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Il silenzio sull’Iran: la voce che il mondo non vuole ascoltare

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Il silenzio sull’Iran: la voce che il mondo non vuole ascoltare

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 30 Mar 2026 · Tempo di lettura 7 minuti
Tags: Iransilenziovocemondodirittiumaniprotestalibertàrepressioneattivismonotiziepoliticacultura
Ci sono momenti nella storia in cui le parole sembrano perdere peso, come se non fossero più sufficienti a contenere ciò che accade. Eppure, è proprio allora che diventano necessarie. Parlare, raccontare, nominare: sono atti che si oppongono all’oblio.
L’Iran oggi è uno di questi luoghi sospesi tra il rumore della tragedia e il silenzio del mondo. Un Paese attraversato da un dolore profondo, ma anche da una forza ostinata che continua a emergere, nonostante tutto. In questa intervista, Shirin – ingegnera iraniana che vive in Italia – dà voce a ciò che spesso resta ai margini del racconto: non solo la repressione, ma il significato umano, quotidiano, esistenziale della resistenza.

1. Quando pensi all’Iran di oggi, qual è il primo tabù che senti ancora più difficile da nominare, sia per chi vive lì sia per chi lo osserva da fuori?
Se penso all’Iran di oggi, il primo vero tabù non è culturale, religioso o sociale. È il silenzio.
Siamo abituati a parlare di tabù legati al denaro, al sesso, alla religione: esistono ovunque, con sfumature diverse. Ma oggi il vero tabù è parlare dell’Iran stesso. È il motivo per cui non se ne discute abbastanza, per cui mancano prese di posizione forti, per cui la sofferenza di un popolo non trova un’eco adeguata nel mondo.
Questo silenzio genera frustrazione, rabbia, delusione. Lo viviamo noi della diaspora, ma anche chi è ancora lì. E accade perché ciò che muove il popolo iraniano non rientra nei modelli ideologici che spesso guidano l’attenzione internazionale.
Gli iraniani stanno lottando per la libertà nella sua forma più pura, senza filtri ideologici. E questo mette in difficoltà chi dovrebbe sostenere certe battaglie: per schierarsi davvero, bisognerebbe scegliere la libertà prima delle proprie convinzioni politiche.
E invece, troppo spesso, viene scelta l’ideologia.
Per questo l’Iran è diventato un tabù: perché costringe a una presa di posizione scomoda. Ma sono convinta che, quando emergerà tutta la verità su ciò che sta accadendo, il mondo proverà vergogna per questo silenzio.

2. La Sharia viene spesso raccontata in modo astratto o stereotipato: cosa significa davvero crescere e vivere sotto questo sistema, soprattutto per una donna, nella quotidianità di ogni giorno?
Per comprendere cosa significhi vivere sotto la Sharia, si può immaginare l’Europa del Medioevo. Le religioni monoteistiche, pur diverse, condividono strutture simili quando diventano legge: controllo, rigidità, subordinazione.
Per una donna, questo si traduce in una quotidianità fatta di limitazioni profonde.
Un esempio: in caso di adulterio, la punizione per un uomo può essere una serie di frustate. Per una donna, la lapidazione.
Le contraddizioni sono evidenti: una bambina può essere data in sposa già a nove anni, perché considerata “matura”, ma allo stesso tempo viene ritenuta incapace di decidere per sé stessa. Non può scegliere se studiare, lavorare, viaggiare. Ha bisogno del permesso di un uomo: prima il padre, poi il marito.
È una condizione che priva della soggettività. E la lista delle restrizioni è molto più lunga di quanto si possa raccontare in una sola intervista.

3. Essere una donna laureata iraniana è già di per sé una rottura dei ruoli imposti: quali limiti hai dovuto affrontare e quali, invece, ti sono stati insegnati come “normali” fin dall’infanzia?
Contrariamente a ciò che si pensa, le donne iraniane sono tra le più istruite.
Non si sono mai piegate completamente al potere religioso. Anzi, nelle università sono spesso la maggioranza. Essere laureata non è affatto un’eccezione.
Il problema arriva dopo: l’accesso al mondo del lavoro e alle opportunità è fortemente limitato. In questo senso, l’Iran non è così diverso da altri Paesi, ma le percentuali sono molto più basse.
Le donne iraniane, però, hanno una caratteristica che le distingue: non si arrendono. Sono combattive, determinate, consapevoli. Non accettano passivamente il ruolo che viene imposto loro.

4. Vivendo oggi in Italia, quali libertà ti accorgi di dare per scontate qui, ma che in Iran hanno – o avrebbero – un costo personale altissimo?
Vivere in Italia significa rendersi conto di quanto siano preziose – e fragili – certe libertà.
Non parlo solo di libertà sociali, come vestirsi o scegliere come vivere. Parlo soprattutto di democrazia: libertà di pensiero, di parola, di critica.
In Iran manca tutto questo.
Le prigioni sono piene di intellettuali, professori, persone che pensano. Paradossalmente, per trovare l’élite culturale del Paese, bisogna guardare dietro le sbarre.
La differenza tra libertà sociale e democrazia è fondamentale: alcuni Paesi possono concedere piccoli spazi individuali, ma senza libertà politica. L’Iran, invece, spesso nega entrambe.

5. Spesso si parla delle donne iraniane solo nei momenti di crisi: cosa senti che il mondo non ha mai davvero voluto ascoltare della loro forza, della loro resistenza quotidiana, da sempre?
Il mondo vede le donne iraniane solo nei momenti di crisi, ma non conosce la loro resistenza quotidiana.
Ogni giorno affrontano violenze fisiche, psicologiche, economiche. Possono essere fermate per strada, arrestate per come sono vestite, controllate anche all’interno della famiglia.
Eppure, non si piegano.
Continuano a studiare, a crescere, a lottare. Sono, davvero, delle leonesse.
Ridurre tutto al velo è profondamente limitante. Essere una donna in Iran richiede una forza enorme, ogni singolo giorno.

6. Se potessi parlare direttamente alle ragazze iraniane di oggi, ma anche a chi in Occidente pensa che certi diritti siano garantiti per sempre, quale messaggio sentiresti urgente condividere?
I diritti non sono garantiti per sempre. Non sono “dovuti”.
Esistono perché qualcuno ha combattuto, spesso pagando con la vita. E possono essere persi, se non vengono difesi.
La democrazia non è un punto di arrivo, ma un percorso continuo.
Alle ragazze iraniane direi: non smettete. Anche se non vedrete i risultati, ciò che fate conta. È una staffetta tra generazioni.
All’Occidente: non date nulla per scontato. I segnali di regressione esistono. Quando il dibattito viene soffocato, quando si ha paura di parlare, qualcosa si sta incrinando.

7. Le poche immagini che arrivano dall’Iran oggi parlano di repressione, paura e coraggio estremo: cosa non riescono a raccontare i media sul prezzo umano che le persone stanno pagando ogni giorno?
Ciò che manca nel racconto mediatico è la reale portata della violenza.
Un regime che uccide il proprio popolo e non se ne assume la responsabilità è qualcosa di ancora più insidioso.
Ci sono feriti finiti negli ospedali e poi uccisi. Ci sono numeri che non trovano spazio. Ci sono storie che restano invisibili.
Questo silenzio non è solo omissione: è una ferita storica. E un giorno verrà ricordato.

8. Quando protestare, parlare o semplicemente esistere diventa un atto di rischio, come cambia il significato di parole come libertà, dignità e speranza per chi oggi vive in Iran?
In Iran oggi, parlare di libertà significa mettere in gioco la propria vita.
Chi scende in piazza lo sa. E lo fa comunque.
Questo ridefinisce completamente il significato di parole come dignità e coraggio.
Il popolo iraniano sta riscrivendo queste parole con i propri gesti. Sta affermando il valore della vita contro un sistema che glorifica la morte.
E c’è un’immagine che resta: funerali in cui si canta e si danza. Non per leggerezza, ma per affermare la vita, anche nel dolore.
È una forma di resistenza profonda, quasi filosofica.

Forse il punto non è capire fino in fondo ciò che accade in Iran – perché certe esperienze non si comprendono davvero se non si vivono.
Il punto è non voltarsi dall’altra parte.
Il silenzio non è mai neutrale: è una scelta. E in tempi come questi, diventa complicità.
L’Iran oggi ci interroga, anche da lontano. Ci chiede cosa siamo disposti a vedere, a riconoscere, a difendere. Ci costringe a misurare il valore reale di parole che usiamo spesso con leggerezza: libertà, diritti, dignità.
E mentre un popolo continua a lottare, spesso da solo, resta una domanda sospesa – scomoda, ma inevitabile: quanto vale davvero la libertà, se non siamo pronti a difenderla anche quando non ci riguarda direttamente?



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