Il ragazzo dai pantaloni rosa: quando la fragilità diventa resistenza e la memoria diventa cura
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Venerdì 05 Dic 2025 · 11 minuti
Tags: ragazzo, pantaloni, rosa, fragilità, resistenza, memoria, cura
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Ci sono storie che nascono da una ferita e diventano possibilità di guarigione. Ci sono voci che, scegliendo di raccontarsi, infrangono il silenzio dei tabù e aprono spazi di libertà per chi legge. L’incontro con Ciro Cacciola – giornalista, dj, autore di libri e curatore di numerosi progetti editoriali – si inserisce proprio in questa prospettiva.
Il suo libro, Il ragazzo dai pantaloni rosa, non è solo un romanzo di formazione: è un viaggio intimo e collettivo che attraversa l’identità, la memoria e il coraggio di essere se stessi al di là degli sguardi e dei giudizi.
Con la sua sensibilità letteraria e umana, Cacciola invita a guardare il mondo da un punto di vista diverso, quello di chi ha imparato che la fragilità può trasformarsi in forza, e che la scrittura può farsi strumento di liberazione.
1)Il libro 'Il ragazzo dai pantaloni rosa', scritto da lei con Maria Francesca Rubino, affronta diversi aspetti complessi dell'adolescenza. Quali crede siano i tabù più difficili da rompere per i giovani di oggi e come il vostro lavoro intende contribuire a questo processo?
Il dramma di Andrea Spezzacatena è la punta dell'iceberg di un malessere giovanile crescente: l'assenza dei valori, l'alessitimia ovvero la totale mancanza di empatia, la perdita di orizzonte. Prima la pandemia, poi le guerre. Oggi l'incertezza economica. Come si fa a pretendere dai giovani che siano solidi in una realtà – fatta di adulti - che non lo è? I dati sono drammatici. Diversi studi hanno evidenziato che il 33 per cento dei ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni è vittima di bullismo e cyberbullismo. Spesso con conseguenze definitive, come nel caso di Andrea, oppure con perdita di autostima, ansia, isolamento, depressione, autolesionismo. I casi sono ormai all'ordine del giorno. Le stime dicono che il 35% degli adolescenti presenta segni di malessere psicologico importanti. Di fronte a questa situazione ci sono Paesi che mettono in campo soluzioni. Altri, come l'Italia, che fanno ben poco.
Per questo è molto importante cogliere i sintomi di questo disagio per tempo, in modo da intervenire prima che sia troppo tardi. In questo senso il film soprattutto e, in seconda battuta, il libro hanno aperto un varco di attenzione e di emozione che ha toccato la sensibilità di molti. Proprio per la chiarezza e la semplicità della narrazione. Il romanzo - che ho tratto dalla sceneggiatura del film su richiesta della Eagle Pictures e dell'editore Pietro Graus - fa una scelta di linguaggio che ho potuto sviluppare avvalendomi della preziosa collaborazione di una giovane editor, Maria Francesca Rubino, che oggi ha la stessa età che avrebbe avuto Andrea se avesse continuato a vivere. Anche l'idea di spezzare il racconto in tanti capitoli mai troppo lunghi contrassegnati e titolati con il luogo e la data, quasi a mo' di diario, ha facilitato e motivato la lettura. Motivato proprio in senso ritmico, intendo. Per questo, dall'sucita del libro, non ho mai smesso di presentare il libro non solo nei circuiti ufficiali (librerie, premi letterari etc.) ma soprattutto nelle scuole, dove ogni incontro è stato emozionante, sincero, sorprendente, unico, anche rivelatorio. Più di una volta è accaduto che
qualche giovane studente denunciasse per la prima volta e pubblicamente, proprio durante "l'incontro", di essere vittima di bullismo e cyberbullismo.
2) Il bullismo è un tema centrale nel libro. Quali sono i tratti, a suo avviso più toccanti, incontrati durante la sua ricerca nella stesura del libro tratto da una storia vera, e come crede che la società possa intervenire più efficacemente per combattere questo fenomeno?
Questa esperienza mi tocca nel profondo. Da ragazzino ho conosciuto e affrontato il bullismo. Mio fratello, più piccolo di me di otto anni, è stato vittima delle cattiverie più impensabili, ad opera di ragazzini ma anche di maggiorenni. Decine di volte ho dovuto soccorrerlo, aiutarlo, sostenerlo. Negli anni Ottanta però non eravamo tecnologicamente così avanzati, dunque non c'era cyberbullismo. Gli episodi si susseguivano ma restavano in quel perimetro. Non c'era la persecuzione delle chat e dei social. Ogni volta mi colpisce il bullo, o il branco, piuttosto che la vittima. La persona bullizzata viene individuata per la sua "diversità" dalla massa, qualunque essa sia: fisica, mentale, sessuale, estetica. Una diversità che spaventa, che spiazza, che non è facile da decodificare se non attraverso gli strumenti della conoscenza, dell'apertura mentale, del rispetto, dell'educazione, della gentilezza d'animo. La società, se avesse reale interesse al benessere di tutti, si attiverebbe per una rivoluzione culturale. Investendo su scuole, università, campagne sociali di civiltà. Ma i governi e i potenti oggi hanno bisogno di masse ignoranti, impaurite, gravate da problemi economici per poterle dominare, controllare e indirizzare. La violenza è spettacolo che arriva a tutti, così come arriva alla pancia degli elettori un bel linguaggio forte e intimidatorio, contro i nemici di turno che attentano alle nostre vite, miserabili rispetto a quelle dei miliardari che pur scegliamo di votare nella speranza di diventare più ricchi, di avere sempre di più.
3) È stato affrontato anche il difficile tema del suicidio giovanile. Come avete gestito la sensibilità di un argomento così delicato nel racconto, e cosa spera che i lettori possano trarre da tale discorso?
Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa non è un romanzo sul suicidio. Non è un libro sulla morte ma sulla vita di Andrea. Era importante riportarlo in vita, per dare voce alla sua esperienza. Lo abbiamo fatto con il massimo rispetto e tutta la delicatezza possibili. Siamo partiti proprio dalla sua venuta al mondo e abbiamo ripercorso tutti i bei momenti della sua vita. Abbiamo, come in ogni romanzo, anche "immaginato": i dialoghi, le situazioni, i luoghi. Ma il punto di partenza è fondamentale. Il protagonista del nostro racconto è un ragazzo pieno di interessi e di passioni, che ama leggere, che va al cinema ogni settimana e tiene un libro con le sue recensioni, che adora cantare e che sa cantare. Vorrei dunque con questo sottolineare che se non si fosse imbattuto nel bullo e nel branco, se non fosse stato perseguitato via social in ogni momento degli ultimi due anni della sua vita, Andrea non si sarebbe suicidato. Il suicidio non è un tema del libro. Il tema del libro è il cyber/bullismo che, come estrema conseguenza, può avere anche il suicidio da parte delle vittime.
4) Dal libro è stato tratto un film. Come è stato vedere la storia prendere vita sul grande schermo? Crede che il film sia riuscito a mantenere intatti i messaggi cruciali presenti nel libro?
Il film ha una sua sceneggiatura originale ispirata alla storia di Andrea Spezzacatena, immortalata nel libro che sua madre, la signora Teresa Manes, aveva scritto dopo la morte di suo figlio. Quel libro si chiama "Andrea Oltre il pantalone rosa", è stato pubblicato - dopo essere stato rifiutato dalle grandi case editrici italiane - nel 2013 dalla Graus Edizioni, casa editrice indipendente con la quale collaboro da oltre vent'anni, ed è stato il punto di partenza per la scrittura del film. Tutto è stato curato e seguito nei minimi dettagli affinché il messaggio fosse unico e rispettoso di una persona ormai assente e di persone che realmente ancora esistono nella realtà. Personalmente ammiro molto il lavoro di divulgazione e la forza di Teresa Manes. Vedere sul grande schermo la storia di Andrea ci ha emozionato e colpito nel profondo del cuore, anche grazie alla straordinaria interpretazione del giovane protagonista, Samuele Carrino. Anche lui vittima di bullismo, peraltro, come mi ha raccontato proprio nel corso della prima presentazione ufficiale del libro in occasione della Festa del Cinema di Roma.
5) Il filosofo Michel Foucault ha spesso parlato degli effetti dell'autorità e delle dinamiche di potere nelle relazioni umane. In che modo pensa che le sue teorie possano applicarsi alla problematica del bullismo e ai tabù esplorati nel suo libro? 6. Il filosofo Albert Camus, nel suo saggio "Il mito di Sisifo", esplora l'assurdità della vita e il concetto di suicidio. Pensa che ci sia un collegamento tra la sua narrazione e le riflessioni di Camus? Come il suo lavoro può dialogare, intenzionalmente o meno, con tali temi filosofici?
Non essendo un esperto di filosofia (i miei studi classici risalgono a troppi anni fa), posso solo dire che tavoli di discussione interdisciplinare andrebbero organizzati e promossi dalle istituzioni per cercare di affrontare il problema sotto ogni punto di vista. Le scuole, in particolare, andrebbero supportate con la presenza costante di presidi di psicologi e psicoterapeuti, non solo per gli studenti ma anche per i loro genitori: spesso è nelle famiglie che si generano e di nascondono i disagi. E se da un lato ho incontrato in questi ultimi mesi decine di docenti e dirigenti scolastici molto consapevoli di queste problematiche, so che nelle famiglie c'è molta più resistenza a trattare come "problematici" certi comportamenti dei giovani, soprattutto quando si è genitori dei cosiddetti "bulli". I quali, a mio avviso, andrebbero seguiti e supportati poiché la loro violenza scaturisce da disagi e mentalità tossiche.
6) Nonostante le difficoltà affrontate dal protagonista del libro e dalla sua famiglia, qual è il messaggio di speranza o resilienza che desidera trasmettere ai giovani lettori, soprattutto a quelli che potrebbero trovarsi in situazioni simili?
Dobbiamo soprattutto combattere da un lato l'isolamento, dall'altro la paura del giudizio. Dico sempre ai giovani che incontro durante le presentazioni di non lasciare mai nessuno da solo. Piuttosto, se ci accorgiamo che un amico si isola, non comunica, cerchiamo di stargli
vicino, di capire cosa gli succede, perché sta male. Anche chi è vittima di bullismo deve imparare a non isolarsi, a chiedere aiuto, a denunciare. Anche quando si tratta di persone a cui vogliamo bene. Come nel nostro romanzo: Andrea voleva molto bene al suo bullo, dunque sperava ogni volta, nonostante tutte le cattiverie esibite e subite, che il bullo potesse volergli bene a sua volta, essere suo amico. Ma anche il bullo è stato vittima del pregiudizio del branco: cosa avrebbero pensato tutti se lui fosse stato gentile e affettuoso con Andrea? Come pure non ci si può trincerare su difese del tipo "stavamo scherzando" o "era solo uno scherzo" perché non ci si diverte alle spalle degli altri o isolando gli altri. Il divertimento è sacrosanto ma è sano quando è leale, condiviso, partecipato. Alcuni docenti mi hanno detto che per molti studenti "Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa" è il primo libro che hanno letto. Sento molto la responsabilità di questo filo diretto e indiretto e, con tutti i miei limiti, spero sinceramente che questo libro possa contribuire alla formazione di tanti nostri piccoli e giovani concittadini. Ne ho conosciuti tantissimi di così grande sensibilità che riesco ancora a sperare in un futuro migliore di questo tempo così buio, retrogrado e bellicoso.
Dialogare con Ciro Cacciola significa riconoscere che l’arte non offre risposte definitive, ma apre domande nuove e necessarie. Il ragazzo dai pantaloni rosa ci ricorda che ogni esistenza è un intreccio di paure e desideri, e che la vera rivoluzione non sta nel nascondere le differenze, ma nel viverle come possibilità di bellezza.
L’intervista si chiude dunque come un invito: accogliere le storie non per incasellarle, ma per lasciarsi trasformare da esse. Perché, come ci insegna Cacciola, i pantaloni rosa non sono soltanto un indumento, ma il simbolo di un cammino verso l’autenticità e la libertà di essere
