Il tabù delle parole proibite. Algoritmi e salute mentale nell’era dei social
Pubblicato da Samantha Bovo in ScomodaMente · Mercoledì 18 Mar 2026 · 4 minuti
Tags: tabù, parole, proibite, algoritmi, salute, mentale, social, media, comunicazione, stigma, linguaggio, benessere, psicologico, cultura, digitale
Tags: tabù, parole, proibite, algoritmi, salute, mentale, social, media, comunicazione, stigma, linguaggio, benessere, psicologico, cultura, digitale
Ci sono parole che online non si possono scrivere per intero.
suic*dio, autoles#one, tr@uma e molte altre.
Non è un errore di battitura.
Si tratta di una strategia.
Si tratta di una strategia.
Chi comunica sui social lo sa: alcune parole possono ridurre la visibilità di un contenuto. Così il linguaggio si adatta. Si spezza, si nasconde dietro simboli, cambia forma.
È qui che emerge un tabù differente e quasi invisibile: la sofferenza psichica può essere raccontata, ma non sempre può essere nominata apertamente.
Le piattaforme utilizzano sistemi di moderazione per individuare contenuti associati a violenza, pornografia o comportamenti autolesivi, spesso attraverso parole chiave e pattern linguistici.
-in un contenuto che promuove comportamenti pericolosi
-in un articolo scientifico
-in un progetto di prevenzione
-in una testimonianza di sofferenza
Per un algoritmo, tuttavia, spesso resta semplicemente la stessa identica parola.-in un articolo scientifico
-in un progetto di prevenzione
-in una testimonianza di sofferenza
Gli algoritmi non vietano necessariamente le parole, ma possono influenzare quali contenuti riescono a circolare e quali meno.
Non è una censura esplicita né voluta.
È qualcosa di più sottile: una forma di tabù tecnologico.
È qualcosa di più sottile: una forma di tabù tecnologico.
Si è diffuso un fenomeno chiamato algospeak: un linguaggio adattato agli algoritmi per evitare penalizzazioni.
-mestruazioni -> that time of the month/ cycle
-sex-> seggs/s3x
-suicidio -> suic*dio/unalive
-autolesione -> autoles#one
-trauma-> tr@uma
-trauma-> tr@uma
-disturbi del comportamento alimentare -> EC/DCA
Ma quando una parola deve essere deformata per poter circolare, quella parola diventa più difficile da dire.
Il linguaggio non è neutro: se una parola deve essere nascosta o camuffata, la nostra mente tende a percepirla come qualcosa di problematico o da evitare.
Il messaggio implicito può diventare che:
-alcune parole sono pericolose
-alcuni contenuti devono restare nascosti
-alcune esperienze sono difficili da dire apertamente
-alcuni contenuti devono restare nascosti
-alcune esperienze sono difficili da dire apertamente
Questo, nel lungo periodo, può contribuire a rafforzare lo stigma.
Storicamente i tabù erano imposti da norme religiose o morali. Alcuni temi erano considerati indecenti o socialmente destabilizzanti.
In questo caso il meccanismo è diverso.
Non è una comunità a vietare certe parole.
È l’infrastruttura tecnica delle piattaforme digitali a influenzare il modo in cui possono essere usate.
È l’infrastruttura tecnica delle piattaforme digitali a influenzare il modo in cui possono essere usate.
Per chi si occupa di divulgazione psicologica questo crea una tensione concreta.
Da un lato esiste la responsabilità di utilizzare termini corretti e scientificamente appropriati.
Dall’altro lato esiste la necessità di adattarsi alle logiche di visibilità delle piattaforme digitali.
Dall’altro lato esiste la necessità di adattarsi alle logiche di visibilità delle piattaforme digitali.
Il rischio è che, per restare visibili, il linguaggio debba cambiare forma.
E quando il linguaggio cambia per evitare un filtro, il confine tra prudenza tecnica e tabù culturale diventa sottile.
Quando una parola deve essere deformata per poter circolare, il rischio non è soltanto la censura.
Il rischio è che temi legati alla salute mentale, ma anche alla sessualità o alle mestruazioni, possano essere raccontati, ma non nominati liberamente nella loro interezza.
E quando una sofferenza non può essere detta chiaramente, il silenzio torna sempre a occupare spazio.
