Il rito della vergogna
Pubblicato da Lucia Li in Il filo di Minotauro · Sabato 12 Set 2026 · 10 minuti
Tags: vergogna, rito, cultura, tradizione, società, psicologia, comportamento, stigma, umanità, relazioni
Tags: vergogna, rito, cultura, tradizione, società, psicologia, comportamento, stigma, umanità, relazioni
Parto con la premessa che questo sarà un articolo inadatto per le persone sensibili, poiché andrò a toccare temi che possono suscitare lo sgomento e persino il dolore.
Dopo questo disclaimer, sarà vostra responsabilità continuare.
Negli ultimi giorni del mese di agosto, sono stata in un posto desolato, ma bucolico. Tuttavia, non c’era scampo per il caldo. Sono stati quattro giorni intensi, in cui ho conosciuto persone con vari background: c’era chi porta il tema del cibo come arma da guerra, chi parla dell’intersezionalità decoloniale, chi sottolinea l’importanza dei diversi capitali nella produzione delle disuguaglianze, chi lotta contro l’abilismo, e davvero tanto tanto altro.
Un’attivista afrodiscendente mi disse una frase che mi sollevò dal senso di inadeguatezza che mi permea ormai da mesi, o anni.
“Tu sei forte, non sei moderata, fai analisi molto acute.”
Ne sono rimasta meravigliata, perché mi aspettavo tutt’altro che un’approvazione del genere. Sono consapevole che quasi nessuno aspira ad ascoltare le mie parole, poiché ci si attende da me il conformismo totale. Questo perché sono donna, e anche perché sono evidentemente non di razza ariana, ma asiatica (sì, mi piacciono i giochi di parole).
Mi disse anche: “Sono contenta di vederti qui, perché ci dobbiamo sbiancare.”
Okay, un altro colpo al cuore.
Da lì in poi sono diventata una radio a pannello solare con lei. Chi non mi conosce potrebbepensare che io sia una persona distante, chiusa, diffidente; insomma, il tipico stereotipo della giovane di seconda generazione mal integrata.
La paura di essere “cancellata” mi perseguita da sempre; difatti la sera stessa del primo giorno di arrivo alla Summer School, dissi qualcosa che suscitò il disappunto da parte di una persona che giudicò la mia analisi troppo tagliente.
Raccontai un episodio avvenuto presso l’università quando una collega del mio stesso corso si confidò con me dicendomi di essere stata in una comunità terapeutica. Colta alla sprovvista, ero comunque molto contenta della sua apertura, anche se questa poi era sfociata in divergenze di approccio (veramente due filosofie di vita diverse).
Lei mi raccontò che la sua tossicodipendenza fosse esclusivamente dovuta al suo portato genetico, il quale è incolmabile e implacabile.
La mia primissima e sincerissima reazione a tale dichiarazione fu: “???”
Cercai di controbattere esponendomi a mia volta; le dissi che pur non essendo stata in comunità terapeutica, ho potuto convivere con persone con tossicodipendenza in comunità educativa. La mia esperienza mi presenta un’altra versione di “verità”, non posso dimenticare i rimpianti e i rimorsi che queste persone mi dedicarono, confidando nella mia fiducia di accoglierle. Nessuna di loro, nessuna mi disse che fosse un problema di geni, bensì di condizioni familiari spiacevoli in cui non trovavano altro che le sostanze.
Non mi lasciò finire la frase, e mi fermò deliberando convintamente: “È un problema genetico, perché i miei genitori sono docenti universitari.”
Non aggiunsi altro, sebbene mi fosse rimasta la nausea che tuttora mi tormenta. Non so se provare odio o pena davanti a tale presunzione borghese.
“Quindi preferisce soffrire al fine di mantenere gli interessi del suo sacrosanto status sociale da ceto medio, piuttosto che riconoscere i fattori esterni che gravano sulla sua salute?”
Questa frase, che ho pronunciato alla Summer School, è stata criticata perché troppo distruttiva. Ancora non scorgo dove si situi tale distruttività, perché dal mio punto di vista ho semplicemente descritto quello che lei stessa mi aveva detto.
Ora penso che non fosse una questione di crudeltà o insensibilità, bensì di vergogna. Ho squarciato il velo dietro cui celava la vergogna.
Non pensavo mai di compatire le persone borghesi fino a quel momento. Ora penso che certe sofferenze abbiano la stessa matrice, ovvero il rito della vergogna.
Le persone bianche appartenenti alla classe media sono solite essere sottoposte ai rituali della vergogna per dimostrare il proprio valore, il diritto a essere fra i prescelti. Di conseguenza riescono a sopportarli senza sentirsi minacciate o distrutte.
bell hooks possiede la capacità di togliermi le parole di bocca; scrisse in Insegnare comunità che alle studentesse e agli studenti vulnerabili appartenenti a gruppi emarginati manca la consapevolezza della ritualizzazione della vergogna; pertanto, i rituali della vergogna possono mandarli in crisi, farli dubitare di sé e delle ragioni della propria presenza
nell’accademia.
Effettivamente, quando fui al Liceo Scientifico, la scuola classista per eccellenza, fui sottoposta alla ritualizzazione della vergogna. Forse ero io troppo fuori dal mondo per non comprendere che il Liceo fosse un luogo esclusivo della media-alta borghesia; all’epoca scelsi quella scuola perché volevo diventare medica. Poi la sorte mi ha portata a fare tutt’altro.
Non ero preparata ad affrontare tutta quella vergogna, d’altronde sono sempre stata così. Do per scontato che il mondo funzioni come lo immagino io, e quindi quando vengo a conoscenza del contrario, ne rimango distrutta.
“Il filosofo può fare il benzinaio, ma il benzinaio può essere solo un benzinaio” - disse la professoressa di latino e italiano.
Questa è solo una delle tante belle dichiarazioni classiste con le quali si rivolse alla classe durante le lezioni. Tra l’altro, ogni volta le diceva con una certa enfasi, come se trovasse divertimento nel conclamarle.
Io mi sentivo come se fossi un pollo in una fabbrica tayloriana, perché ero l’unica idiota che si azzardava a manifestare il proprio malcontento. Quindi mi sentivo come se fossi un pollo che guardava i dintorni e si rendeva conto di essere un pollo che non sapeva tenere basso lo sguardo, attirando giustamente il doppio della vergogna rispetto alle mie compagne e ai miei compagni di classe.
Già il fatto che criticassi il sessismo linguistico era un motivo di attacco quotidiano. Non parliamo di come venivano considerati i riferimenti filosofici che riportavo nelle verifiche di italiano.
“Inutili e incomprensibili”
La mia scrittura era diventata il luogo perfetto per sedimentare tale vergogna: per l’intero secondo quadrimestre della quinta superiore, il voto più alto nello scritto di italiano era un 6 e mezzo. Spesso era un 5 o un 5 e mezzo.
Mi disse che scrivo in maniera sgrammaticata, quindi lei da brava professoressa era costretta a togliermi i punti. Va bene, è vero che non sono di madrelingua italiana, quindi per quanto mi impegni a non fare errori di grammatica, qualcuno mi scapperà.
Però, perché esponeva il mio errore davanti a tutte le persone come se fosse una sentenza aperta al pubblico? Perché un semplice errore di distrazione sembrava quasi un marchio sulla mia identità? Perché la lingua era diventata un’arma per escludere?
Non sapeva che io rispondevo alle sue domande sulle figure retoriche riferendole le risposte del libro, al fine di verificare se fosse davvero la mia tendenza al vittimismo a trasfigurare la sua buona volontà, oppure se c’era qualcosa di più sottile e profondo che sottostava ai suoi giudizi severi nei miei confronti.
Da lì ho capito che ce l’aveva con la mia persona, perché contraddiceva ogni risposta del libro.
Capire razionalmente non significa comprendere emotivamente; se fosse davvero così facile, non avrei tentato il suicidio in quarta superiore. In questi luoghi da classe media, vige un paradosso, almeno per me si tratta di un paradosso: ci si vergogna di provare la vergogna.
Mi vergognavo di mostrarmi fragile, quindi preferivo far finta di niente nonostante il collasso emotivo. Mi vergognavo, quindi volevo sparire. Mi vergognavo perché mi sentivo inadeguata in quella scuola. In comunità ero la stramba che studia, a scuola ero la sfigata privilegiata che si atteggiava alla borghesia. Studiare era un vizio per chi proviene dai ceti emarginati, un gesto esibizionista, ignobile e minaccioso.
“Se sparisci, faresti un piacere al mondo”
Questa fu l’ossessione che mi risuonava nella testa in quel periodo, giorno e notte. Cercavo di resistere alla tentazione di cedere al suo mormorio, ma quel pomeriggio, risvegliandomi dall’affanno, ho deciso di ascoltarlo. Ho chiamato poi io l’ambulanza, perché non ero riuscita ad ammazzarmi. Arrivata al pronto soccorso, un infermiere premette sul mio sterno per svegliarmi, mi fece tanto male, ma ancora più male fece il suo tono sprezzante per il motivo per cui mi trovavo lì.
Quando era arrivata mia mamma d’anima (importante precisare), cominciai a piangere in un mondo in cui a un certo punto sentivo solo le mie grida e nient’altro. Nel mentre, denunciavo il razzismo, il classismo, la misoginia, la vita di merda senza frenarmi.
Farebbe ridere, ma ho smesso di vergognarmi nel momento in cui ho deciso di terminare la mia vita. Da allora in poi, ho deciso di provare le mie emozioni senza vergogna, di provare il dolore anche con la paura di apparire fragili. Tutto questo perché non voglio più arrivare al punto di non ritorno per finalmente ritornare a vivere.
Una volta che si è dissipata la vergogna, cosa subentra?
Pensavo che fosse la rabbia, invece ora penso che sia l’amore. La me di due anni fa mi darebbe della sdolcinata se mi vedesse scrivere proclamazioni del genere. In effetti, mi sento un po’ a disagio, però questo è quello che penso:
L’amore spesso viene usato come tamponamento ai rapporti di dominio. Tuttavia, quando nasce il vero amore autentico, il quale va a scombussolare inevitabilmente la gerarchia consolidata, il potere che stabilisce il patto padrone-servo.
L’amore non è né dominio, né controllo, è uno stato. E non cambia in base allo status quo della persona verso cui manifesto il mio stato d’amore. E non sparisce se ricevo la reticenza o il rifiuto. Continuerò ad amare perché è il mio stato naturale. Fa parte della mia natura amare, e amando sono ritornata a diventare un essere umano.
Dopo questa lunga tiritera, finalmente concludo: la vergogna ci rende passivi, spettatori di vita, obbedienti e divisi. Spero che questo tribunale che decreta la vergogna possa essere distrutto, lasciando spazio all’amore libertario.
Alla fine il gruppo della Summer School mi ha accolta ringraziandomi per il discorso che ho fatto, superando insieme la vergogna della vulnerabilità e ritrovando il coraggio per umanizzarci.
E’ una sensazione di completezza che non necessita più di vincoli esterni; quindi, è come sentirsi a casa? Anche se questa casa non ha dei confini precisi, perché l’amore l’ha resa ampia tanto quanto il mondo.
La vergogna mi faceva sentire come se fossi un pezzo mancante, ma quando me ne sono districata, mi sono resa conto che quel vuoto esistenziale era una costruzione sociale.
Mi sento a casa quando mi sento completa; quando basta solo il mio semplice esistere per essere felice.
Quando ho smesso di appigliarmi a qualche schema per non sentirmi fuori posto.
Quando posso smettere di resistere, perché non devo più difendermi da nulla.
Quando...ho dichiarato ad alta voce che amo e vorrei amarlo.
