Il sovraccarico, parte 1: Lavorare stanca
Pubblicato da Meltea Keller in Neurobug di sistema · Mercoledì 22 Apr 2026 · 5 minuti
Tags: sovraccarico, lavoro, stanchezza, produttività, stress, benessere, equilibrio, vita, lavoro, gestione, del, tempo, salute, mentale
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Ho capito perché in adolescenza mi sono innamorata perdutamente di Cesare Pavese quando ho ricevuto la prima diagnosi. Se Camus aveva tratti ADHD e di alto potenziale cognitivo, ho davvero pochi dubbi (lasciatemelo credere) che Pavese fosse altrettanto apc e nello spettro autistico. Ed è dal titolo di una sua raccolta di poesie che prendo spunto per iniziare uno dei discorsi più difficili da capire: il rapporto complesso fra neurodivergenza e lavoro standard.
Sono una persona dal quoziente intellettivo alto, parlo poco e non creo certo del drama attorno a me. Ho scelto di non nascondermi e di sbattere in faccia agli altri la natura del mio cervello. Eppure – proprio perché non creo drama e non ribatto continuamente su questo punto – ho notato quanto la gente tenda a scordarsi chi sono e a scambiarmi per neurotipica.
E questa è una pessima cosa sul posto di lavoro.
Ci sono molte cose, normali per un cervello tipico, che possono sovraccaricare un cervello autistico al lavoro. Ci sono altre cose che sovraccaricano i cervelli ADHD. Possiamo enumerarle, tipo lista della spesa – forse, però, varrà la pena in seguito qualche approfondimento.
Se vuoi far impazzire un autistico, mettilo in un’aula open space con le luci forti e piena di gente che parla di continuo. Poi dagli task all’ultimo minuto e obbligalo al multitasking forzato. È una tortura. E lo so perché mi è capitato: al quinto giorno piangevo come una fontana in preda al mal di testa. E alla depressione – perché il sovraccarico sensoriale ha questa simpatica contropartita. La mera chimica cerebrale influenza il morale più di quanto l’essere umano non voglia ammettere: forse ci piace pensare che aspetti fisici e materiali non influenzino il nostro stato, è un pensiero che ci fa sentire liberi – ma è falso. GPT mi incalza: i lavori standard “premiano l’adattabilità relazionale più che la competenza”. Vorrei dirgli che purtroppo non ci sono lavori dove questo non succeda. Performare normalità è una skill spesso imprescindibile a meno che uno non si metta da solo nella casella sociale dell’outsider. Io ci provo. Come dicevo, non vengo molto presa sul serio.
Se vuoi invece ridurre in pezzi un ADHD fagli fare cose ripetitive e vedi come la dopamina in pochi giorni scende sotto i piedi. E poi fallo aspettare, rimanda la sua gratificazione. E poi ancora, chiedigli costanza energetica ignorando i suoi up e down. Digli di mettere in ordine e di essere meno distratto se vuoi ottenere l’effetto opposto. Il risultato sarà sbadataggine a mille e difficoltà a prendere decisioni a duemila.
Chiedetemelo di nuovo: come fate voi che siete AuDHD? Male. Per quel che mi riguarda, una delle possibilità di salvezza è fare del proprio interesse assorbente il proprio lavoro.
Nello scorso articolo ispirato a 8Mile parlavamo proprio di questo. Gli interessi sono importanti per ognuno di noi, ma per i neurodivergenti di più perché sono una modalità di regolazione imprescindibile. Conosco vari, fra autistici, apc e ADHD, che hanno fatto del loro interesse il loro mestiere. E, in quel caso, cambia tutto.
Lo stesso autistico che avete lasciato righe sopra in preda al pianto per l’aula open space disegnata dal demonio, nel proprio interesse assorbente cambia faccia come l’albatro di Baudelaire. In questo caso, il focus non è uno sforzo ma uno stato naturale, l’interesse è interiore e il tempo non esiste. Non esiste pranzo, cena… quella stessa persona che fatica a stare nelle otto ore adesso ne fa dodici, ventiquattro. Non sto dicendo che sia sano, sto dicendo che la performance varia a seconda del suo contenuto. E le persone attorno: poche ma buone. Ho un amico nello spettro, cuoco vegano geniale, che dice sempre che per lui la dicitura “chef” non è corretta perché lavora da solo e non in batteria. Ma come lavora!
Lo stesso ADHD con la dopamina sotto i piedi per richieste che vanno contro il suo funzionamento, alle prese con i propri interessi, diventa creativo, inizia a pensare fuori dalla scatola, sente la sfida, la passione, l’urgenza. Il lavoro diventa un corpo a corpo, un atto erotico, una danza dei neuroni che saltano da questo a quello trovando una loro coerenza.
In entrambi i casi funziona ciò che importa, non quel che si deve fare.
Vi siete mai chiesti perché Pavese – e la sua bella testa, tesoro nazionale – fosse rimasto a fare il direttore editoriale per Einaudi che a malapena lo pagava e sempre in ritardo? Per l’interesse assorbente è la mia risposta. Vivi per i libri, pensi libri, curi maniacalmente i libri, da morto diventi un uomo-libro: come poteva anche solo pensare di mollare una casa editrice mossa, com’era allora, dal caos creativo costante di cui proprio lui era la struttura portante? Del cosa succede quando un neurodivergente va in vacanza e rilascia l’enorme stanchezza accumulata, parleremo più in là (per Pavese era stanchezza mista sovraccarico da ghosting erotico ed è stata fatale). Per ora, il punto è che i lavori standard non sono neutri. Sono tarati su un modo di funzionare che non è sano per tutti.
