Il tabù delle malattie mentali in Corea del Sud: breve confronto con l'Italia
Pubblicato da Elena Maria Colizzi in Articoli · Mercoledì 22 Apr 2026 · 8 minuti
Tags: malattie, mentali, Corea, del, Sud, Italia, tabù, salute, mentale, stigma, confronto, culturale, benessere, psicologico
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La Corea del Sud è un paese straordinariamente avanzato sul lato tecnologico, poi sembra dimostrarsi anche molto aperto nei confronti della diversità sociale in tutte le forme in cui essa si manifesta. ma, ci sono alcuni dati concreti che vanno a sfatare per intero l'affermazione appena fatta. Infatti, secondo le statistiche nazionali, il range demografico di coreani tra i 10 e i 39 anni di età è il più sofferente a causa dell’inizio dei primi sintomi di malattie psichiche dovuti a stress, ansia, depressione prolungata nel tempo o problemi finanziari di un certo tipo. Ad oggi, si stima che la parte di
popolazione coreana particolarmente preoccupata dall’argomento in questione corrisponde a circa il 44% della popolazione in totale, e riguarda soprattutto gli adolescenti di entrambi i sessi, ma anche adulti come donne e uomini sulla cinquantina; da notare è che contrarre una malattia di questo genere è quasi sempre la motivazione dietro alla metà dei suicidi che avvengono ogni anno in Corea del Sud. (Mendoza, 2025) . Ciò che va ancora di più a infierire sullo stile di vita malsano e la situazione di fragilità psicologica patita da molti nel Paese, sono le ore di lavoro infinite, il poco tempo da dedicare a sé stessi e la repressione continua della propria vera identità per dirigersi verso un’altra, magari opposta, voluta dalla famiglia e dalla società. Si crede, addirittura, che andare a fare una seduta dalla psicoterapeuta equivalga a essere delle persone strane da cui vale la pena stare alla larga, ed è la ragione del silenzio assoluto di chi vorrebbe chiedere aiuto a voce alta ma non lo fa per timore di vedersi gettato nel gruppo dei più deboli, con una nomea dolorosa come ‘folle’, ‘inaccettabile’, o persino ‘invisibile’. Scappare da una reputazione tale una
volta acquisita diventa complicato, forse impossibile, essendo che i tassi di empatia, comprensione dell’altro e accettazione sono ridotti a zero. Inoltre, alcuni psicologi coreani si sono rifiutati di diagnosticare malattie psichiche di gravità elevata come PTSD, disturbi emotivi, disturbi compulsivi-ossessivi e molto altro ancora, per evitare che l’immagine sociale e professionale venga logorata, o peggio, distrutta in ambiente lavorativo e per non costringere il paziente in cura a dover proferire l’esistenza di tale problematica ai familiari, nello specifico quando si tratta di minorenni. Alcuni coreani decidono con coraggio di recarsi in segreto presso cliniche private per mantenere vivo il senso di integrità sociale, mentre altri non si danno nessuna opportunità di ricevere un trattamento adeguato perché vittime del terrore del giudizio altrui che incute la società coreana. Aspetti singolari riportati da immigrati coreani che scelgono di andare in terapia all’estero ,invece, sono l’incapacità di spiegare come si sentono mentalmente, o trattare il disturbo post-traumatico come un qualunque mal di testa, una comune insonnia o difficoltà a restare concentrati, perché non hanno mai imparato a comunicarlo, bensì a nasconderlo auto sacrificandosi per non attirare disappunto o essere fonte di fastidio per le loro famiglie. Le casistiche sono svariate, ma il concetto che non si smentisce mai è la complessità di introdurre e integrare una consapevolezza generale che chiedere un supporto psicologico non rende disumani, invece trasforma in individui coscienti di sé, della propria psiche, di chi si vuole essere e chi si vuole diventare nel presente e nel futuro. Per quanto concerne gli adolescenti coreani, i fattori scatenanti il ripudio delle tecniche psicoterapeutiche proviene dalla paura di non risultare più come soggetti competitivi nell’ambito accademico per gli altri considerati ‘sani’, ‘con la testa buona’, o di essere disprezzati nella vita reale e, poi, ricevere unfollow sui social media diventando successivamente emarginati da tutti. Se si pensa bene, è un problema sociale che è stato abbastanza discusso anche nelle scuole italiane, però con meno intensità, siccome non ci si vede vietata la possibilità di essere aiutati, o perlomeno questo non va a incidere con drasticità sulla reputazione, la dignità o tutto quello che è strettamente connesso alla propria individualità. Il vantaggio maggiore degli studenti italiani è avere degli sportelli nelle scuole dove si può dialogare in tranquillità con degli psicologi ed essere visti da qualcun altro non comporta il non voler più mettere piede nell’istituto scolastico. La declinazione dello stesso fenomeno in Italia, infatti, è quella del voler apparire di frequente sui social per raggiungere la fama desiderata, senza alcun collegamento alla condizione mentale che si ha in quel momento, ma piuttosto per una soddisfazione personale o per diventare più visibili, in generale. Se dovessi mettere la salute mentale sotto la lente d’ingrandimento italiana, direi che qui si avverte più disagio interiore quando si parla della percezione altrui riguardo la prima impressione che si è fatta in un determinato contesto e l’approvazione esterna riguardo quanto si dice, si fa o come si appare in termini estetici. Nonostante possa essere trattato alla stregua di un problema minore, purtroppo esiste e a volte si fatica a farne i conti nella vita quotidiana, anche non accorgendosene. Italia e Corea sono Paesi che si sono sviluppati indubbiamente in una maniera diversa sul fronte della sensibilità nei confronti delle malattie psichiche o traumi. A conferma di ciò, la prima ha assistito a un grande e veloce sviluppo nella cura delle medesime con l’introduzione pre-Covid 19 delle pratiche EMDR, mentre la seconda ha avuto a che fare con questo tipo di terapia di recente, di preciso nel periodo post-pandemia. Ci sono dei titoli di k-dramas coreani che sensibilizzano nell'affrontare questi temi, perciò vorrei citarne alcuni che hanno generato un impatto sentito dell'audience coreana e internazionale:
● ‘It’s okay to not be okay’, regia di Park Shin-woo, 2020 → la storia di un operatore che lavora in un centro psichiatrico che si innamora di una scrittrice asociale.
● ‘When the phone rings’ (tema secondario), regia di Park Sang-woo e Kim Deuk-gyu, 2024→ la storia di un corrispondente di guerra che entra in politica e si sposa in un matrimonio fittizio con una interprete della lingua dei segni affetta da mutismo. Lui occupa il posto di un altro uomo che è impossibilitato a intraprendere la carriera di politico a causa di una malattia mentale, e per questo è stato rifiutato dalla sua famiglia, lasciato nell'ombra per poi essere sostituito, così mosso dal rancore si vendica con il rivale in carica tentando ogni escamotage per mettergli i bastoni tra le ruote.
● ‘Mad for each other’, regia di Lee Tae-gon, 2021→ la storia di due vicini di casa, un uomo e una donna, che condividono lo stesso psichiatra e non riescono mai a staccarsi l’uno dall’altra a causa delle circostanze che li fa incontrare spesso.
● ‘The atypical family’, regia di Jo Hyun-taek, 2024 → la storia di una famiglia con poteri soprannaturali che perde le sue abilità dopo aver vissuto i problemi dell’era moderna, come la depressione, l’obesità, la solitudine e la frenesia della quotidianità.
Questi appena elencati sono esempi autentici di cultura cinematografica coreana che hanno instillato uno spirito di fiducia rafforzata nello scoprire la propria interiorità, i bisogni emotivi spesso trascurati e che hanno supportato il superamento efficiente del terrore di andare più a fondo nel comprendere le proprie condizioni psicologiche, annullando le barriere di criticità e discriminazione innalzate dalla popolazione coreana verso l’argomento. Nella contemporaneità, in Corea del Sud, lo scetticismo del passato nel mostrare le vulnerabilità in pubblico è diminuito tanto da lasciare un margine minimo di relax diffuso, che oggi permette di esprimersi un po ' di più senza sentirsi troppo oppressi. La rottura dell’equilibrio artificiale creato dall’obbligo a tacere tutto ciò che si prova potrebbe essere immediata se i coreani decidessero di percorrere l’opzione delle terapie di gruppo, simili a quelle che vengono tenute presso i migliori studi di psicoterapia dislocati sul territorio italiano; una collettività che si ribella alla normalità asfissiante con atti di gentilezza come questo ha il potere di risolvere prima di pochi singoli consapevoli. Ottenere una stanza di spazio vitale, una cosiddetta breathing room , tutta per sé in un Paese esigente e orientato a spingere a dare il massimo, è una forma delicata per dirsi ‘ti amo’ anche se nessuno lo capisce sul serio. Tuttavia, la situazione non è cambiata in via radicale e c’è molto su cui lavorare per ‘occidentalizzare’ il sistema sociale coreano mettendo fine alle restrizioni ingiuste poste all’essere sé stessi in modo libero e spontaneo con pregi, difetti, e alle volte problemi che vanno normalizzati.
