Il tabù del “colto”: perché la TV ha smesso di istruirci?
Pubblicato da Ludovica Distefano in Fuori Onda · Lunedì 08 Giu 2026 · 5 minuti
Tags: tabù, colto, TV, istruzione, cultura, media, educazione, società, informazione
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Ai suoi albori, la televisione rivestiva una funzione profondamente formativa e pedagogica. Non a caso, negli anni ’60, una fetta consistente dei programmi TV proposti dalle reti nazionali era dedicata alla divulgazione storica e scientifica, nonché musicale e artistica; alcune sezioni del palinsesto, poi, erano esplicitamente indirizzate a chi non aveva avuto accesso all'istruzione, trasformando il piccolo schermo in uno strumento di alfabetizzazione e di conoscenza accessibile a chiunque.
Dietro il fenomeno si cela una motivazione molto precisa, ovvero il bisogno di identificazione. Nello scenario mediatico odierno, in cui la televisione ha ceduto il primato dell’intrattenimento all’immediatezza dei contenuti social e alla varietà che soltanto le piattaforme streaming possono garantire, essa deve reinventarsi. Lo fa puntando sulla rassicurazione: per restare rilevante agli occhi del pubblico, la TV deve offrire un conforto che vada oltre la semplice distrazione.
In ogni caso, l’accezione culturale della TV non si esauriva nella natura stessa dei contenuti: essa permeava il linguaggio, nonché la cura e rigorosità della dialettica, che non veniva percepita come un esercizio di stile fine a se stesso, ma come un dovere etico nei confronti del pubblico che guardava da casa. In altre parole, era come se chi lavorava nel mondo della televisione, a partire dal divulgatore fino al conduttore di varietà, sentisse il peso della responsabilità di essere per gli spettatori un modello di riferimento, tanto affidabile quanto autorevole.
Oggi, questo scenario appare radicalmente capovolto. Lo dimostra lo stupore che proviamo quando un personaggio televisivo sfoggia un vocabolario ricercato, nonché una padronanza della lingua o una conoscenza superiore alla media. In un panorama mediatico che ha normalizzato l’errore, lo strafalcione linguistico o la lacuna culturale non sono soltanto sdoganati, ma perfino oggetto di spettacolo, divenendo una forma di intrattenimento a sé stante.
Basti pensare al ruolo che la «gaffe» ha assunto nel tempo: isolata dal contesto, infiocchettata a dovere e infine data in pasto ai social, essa finisce inevitabilmente per divenire virale, trasformando un presumibile momento di imbarazzo in puro content. La TV odierna diventa inevitabilmente un fornitore di contenuti social: pensiamo ai meme, alle parodie, alle «fancam».
Tale deriva conduce inevitabilmente ad un altro fenomeno: l’abbassamento della soglia critica dello spettatore. Se la televisione del passato premiava la competenza intesa ad ampio spettro, oggi questa finisce per essere percepita come elitaria, se non addirittura noiosa: al contrario, l’errore finisce per essere elevato a simbolo di autenticità, come se fosse in qualche modo garanzia di un personaggio “vero” e senza filtri.
In parole povere, abbiamo bisogno che la TV ci dia qualcosa che lo streaming o i social faticano ancora ad offrire, nonostante questi ultimi permettano un racconto paradossalmente più vicino al nostro vissuto, pur nella loro natura artefatta. E lo fa modellando personaggi e dinamiche a nostra immagine e somiglianza: figure costruite ad hoc capaci di riflettere le nostre fragilità, di incarnare le nostre debolezze e i nostri talloni d’Achille.
A questo bisogno di empatia, tuttavia, se ne affianca un secondo di natura più egoistica: la ricerca di una gratificazione istantanea del proprio ego. Osservare qualcuno che, sotto le luci della ribalta, dimostra di sapere meno di noi, innesca un sottile meccanismo di compiacimento. Vedere l’errore altrui spettacolarizzato ci fa sentire per contrasto più intelligenti, più preparati: in qualche modo, superiori. Così facendo, lo spettatore non si sente più sotto esame di fronte a dei modelli culturali per lui inarrivabili o comunque ostici da raggiungere, ma è lui stesso a farsi giudice, traendo conforto dalla mediocrità dell’altro.
Poco importa se tali scivoloni siano studiati a tavolino: è come se, tra medium e pubblico, venisse stabilito una sorta di accordo tacito per cui lo spettatore, pur consapevole della natura artificiosa di ciò che vede, accetta il gioco, decidendo deliberatamente di empatizzare con la caduta di stile che gli viene mostrata. La TV afferma così il suo nuovo ruolo: dismette la sua funzione pedagogica a favore di una celebrazione dell’errore e della mediocrità, che diverte e rassicura.
Dunque, se sessant’anni fa la missione della televisione era accrescere il bagaglio culturale di un pubblico che guardava al sapere con speranza, oggi quella stessa TV sembra validare il sospetto di chi vede nella cultura un elemento di disturbo o di superiorità. È così che, se un tempo la gaffe poteva segnare la fine della credibilità di un personaggio televisivo, oggi, al contrario, lo «scivolone» finisce spesso per decretarne la fortuna.
È in questo modo che abbiamo trasformato la cultura nel più scomodo dei tabù e l’”ignoranza” in una zona di comfort, che finisce spesso per diventare l’unica chiave di accesso per la viralità e la validazione.
