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Il presente non è l’anticamera della vita. Risparmiare per il futuro è importante. Ma quanta vita è giusto rimandare?

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Il presente non è l’anticamera della vita. Risparmiare per il futuro è importante. Ma quanta vita è giusto rimandare?

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Samantha Bovo in ScomodaMente · Lunedì 24 Ago 2026 · Tempo di lettura 8 minuti
Tags: presentevitarisparmiarefuturoimportanzarimandareequilibriosceltebenesseretempo
Per molte famiglie, almeno nell’immaginario che ci è stato tramandato, l’ordine delle priorità era chiaro.

Prima la casa.
Prima il lavoro.
Prima i figli.
Prima i risparmi.
Poi, se restavano tempo e denaro, il piacere.

Noi nati negli anni Ottanta  siamo cresciuti osservando adulti che viaggiavano meno, mangiavano più raramente fuori e consideravano certe esperienze qualcosa da concedersi soltanto dopo aver costruito una certa sicurezza economica.

Oggi qualcosa sembra essere cambiato.

Anche chi non possiede una casa, non ha ancora accumulato risparmi consistenti o vive una condizione lavorativa incerta può decidere di partire per qualche giorno, andare a cena fuori, acquistare un biglietto per un concerto o spendere per un’attività che lo fa stare bene.

La spiegazione più immediata è anche quella più moralistica: i giovani non sanno più fare sacrifici. Vogliono tutto e subito, spendono invece di risparmiare e poi si lamentano di non riuscire a costruirsi un futuro.

Ma è davvero soltanto irresponsabilità?
Il punto scomodo è che possono essere vere due cose contemporaneamente.

Le generazioni più giovani incontrano maggiori difficoltà nella costruzione di un patrimonio rispetto a chi le ha precedute. Allo stesso tempo, hanno sviluppato un rapporto diverso con il presente e sembrano meno disposte a considerare la rinuncia come un valore in sé.
Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), in Italia le famiglie guidate da persone nate negli anni Ottanta possiedono, alla stessa età, meno ricchezza in rapporto al reddito nazionale medio rispetto a quelle guidate da persone nate circa vent’anni prima. Il divario attraversa l’intera distribuzione patrimoniale.
Tra i fattori indicati vi sono le barriere economiche strutturali, l’andamento dei redditi e le difficoltà del mercato abitativo.
Il problema dell’accesso alla casa, quindi, non si spiega soltanto con qualche aperitivo, una cena fuori o una vacanza.
Sarebbe però altrettanto semplicistico sostenere che le priorità di consumo non siano cambiate.
Per molti di noi spendere per un viaggio, un’esperienza culturale, lo sport o la socialità non equivale necessariamente a “buttare via” del denaro.
La ricerca sui consumi esperienziali suggerisce che, mediamente, le esperienze possono produrre una soddisfazione più duratura rispetto a molti acquisti materiali. Entrano più facilmente nel modo in cui raccontiamo noi stessi, ci mettono in relazione con gli altri e possono continuare a essere significative anche dopo che si sono concluse.
Non è una regola universale.
A volte dietro il bisogno di concedersi qualcosa possono esserci impulsività, compensazione emotiva, pressione sociale o difficoltà a tollerare la frustrazione. La frase «si vive una volta sola» può diventare un modo per evitare di progettare, accumulare debiti o ignorare conseguenze prevedibili.
Non possiamo tuttavia considerare automaticamente la rinuncia un segnale di maturità.

Il risparmio è sempre una virtù?

Nella nostra cultura il rapporto con il denaro non viene valutato soltanto sul piano economico. Contiene anche un giudizio morale.
Chi risparmia viene descritto come responsabile, prudente, adulto e affidabile.
Chi spende per il piacere rischia invece di essere percepito come superficiale, immaturo o incapace di pensare al futuro, anche quando sostiene autonomamente le proprie spese e non chiede agli altri di rimediare alle proprie scelte.

Ci hanno insegnato che rinunciare oggi è quasi sempre più rispettabile che concedersi qualcosa oggi.

Questa convinzione si è formata in un mondo nel quale il sacrificio sembrava condurre a una ricompensa relativamente prevedibile: lavorare, risparmiare, comprare una casa, costruire stabilità e, infine, godere di ciò che era stato conquistato.

Che cosa accade quando questa promessa si indebolisce?

Quando il lavoro non garantisce avanzamento, la casa sembra irraggiungibile e la sicurezza futura appare sempre meno controllabile attraverso il solo sacrificio individuale, rinunciare continuamente al presente può perdere parte del proprio significato.

La frase «il futuro è incerto, quindi non voglio rimandare continuamente la vita» può certamente diventare un alibi, ma può anche contenere una domanda legittima:

Quanto presente è ragionevole sacrificare per una sicurezza futura che potrebbe non arrivare mai?

Le scelte economiche assumono anche una funzione emotiva.
Per alcune persone il denaro non speso diventa una protezione simbolica contro l’imprevedibilità. Il saldo sul conto non garantisce soltanto la possibilità di affrontare una spesa ma riduce l’ansia, restituisce una sensazione di controllo e permette di immaginarsi meno vulnerabili.
Per altre persone, invece, spendere in esperienze può essere un modo per sottrarre almeno una parte della vita a un futuro percepito come instabile. Se non posso sapere quando raggiungerò una vera sicurezza, provo almeno a non trasformare tutti gli anni che mi separano da essa in un’attesa.

Il futuro che spaventa

Il paradosso diventa ancora più evidente osservando le generazioni anziane.
Secondo il modello economico del ciclo di vita, durante gli anni di lavoro le persone dovrebbero accumulare ricchezza per poi utilizzarla progressivamente dopo il pensionamento.
Nella realtà, molti anziani consumano il proprio patrimonio più lentamente di quanto previsto e, in alcuni casi, continuano ad accumulare anche quando avrebbero risorse sufficienti per migliorare il proprio benessere presente.
Uno studio basato sulle rilevazioni della Banca d’Italia del 2000-2002 e del 2012-2014 ha rilevato che oltre il 40% dei pensionati osservati continuava ad accumulare patrimonio e che più dell’80% presentava ancora un risparmio positivo.
Le spiegazioni possono essere diverse: il desiderio di lasciare qualcosa ai figli, la paura della malattia e delle spese assistenziali o l’abitudine a una vita costruita intorno alla prudenza.
Può essere una generazione che ha imparato a sentirsi al sicuro attraverso ciò che riesce a non spendere.

Eppure anche il risparmio, quando diventa rinuncia permanente, può smettere di essere una risorsa.

Il risparmio smette di essere una forma di cura quando, pur disponendo di una sicurezza proporzionata alla propria situazione, la paura di spendere impedisce sistematicamente di soddisfare bisogni, ridurre fatiche evitabili o vivere esperienze considerate significative.
Desideri e necessità possono essere presenti, ma spendere per sé produce colpa, paura o la sensazione di esporsi a un rischio.
Abbiamo quindi giovani che spendono perché non si fidano abbastanza del futuro e anziani che continuano a risparmiare perché il futuro continua a spaventarli.
I primi rischiano di costruire troppo poco.
I secondi rischiano di non godere mai davvero di ciò che hanno costruito.

Il futuro arriva

Le persone hanno bisogno di poter risparmiare. Una riserva economica permette di affrontare gli imprevisti, sostenere periodi di difficoltà e costruire progetti senza dipendere completamente dalla famiglia di origine o dall’intervento pubblico.

Il problema sta nel comprendere chi riesce a risparmiare, quanto e in quale fase della vita.

Una generazione che accumula poche risorse rischia di arrivare più vulnerabile alla perdita del lavoro, alla malattia, alla separazione, all’aumento dei costi abitativi e alla riduzione futura delle prestazioni pensionistiche.

Questa vulnerabilità non sarà però distribuita allo stesso modo.

Chi riceverà una casa o un patrimonio familiare potrà permettersi di avere risparmiato meno. Chi non riceverà nulla dovrà costruire da solo una sicurezza che redditi bassi e carriere discontinue rendono già difficile raggiungere.
Il rischio collettivo, allora, non è semplicemente che i giovani vadano troppo spesso a cena fuori.
È che la possibilità di costruire un futuro dipenda sempre meno dal lavoro e sempre più dalla famiglia nella quale si è nati.

Il denaro non ci salverà

Non esiste una generazione che abbia capito tutto e una che abbia perso il senso della misura.
Esistono persone cresciute dentro condizioni economiche, promesse e paure differenti.
Risparmiare rimane necessario. Tuttavia, il benessere finanziario non coincide con il massimo patrimonio possibile.

Non tutto ciò che viene chiamato “vivere il presente” è benessere.
Non tutto ciò che chiamiamo prudenza è libertà.

La nostra generazione è cresciuta osservando adulti disposti a sacrificare il presente per costruire sicurezza, ma non è più certa che quello stesso sacrificio verrà ricompensato.

Chi spende per sentirsi vivo e chi accumula per sentirsi al sicuro sembrano muoversi in direzioni opposte.
Eppure, a volte, entrambe le scelte rispondono alla stessa difficoltà: tollerare l’incertezza.
I primi rischiano di scoprire che il sollievo del presente dura poco, mentre la vulnerabilità costruita nel tempo rimane.
I secondi possono arrivare ad avere risorse sufficienti per proteggersi dagli imprevisti, senza riuscire mai a sentirsi abbastanza al sicuro per utilizzarle.
Il problema, allora, non è soltanto quante cene concederci o quanti sacrifici imporci.
La domanda scomoda è se il denaro che spendiamo, o che tratteniamo, stia davvero arricchendo la nostra vita o se, a volte, non sia diventato la scorciatoia più semplice per mettere a tacere il disagio ed evitare di chiederci che cosa la renda davvero significativa.



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