Il vero tabù dell’era digitale: pensare - Intervista a Paolo Ercolani
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Lunedì 22 Set 2025 · 10 minuti
Tags: tabù, era, digitale, pensare, intervista, Paolo, Ercolani
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Siamo sempre più connessi, ma forse anche sempre più lontani da noi stessi.
Viviamo in una realtà dove l’intelligenza artificiale ci suggerisce cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare.Ma a forza di delegare tutto alle macchine, cosa resta della nostra libertà?
C’è qualcosa che sta rischiando di diventare il nuovo, grande tabù: l’essere umano.
Per affrontare questa complessa e scomoda verità, abbiamo dialogato con Paolo Ercolani, filosofo, scrittore e saggista oltre che docente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici; ha scritto libri e articoli scientifici ed è autore di numerosi articoli per varie testate, tra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera», «il Manifesto» e «MicroMega»”.Attraverso una conversazione densa e lucida, abbiamo esplorato i limiti etici dell’IA, il declino dell’autonomia individuale, la scomparsa della privacy e l’urgenza di riscrivere una nuova tavola di valori, prima che l’algoritmo sostituisca la coscienza.
Un’intervista intensa che ci invita a fare una domanda scomoda ma necessaria: siamo ancora padroni delle nostre scelte o stiamo solo reagendo a ciò che un algoritmo decide per noi?
1) In che modo la tecnologia moderna sta sfidando o ridefinendo i tabù che tradizionalmente limitano il comportamento umano nella società? O può la tecnologia trasformarsi essa stessa in un tabù facendoci perdere alcuni aspetti della nostra identità?
I tabù esistono e hanno senso soltanto all’interno di una società innervata di regole ben definite. La società tecno-finanziaria in cui ci troviamo a vivere sta vedendo il progressivo sgretolamento delle regole che hanno contribuito alla crescita della nostra civiltà occidentale (regole democratiche, lavorative, famigliari, perfino di diritto internazionale), per cui la nozione stessa di tabù si è sgretolata di conseguenza. Basti pensare che la nostra tecnologia più importante – mi riferisco a Internet – ben lungi dal costituire una dimensione di libertà, definisce piuttosto un terreno di anarchia, in cui gli algoritmi operano in maniera tale da confermare ogni individuo rispetto ai propri pregiudizi. Di fronte alla tecnologia siamo tutti clienti, consumatori di un grande prodotto all’interno del quale ci siamo anche noi stessi. In questo senso, la tecnologia che è posseduta e regolata da pochissime multinazionali del digitale, più che un tabù si rivela come un disastro. Un meccanismo perverso che impoverisce le facoltà cognitive, emotive e relazionali dell’essere umano. Oggi i veri tabù sono fermarsi a pensare, a leggere un libro, a informarsi prima di parlare, a conoscere prima di impegnarsi in un’impresa. Il vero tabù è l’essere umano che funziona sempre più come le macchine di cui fa un ab-uso quotidiano.L’essere umano fa sempre più esperienza della propria vita attraverso l’intermediazione di macchine programmate da pochi tecnocrati in base a parametri oscuri. All’eterogenesi dei fini (scopi per cui vivere) si è aggiunta l’eteronomia dei mezzi (mezzi attraverso cui raggiungere gli scopi di cui sopra). Con Chat-Gpt e l’IA di tipo generativo sta andando a farsi benedire del tutto anche il pensiero autonomo e critico, che costituisce il vero obiettivo di una formazione filosofica. Se sono degli algoritmi a farci vedere determinati contenuti (invece di altri), quindi a fornirci determinate informazioni nonché a regolare i nostri contatti virtuali con cose, persone e notizie, non credo sia più possibile parlare di libertà umana. Anch’essa, piuttosto, negli individui e nei casi sempre più rari in cui resiste, ha acquisito a tutti gli effetti lo status di un tabù. Che peraltro si rischia di pagare a caro prezzo.
Ad oggi l’IA non può prescindere da una programmazione umana e soprattutto dall’elaborare contenuti che sono ripresi dall’esperienza umana. In questa fase, quindi, l’uomo ha la facoltà di fornire l’IA di categorie a priori con cui conoscere, interpretare e perfino agire in maniera etica e morale. Il punto è un altro: di fronte a una straordinaria tecnologia in mano a pochissime multinazionali (nonché ai fondi di investimento finanziari), quindi a realtà private che mirano esclusivamente al profitto (incuranti dei costi umani che un uso distorto della medesima tecnologia potrebbe comportare), quante speranze abbiamo che vengano impostati dei valori etici ispirati, per esempio, all’uguaglianza, all’autonomia di pensiero, alla tutela dell’umano etc.? I transumanisti stanno lavorando per portarci tutti a vivere nel Metaverso (la dimensione chiamata a sostituire il Web nel prossimo futuro), ma stando a quanto vediamo oggi proprio nella Rete, chi ci può garantire che coloro che possono permettersi la versione «premium» dei vari servizi, non avranno una vita di privilegi rispetto agli altri? Chi scriverà le leggi in quella dimensione, chi le farà rispettare? Sarà un contesto democratico? Ecco, credo che questo sia il compito etico più urgente per il futuro prossimo: stabilire una nuova tavola di valori condivisi in vista delle nuove possibilità esistenziali che presto le nuove tecnologie saranno in grado di offrire.
Ciò che funziona non pensa, ha scritto il noto psicologo di origine argentina Benasayag. Da questo punto di vista occorre prendere atto del fatto che l’essere umano è sempre più portato a funzionare come un docile robot invece che a pensare come un individuo critico. Siamo di fronte a una mutazione antropologica che andrebbe compresa e contrastata. Ormai si è compreso il vero problema: non tanto un’IA in grado di eguagliare la ragione umano (falso mito e falso problema da decenni), ma piuttosto un’IA che sta crescendo a spese delle facoltà umane. Il problema è che pochi hanno l’ardire di criticare il più grande business economico della nostra epoca. Una storia vecchia, in fondo. Abbiamo rovinato e compromesso l’ecosistema ambientale in nome del profitto illimitato, figuriamoci se ci poniamo il problema di degradare e compromettere l’umano appresso a una tecnologia che promette il mondo dei balocchi.
A fronte di quanto ho appena detto, la risposta non può che essere affermativa. Non credo sia casuale il fatto che le disuguaglianze sociali sono aumentate parallelamente all’affermazione del capitalismo tecno-finanziario sotto cui ci troviamo a vivere. Economisti e scienziati sociali raccontano l’allargarsi della forbice sociale – quindi il tornare di fenomeni conseguenti quali i privilegi, le discriminazioni, la mortificazione del merito etc. – come non era mai più accaduto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale nel 1945.
La democrazia si fonda su tre pilastri: conoscenza (del contesto politico-culturale), scelta (dei soggetti politici su cui riporre la propria fiducia e a cui dare il voto) e controllo (dell’operato dei medesimi soggetti una volta al governo). Ecco, mai come oggi questi tre processi basilari (conoscenza, scelta e controllo) sono affidati alla tecnologia e alla programmazione oscura degli algoritmi. Parlare di rischio per la democrazia e l’equità sociale mi sembra perfino eufemistico.
6) In una società dove la tecnologia rende continua la sorveglianza, come possiamo ridefinire il concetto di privacy? È diventata la privacy un tabù superato o rimane un diritto fondamentale che va difeso con nuovi strumenti?
La violazione della privacy degli individui, ormai davanti agli occhi di tutti, ben lungi dal costituire un tabù superato mi sembra, piuttosto, uno degli elementi caratterizzanti quel processo che ha portato autori importanti a parlare di «fine» della democrazia, della libertà individuale e in generale di quella sfera personale in cui nessun potere dovrebbe poter entrare. Invece, queste nuove tecnologie mediatiche entrano prepotentemente nella sfera emotiva, intima e personale degli individui, configurando un capitalismo della sorveglianza in grado di dettare l’agenda valoriale, politica ed esistenziale di coloro che abitano quelle che una volta chiamavamo democrazie. Non è tanto un discorso di privacy, quanto di degradazione, mortificazione e strumentalizzazione della persona umana in nome di sacri valori che sono soltanto quelli stabiliti in vista del profitto economico e del progresso tecnologico.In un’epoca in cui la conoscenza, come ogni altra cosa, è diventata qualcosa di quantitativo, gestito da motori di ricerca e algoritmi che la gestiscono per scopi vari (profitto, potere, influenza etc.), acquisire una mentalità filosofica si rivela fondamentale. Mai come oggi il senso dell’essere umano si misura in base a quanto questo saprà discernere in maniera autonoma e critica, quindi arrivare alle proprie verità senza farsele dettare dal sistema mediatico. Sembra una questione teorica, ma qui risiede a mio avviso il compito più nobile e difficile per una umanità che voglia restare centrale nell’epoca delle macchine.

8) Nel 2022 ha scritto il libro “Nietzsche l’iperboreo. Il profeta della morte dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale”: come è da interpretare il pensiero di Nietzsche riguardo alla crisi dell’umanità nel contesto dell’evoluzione tecnologica odierna e cosa direbbe, secondo lei, sull’ascesa dell’IA?
Un libro che mi ha dato molte soddisfazioni e che, proprio in questi giorni, esce in una nuova edizione ampliata. Per comprendere il nostro tempo occorre tornare a quel pensatore suggestivo e terribile che è stato Nietzsche. Lascio al libro il compito di spiegare questa affermazione, limitandomi qui a una battuta che spero possa rendere il senso del discorso: non ho la più pallida idea di cosa direbbe Nietzsche sull’intelligenza artificiale, ma so con certezza – e lo documento nel libro – che tutti i grandi guru e teorici dell’IA hanno tratto da Nietzsche motivi di ispirazione radicali e determinanti. Quindi va conosciuto il suo pensiero dinamitardo per provare a contrastare la possibile conflagrazione che si affaccia sul nostro tempo presente.La filosofia, allora, non è da considerare inutile e passata, ma una bussola per orientarci nel caos del presente, perché nell’epoca delle macchine, il vero tabù potrebbe essere proprio questo: fermarsi a pensare.
La filosofia non ha risposte facili, ma ci aiuta a porci le domande giuste.
E in un’epoca in cui tutto sembra automatizzato, scegliere di restare umani è, quasi, una forma di resistenza.
E in un’epoca in cui tutto sembra automatizzato, scegliere di restare umani è, quasi, una forma di resistenza.
