?
La stessa Cecilia Alemani in un’intervista ha sottolineato come nel 2007 per esempio nessuno avesse battezzato come “maschile” la Biennale di quell’anno.

Quando si porta spesso in ballo un tema come quello delle donne nella società è perché, con buona probabilità, qualcosa ancora non funziona. Se ne può parlare, certo, se ne deve parlare… ma poi?
Potrebbe davvero servire se poi a monte resta un problema irrisolto?


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