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Il coraggio di scegliere: Marta Guidarelli e il tabù della rinuncia (che forse non lo è)

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Il coraggio di scegliere: Marta Guidarelli e il tabù della rinuncia (che forse non lo è)

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Sabato 27 Set 2025 · Tempo di lettura 9 minuti
Tags: coraggioscegliereMartaGuidarellitabùrinunciadecisionicrescitapersonaleautoaffermazionecambiamentolibertà
“La vita buona non è una vita senza rinunce, ma una vita in cui le scelte rispecchiano ciò che amiamo davvero.”
— Martha Nussbaum

Cosa significa rinunciare oggi? In una società che celebra la carriera, l’autorealizzazione e il successo individuale, mettere in pausa un percorso professionale per seguire il proprio partner può apparire come un gesto anacronistico. O peggio: una sconfitta.

Eppure, come ci racconta Marta Guidarelli, ex dirigente in Campari e oggi studentessa negli Stati Uniti, questa scelta può essere tutt’altro che una rinuncia.
È una forma di libertà. Un atto pieno, consapevole, in cui famiglia, affetto e desiderio tornano ad avere cittadinanza nella narrazione delle donne.

In un’intervista intensa e non scontata, Marta ci accompagna tra i tabù più silenziosi del nostro tempo: il lavoro come misura del valore personale, l’idea che la donna debba “tenere tutto insieme”, il pregiudizio che la felicità privata sia un piano B.



1) Marta, ha preso una decisione che molti oggi considererebbero coraggiosa: lasciare una carriera di successo per seguire suo marito. Cosa l'ha spinta a fare questa scelta e quali sono stati i fattori determinanti che l'hanno convinta a mettere la famiglia al primo posto?

Mi sono laureata in Psicologia del lavoro alla Sapienza nel 2004 e da allora non ho mai sperimentato un giorno di disoccupazione: già prima della laurea avevo iniziato a lavorare e da lì il mio percorso è stato continuo, con esperienze in aziende multinazionali di grande prestigio come Unilever, Emilio Pucci (parte del Gruppo Louis Vuitton) e da ultimo Campari, passando per i primi stage in Barilla e Vodafone, che mi hanno fatto capire che quello aziendale era il contesto dove volevo crescere.

Parallelamente, nel 2021 è iniziata la storia con mio marito, che lavora come astronauta ed è stato trasferito a Houston presso il Johnson Space Center della NASA, a febbraio del 2023.
Abbiamo provato a lungo a gestire una relazione a distanza, ma con un trasferimento così impegnativo era impossibile continuare a vivere tra due continenti. Non si trattava solo di 'seguire lui', ma di una decisione condivisa: volevamo vivere sotto lo stesso tetto e dare spazio al nostro progetto di vita insieme.

Ho quindi scelto di mettere in pausa la mia carriera, spero temporaneamente, e di usare questo tempo per studiare: sto infatti conseguendo una seconda laurea in Economia con un focus sulle Relazioni di Lavoro, che continuano a appassionarmi, che terminerò l'anno prossimo. In questo senso non vivo questa scelta come una rinuncia, ma come un investimento diverso su di me e sulla nostra vita insieme.

2) Molte donne si sentono costrette a scegliere tra carriera e famiglia. Qual è il suo consiglio per le donne che si trovano davanti a questo eterno dilemma? E come pensa che le aziende possano supportare meglio le dipendenti nel trovare un equilibrio tra vita lavorativa e vita personale?
È vero, molte donne si trovano costrette a scegliere perché spesso sulle loro spalle ricade il lavoro di cura: dei figli, dei genitori anziani, della casa. Io sono stata in parte fortunata: non abbiamo figli piccoli da gestire e nel mio caso la distanza Milano–Houston era l'ostacolo insormontabile, non la conciliazione familiare quotidiana.

Il consiglio che darei alle donne è prima di tutto quello di non affrontare questa scelta da sole, ma di condividerla in casa: se una donna deve rinunciare senza un vero dialogo, vuol dire che non esiste un equilibrio reale di scambio.
La divisione delle responsabilità di cura è la base per sostenere entrambe le vite e non solo le carriere, se sono gli impegni familiari a assorbire troppo la donna.

Se, come nel mio caso, ci sono distanze importanti a mettere a rischio la famiglia, bisogna essere onesti e chiedersi cosa ci fa felici, fare delle scelte.

Dal lato delle aziende, credo sia fondamentale continuare a investire in modelli di lavoro flessibile. Nella mia esperienza Campari mi ha dato la possibilità di lavorare al 50% da remoto, e questo ha reso sostenibile il mio matrimonio per quasi tre anni. Dove i ruoli lo permettono, aprire a formule globali o completamente remote è la strada per garantire non solo inclusione, ma anche la possibilità a famiglie diverse di crescere senza dover sacrificare necessariamente uno dei due percorsi.

3) Dopo aver ricoperto il ruolo di Global HR Operations Director in un'azienda prestigiosa come Campari Group, come sta gestendo la transizione verso il suo nuovo ruolo in America? Quali saranno le principali sfide e le soddisfazioni nel suo percorso?
Dopo 21 anni di lavoro continuativo, la sfida più grande è non sentirsi improvvisamente 'fuori dal gioco'. Per questo ho scelto di investire su me stessa attraverso un nuovo percorso universitario. È un modo concreto per restare mentalmente allenata, arricchire le mie competenze e prepararmi a nuove opportunità.

Credo molto nel valore della formazione continua: la longevità lavorativa ci porterà ad avere carriere più lunghe e spesso non lineari, e a metà del percorso è sano anche ripensarsi, imparare cose nuove e non legare la propria identità solo a ciò che si fa professionalmente.

Le soddisfazioni che vedo davanti a me sono proprio queste: poter riscoprire parti di me, vivere un'esperienza in un contesto diverso e, quando sarà il momento, rientrare nel mondo del lavoro portando un valore nuovo e arricchito, come persona prima ancora che come professionista.

4) La sua decisione di seguire suo marito sfida un tabù sociale radicato, quello di "non mollare tutto per la famiglia". Qual è la sua opinione su questo tabù e come pensa che la società possa evolvere per superare pregiudizi simili?
Personalmente non credo si tratti di un vero tabù. Penso che in una coppia ci siano momenti in cui si dà priorità al percorso dell'uno e altri in cui si sostiene quello dell'altro. Si può essere leader o follower, dipende da molteplici elementi.

Nel mio caso la situazione era piuttosto chiara: mio marito fa l'astronauta, e non ho mai visto annunci su LinkedIn che cercassero astronauti a Milano.
Battute a parte, credo che non si tratti tanto di una rinuncia quanto di una scelta condivisa: abbiamo deciso insieme che in questa fase era giusto privilegiare il suo lavoro e la possibilità di vivere nello stesso Paese.

Io sono convinta che a tutti piacerebbe dare priorità agli affetti, vivere delle vite più equilibrate, se solo ci fossero le condizioni per farlo senza sentirsi penalizzati o giudicati.
La vera sfida, a livello sociale, è creare un contesto in cui queste decisioni possano essere prese liberamente e senza pregiudizi, sapendo che le carriere non sono lineari e che prendersi una pausa, smettere di lavorare - che sia per un certo tempo o per sempre - o cambiare direzione non significa valere di meno. Io domani potrei fare la casalinga, la cat-sitter, la docente o divertirmi a fare tiramisù e focacce, e non più il direttore in una multinazionale. Questo depone a sfavore della mia integrità umana? Dice qualcosa di me? Io non credo.

5) La filosofa contemporanea Martha Nussbaum ha spesso parlato del ruolo delle donne nella società moderna, sottolineando l'importanza delle scelte individuali per il benessere personale e collettivo. Come vede il suo percorso vita e le sue scelte nel contesto delle idee di Nussbaum o di altri filosofi che si occupano del ruolo della donna nella società odierna?
Credo che qualsiasi lavoro si faccia, anche il più importante e gratificante, perda di significato se non è controbilanciato da una stabilità affettiva ed emotiva solida. Io professionalmente avevo un bellissimo lavoro, ma non ero felice; non lo ero intimamente.

La distanza rendeva fragile la mia vita quotidiana. L'amore e la stabilità che ho faticosamente costruito non potevano rimanere relegati a pochi giorni al mese. In questo senso mi sento vicina al pensiero di Martha Nussbaum, che insiste sulla dignità delle scelte individuali e sul diritto di ciascuno di plasmare la vita che ritiene buona.

Ho lasciato un lavoro fantastico? Certamente.
Una azienda divertente? Vero.
Ma la carriera non è sempre tutto. Ogni aspetto dell'esistenza reclama la propria dignità: se diamo sempre priorità al lavoro, anche il lavoro stesso può perdere sapore.

Per me oggi il benessere familiare è una priorità, ed è un privilegio poterlo scegliere. Ho la mente impegnata, sto studiando e guardo anche a un futuro in cui farò cose diverse da quelle fatte finora. È spaventoso e stimolante insieme, ma penso che il punto sia proprio questo: la libertà di poter scegliere, in momenti diversi della vita, quale parte di sé valorizzare, senza sentirsi imprigionati in un'unica definizione.

Non sono le etichette a definire chi siamo, ma le scelte che facciamo con onestà.

Nel racconto di Marta non c’è alcun vittimismo, né la ricerca di un plauso.
C’è una donna che ha scelto di valorizzare una parte diversa di sé, accettando la complessità dei cambi di rotta, senza smettere di coltivare ambizione e crescita personale.

È un messaggio potente, che ci invita a rivedere il concetto di successo, a riscoprire il valore del tempo, della cura, della coerenza con sé stessə.

FiloTabù nasce proprio per questo: accogliere storie che sfidano la semplificazione, che aprono domande scomode e che ricordano a tuttə che non esiste un solo modo giusto di vivere.

E se la rinuncia non fosse un fallimento, ma una forma più sottile di libertà?


FiloTabù ETS
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