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Il carico invisibile: essere tutto per tutti. La mente che non riposa mai: il tabù del mental load

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Il carico invisibile: essere tutto per tutti. La mente che non riposa mai: il tabù del mental load

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Claudia Cosa Burca in Articoli · Giovedì 18 Set 2025 · Tempo di lettura 4 minuti
È mattina presto. Prima che il mondo si svegli, prima che la casa si riempia di rumori e richieste, ti prepari il solito caffè. Quel momento dovrebbe essere il tuo piccolo rito quotidiano, un frammento di pace. Ma mentre l’acqua bolle, la
mente già corre: “Devo ricordarmi di mettere la lavatrice.” Hai una lista. L’hai sempre avuta. Ti hanno insegnato che essere organizzata è sinonimo di efficienza, di valore. E così, mentre il caffè si prepara, un altro pensiero si
affaccia: “Devo andare in banca a pranzo.” Poi un altro: “Oggi c’è la riunione genitori a scuola.” Ti ricordi che tuo marito ti ha chiesto il suo piatto preferito per cena. Ma il frigo è vuoto. Dopo la riunione, devi assolutamente passare al supermercato. È il suo compleanno, non puoi deluderlo. E poi c’è il lavoro. Una lista infinita di cose da fare, magari per uno stipendio che non basta nemmeno per concederti una manicure o una piega dal parrucchiere. Ma almeno ti
permette di pagare le bollette. Non hai ancora finito il caffè e sei già esausta. La lista è diventata parte di te. Senza, non sai più chi sei.

Ci sono donne che si svegliano già stanche. Non per mancanza di sonno, ma perché la loro mente non si ferma mai. Pensano a cosa manca in frigo, a chi ha bisogno di conforto, a cosa dire per evitare un conflitto, a come incastrare
tutto. Lo fanno ogni giorno, senza che nessuno glielo chieda. Questo è il carico invisibile. Quello che non si vede, ma si sente ovunque dentro.

Cos’è il mental load?
Il mental load è il peso mentale ed emotivo di dover pensare per tutti, a tutto, sempre. Non è solo fare. È anticipare, gestire, ricordare, coordinare, regolare, organizzare, pianificare. È essere il centro operativo della casa, della relazione, della famiglia, del lavoro. È un ruolo che molte donne assumono senza nemmeno accorgersene—per abitudine, per cultura, per senso di responsabilità. Ma dentro, quel ruolo le schiaccia. Non è solo stress. È erosione. È logoramento. È esaurimento. La mente è sempre in allerta, come se qualcosa potesse crollare da un momento all’altro.
Non si stacca mai. E anche quando si fa tanto, si ha la sensazione di non fare abbastanza. Si diventa funzione. Si agisce per dovere, per senso di responsabilità, o per canoni inculcati socialmente. Non si è più persona. Si smette di sentire, perché sentire richiede spazio. E quello spazio non c’è più. È già stato ceduto, occupato da altri ed altro. Si arriva a non sapere più chi si è, cosa si desidera. Perché si è sempre occupate a desiderare per gli altri. Si vive per dare, senza mai ricevere. Si diventa estranee a tutto ciò che ci fa stare bene.

Il corpo non si riposa mai davvero. Dolori, infiammazioni, tensioni che non trovano spiegazione medica. Il sistema nervoso è in tilt. Il corpo prova a farsi sentire. Ma nessuno ascolta. Si continua andare avanti per inerzia, abitudine.
La verità è che molte donne non scelgono questo ruolo. Lo ereditano. Lo incarnano. Lo normalizzano. Ma non è naturale. Non è inevitabile. È una costruzione sociale. E come tale, può essere decostruita.

Parlarne è il primo passo. Riconoscerlo è il secondo. Rifiutarlo è il terzo. Redistribuirlo è il quarto. Ritrovare sé stesse è il quinto. E non serve farlo da sole. Perché non si è sole.

Questo articolo è una dichiarazione di esistenza. Per tutte le donne che pensano troppo, sentono troppo, fanno troppo. Per quelle che non vogliono più essere tutto. Per quelle che vogliono tornare a essere una cosa sola: sé stesse.
Io vi vedo.


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