Il terrorismo: una forma di suicidio anomico
Pubblicato da Lucia Li in Il filo di Minotauro · Lunedì 13 Ott 2025 · 7 minuti
Tags: terrorismo, suicidio, anomico, società, sicurezza, psicologia, radicalizzazione, violenza, prevenzione, crisi, sociale
Tags: terrorismo, suicidio, anomico, società, sicurezza, psicologia, radicalizzazione, violenza, prevenzione, crisi, sociale
Il presente elaborato presenta le riflessioni in relazione all’evento terroristico avvenuto il 2
agosto 1980 presso la Stazione di Bologna, che fanno parte di uno studio analitico sulla
derivazione degli atteggiamenti terroristici e i fattori determinanti che contribuirono alla
realtà del fascismo.
Ma la tesi attorno alla quale viene riunita una mole di varia materia è quella dell’essenza
psicologica dei movimenti terroristici che pullulavano nella cosiddetta Età di Piombo,
richiamando alla teoria del suicidio di Durkheim.
Di qui, apre lo sbocco che permette di avanzare sull’analisi della natura dei movimenti
terroristici, la quale, partendo da fondamenti sociologici, viene perfezionata con ulteriori
osservazioni sulla psiche.
Tali considerazioni prendono come modello principalmente le teorie di Erich Fromm, il quale,
a differenza di Durkheim, proponeva il dinamismo proprio della natura umana.
Secondo Fromm i mutamenti psicologici non debbano essere intesi come sviluppi di nuovi
“abiti” in adattamento a nuovi modelli culturali.
Difatti, nonostante la straordinaria potenzialità dell’essere umano, non è da considerare
scontato quest’ultimo come infinitamente malleabile e capace di adattarsi a qualsiasi tipo di
condizioni, senza acquisire un proprio meccanismo psicologico interiore.
Da ciò deriva la necessità di esaminare l’idea di adattamento statico e dinamico.
Per adattamento statico intendiamo un adattamento ai modelli tale da lasciare stabile e
immutata la struttura della personalità e da comportare solo l’apprensione di una nuova
nozione che non suscita dinamicità al carattere.
Per adattamento dinamico si intende il tipo di adattamento che prevede la piena adesione
del soggetto alle necessità della situazione in cui tale è coinvolto. Si tratta essenzialmente di
un adattamento brutale a condizioni esterne (e in particolare a quelle della prima infanzia).
Cotale assoluta aderenza al contesto esterno è in sé irrazionale e inconscia,
poiché non dipende da nessuna volontà cognitiva attiva, ma si riconduce esclusivamente
all’esigenza di autoconservazione.
Questo bisogno di autoconservazione è quella parte della natura umana che richiede
soddisfazione in qualsiasi circostanza e che pertanto costituisce il movente primario
dell’agire umano.
Così il sistema di vita (politico/economico) diventa il fattore essenziale nel determinare la
struttura complessiva del carattere dell’individuo, poiché l’occorrenza autoritaria di
autoconservazione lo soccombe ad interiorizzare le condizioni sotto cui vive.
Non è altro che una forma di istituzionalizzazione, inserita non più all’interno di istituti
pubblici dove si autoregolano seguendo precisi codici messi per iscritto, benché siamo
sottoposti alla società civile col ruolo di riabilitarci e di occuparsene il nostro inserimento
nella società.
Anche se ciò risulterebbe paradossale sillogisticamente, in quanto ponendo “Tutti gli esseri
umani sono parte della società” come premessa maggiore, cui, attraverso il concetto medio
che annuncia “L’anormale è un essere umano”, si associa alla premessa minore deducendo
così tale conclusione logica: “L’anormale è parte della società”.
Pertanto, l’istituzionalizzazione a cui ogni componente della società è subordinata si tratta di
un miraggio inconsistente voluto da parte dei “normali”, che non implica una vera e propria
riflessione dell’assetto politico-sociale, poiché fondata sull’esclusione dei cosiddetti
“anormali”. Dunque, si richiama ancora una volta alla teoria di adattamento che esplica
chiaramente che
la salute psichica è determinata in rapporto al grado di adattamento al sistema di vita di una
determinata società, indipendente dal fatto che tale società sia sana o malata. Tipica della
teoria di adattamento è la convinzione che la nostra famiglia, la nostra nazione, la nostra
razza siano da considerarsi normali, mentre il modo di vivere degli altri viene percepito come
non normale.
Questa convinzione costituiva, appunto, uno dei pilastri propagandistici del movimento
fascista, che gradiva una personalità nazionalista, razzista e dittatoriale, in quanto la sua
formazione aspiri alla ragion di Stato, vale a dire fare e desiderare quanto necessitato senza
provocarne scombussolamenti.
Prendendo l’ex terrorista Valerio Fioravanti, colui che fu compartecipe alla strage di Bologna,
come uno degli emblemi della personalità fascista, si avvia così all’esame della sua
formazione e delle cause inconsce conducenti alla distruzione degli altri e di sé.
Valerio Fioravanti decise di praticare la politica nella prima adolescenza per una risposta
difensiva nei confronti di percosse rivolte alla sua famiglia; egli ereditò la maniera aggressiva
dagli scontri politici riscontrati nella crescita e la portò avanti con sé fino a comportare
l’annientamento di 85 vite.
La trasmissione della violenza trova la sua spiegazione in una delle conseguenze
dell’esigenza di adattarsi a condizioni in cui la sicurezza vitale può essere assicurata solo
assimilandosi al modello sociale, quindi quello comportamentale, che prevede la propria
autoconservazione.
Si parla, dunque, di adattamento dinamico quando, ad esempio, un ragazzo viene aggredito
durante la sua infanzia, in cui non sono ancora ben definite le barriere di autodifesa; oppure
viene esposto inaspettatamente ai conflitti del mondo esterno in cui si sente smarrito per la
mancanza di esercitazione di quella genitorialità che dovrebbe fornirgli sicurezza e fiducia.
In tal modo, si frantuma la figura primordiale del genitore-protettore e al suo posto si insinua
l’immagine battagliera del ragazzo, intesa a reinstaurare quell’omeostasi interiore che gli
procurava fermezza e tranquillità. Questo non significa che, dopo la maturazione,
adeguandosi agli schemi all’interno dei quali vi è inquadrato, non possa tentare, insieme ad
altri, di effettuare certi mutamenti politico-sociali; ma innanzitutto la sua personalità è
foggiata dal particolare sistema di vita, come questo gli si è presentato sin da piccolo, filtrato
attraverso la famiglia, che contiene tutti i lineamenti tipici di una particolare società o classe.
In tal modo, si ha il soddisfacimento dei due bisogni che costituiscono la parte imperativa
della natura: i bisogni fisiologicamente condizionati (per es. la sicurezza) sono appagati
dall’assunzione involontaria del ruolo genitoriale, mentre quello di sentirsi in rapporto col
mondo esterno, ovvero il bisogno di appartenenza, è esaudito dal rinchiudersi nel nucleo
familiare che gli conferisce riconoscimento.
Si tratta di una delle tante conseguenze del terrorismo psicologico evocato dai governatori
fascisti, in cui il popolo, sotto la pressante inquietudine di continue lotte incruente, decide di
aderire a modelli sociali, idee o valori non corrispondenti al loro vero ideale, ma che, sotto la
repressione, gli assicurano quel necessario sentimento di appartenenza e di comunione, tale
da garantirgli la sopravvivenza.
Dati i presunti, si può parlare di suicidio, in particolare anomico. L’ambivalenza dovuta ai
contrasti ideali generati dal passaggio di transizione tra un’epoca e un’altra, conduce
Fioravanti a mettersi in rapporto con valori sociali (NAR) che lo liberino dal sentimento di
solitudine, risultato frustrante per la non condivisione della propria coscienza personale, la
quale, appunto, si oppone alla nuova coscienza collettiva in sviluppo.
Entrato all’interno di una nuova comunità, egli procedette nuovamente con la presa del
potere attraverso l’uso della violenza, affinché risperimentasse la sicurezza dell’infanzia.
Ma ciò fu ostacolato dalla tendenza maggiore di quei tempi, più moderata e democratica.
Oppresso da turbamenti interiori, ricorre alla distruzione degli agenti che causarono i suoi
squilibri interiori, benché ciò non gli avrebbe comportato altro che la definitiva impossibilità di
riconciliarsi con quella coscienza collettiva in cui risiede la sua unica salvezza.
Ecco perché si parla di suicidio: furono i terroristi stessi ad annientare la loro unica
possibilità di vivere come esseri umani; uccidendo gli altri, uccisero anche la loro anima.
L’anomia, invece, viene ricondotta alla discontinuità generata tra le due dimensioni
coscienziali, che causò nel soggetto mancanza di regolamentazione sociale e morale, conseguenza di un repentino e profondo mutamento sociale.
Bibliografia
Durkheim, Il Suicidio
Fromm, Fuga dalla Libertà
Fromm, I Cosiddetti Sani
Fromm, Fuga dalla Libertà
Fromm, I Cosiddetti Sani
