Il respiro dell’altro: quando la coppia diventa prigione
Pubblicato da Barbara Lancione in Articoli · Martedì 03 Mar 2026 · 3 minuti
Tags: respiro, coppia, prigione, relazioni, amore, psicologia, dipendenza, libertà, comunicazione, crescita, personale
Tags: respiro, coppia, prigione, relazioni, amore, psicologia, dipendenza, libertà, comunicazione, crescita, personale
Le relazioni affettive, in particolare quelle di coppia, dovrebbero rappresentare uno spazio sicuro,
l’incontro tra due individualità che scelgono di condividere un percorso basato su reciprocità,
fiducia e libertà. Se questo è il modello relazionale a cui si dovrebbe aspirare, la realtà restituisce
tuttavia un quadro ben più allarmante. Dall’ultima indagine Istat sulla violenza di genere, è emerso
che i partner sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate e
di alcuni tipi di violenza sessuale.
Nella maggior parte dei casi la violenza fisica rappresenta l’esito finale di un percorso già segnato
da manifestazioni più sottili e difficili da riconoscere. Si tratta di violenze emotive e psicologiche
che insinuano paura, colpa o vergogna fino a compromettere la percezione di sicurezza della donna.
In questo modo si instaura un vero e proprio ciclo della violenza, da cui diventa estremamente
complesso sottrarsi.
La svalorizzazione della partner e il suo progressivo isolamento sociale rispondono a un obiettivo
preciso: il controllo. Non è casuale che tali forme di violenza si manifestino con particolare evidenza
in un periodo storico in cui le donne hanno conquistato maggiore consapevolezza e autonomia,
ampliando le proprie possibilità di scelta nella società, nel lavoro e nella famiglia. Gli stereotipi di
genere che per secoli le hanno confinate al ruolo di custodi del focolare domestico, subordinate ai
mariti, sono stati messi in discussione, incrinando un sistema consolidato di valori e credenze. Di
fronte a questa trasformazione, lo spaesamento identitario maschile può degenerare in dinamiche
di controllo e sopraffazione.
Se da una parte entrano in gioco residui di ruoli tradizionali interiorizzati, dall’altra le dinamiche
disfunzionali possono essere alimentate dall’immaturità affettiva del partner violento, che vive la
relazione di coppia come condizione unica, indispensabile e necessaria per la propria esistenza. In
questi casi si parla di dipendenza affettiva patologica, radicata nella paura dell’abbandono e
nell’incapacità di accettare il rifiuto. Questa dinamica si concretizza in comportamenti manipolativi
e coercitivi, volti a minare progressivamente l’autostima dell’altra persona. Ricatti emotivi, minacce,
menzogne alternate a lusinghe, colpevolizzazioni e svalutazioni costanti costituiscono forme di
violenza psicologica a tutti gli effetti.
Una metafora potente di questa tematica è data dalla performance Breathing in/Breathing out,
realizzata da Marina Abramovic e Ulay nel 1977. I due artisti sigillano le narici con filtri di sigaretta
e uniscono le bocche, respirando esclusivamente l’anidride carbonica espirata dall’altro per circa
quindici-diciannove minuti, fino quasi allo svenimento. L’opera diventa così una rappresentazione
estrema e disturbante di una relazione di co-dipendenza che conduce al soffocamento reciproco e
all’annullamento dell’individualità.
È ciò che accade nelle relazioni disfunzionali: i confini personali si dissolvono, l’identità di ciascun
partner viene assorbita dai bisogni e dalle paure dell’altro, e viene meno la capacità di percepirsi
come soggetti autonomi. Solo riconoscendo l’altro nella sua alterità e preservando la propria
individualità è possibile costruire una relazione autentica, fondata non sul possesso o sul controllo,
ma sul rispetto e sulla libertà reciproca.
