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Interessi assorbenti vs mito del successo: una confusione culturale

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Interessi assorbenti vs mito del successo: una confusione culturale

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Meltea Keller in Neurobug di sistema · Giovedì 02 Apr 2026 · Tempo di lettura 5 minuti
Tags: interessiassorbentimitodelsuccessoconfusioneculturaleculturapsicologiasuccessomotivazionevaloripercezionisociali
Success is my only fucking option, failure is not – quanto, coi nostri interessi assorbenti, abbiamo contribuito alla narrazione della lotta per il successo.

Amo 8Mile, il film con Eminem, e trovo Lose Yourself una comfort song. Questo fa di me, irrimediabilmente, una millennial.
La stavo ascoltando giusto stamani, pensando a come Eminem ogni tanto nei suoi testi dice di essere “Asperger” – una dicitura, sappiatelo, incorretta. Il manuale diagnostico DSM-5 ingloba la “sindrome” di Asperger in una porzione di spettro autistico, insomma, non è una cosa a sé stante. Le ricerche in fieri stanno anche mostrando che apparato gastrointestinale, epidermide… altre parti del corpo potrebbero funzionare diversamente. Del resto, un organo è parte di un organismo.

Ma io sto divagando: Lose Yourself dicevamo. C’è questa frase, che ho sempre sentito molto mia: “Success is my only fucking option, failure is not.” Pensando al sospetto che Eminem sia nello spettro autistico, ho riflettuto su come il bisogno che il proprio interesse assorbente diventi professione può aver fatto inconsciamente alimentare il mito della lotta per il successo da parte di persone come me – o come Marshall Mathers.
Tuttavia c’è uno scarto enorme. Il punto di partenza è proprio diverso.

Da cosa deriva, infatti, questo mito della scalata al successo? Dal capitalismo, dalla spinta alla competizione? Dalla rivincita sociale? Perché le persone accettano questo mito? È un’imitazione di chi le ha fatte sognare? Ci credono, lo incarnano? È per differire la propria felicità? Per vedersi speciali? Oppure l’idea di scalare la vetta piace perché il proprio ego è piccolo? O perché serve a conformarsi restando speciali? Oppure è pensata in vista di una fantomatica “realizzazione”, qualsiasi cosa voglia dire?
Nessuna di queste è la mia ragione.
E, al solito, dico “mia” ma ne conosco di gente come me.

La mia ragione è invece la seguente: il cervello non mi permette di fare altro perché ha bisogno di praticare il mio interesse assorbente per spurgare una serie di cose – emozioni incluse – che un neurotipico gestisce in altra maniera. Quindi, dato che il lavoro oggi ti toglie energia e tempo, devo farne una professione e il tempo dev’essere retribuito.

La competizione si esprime al massimo in una gara di freestyle, il cuore del film 8Mile. Eppure Eminem, nella canzone, dice altro. Oltre alla rivincita sociale, c’è qualcosa, una direzione obbligatoria esistenziale che lo porta verso quella frase – quella che mi gasava tanto. Forse perché partivamo – io e lui – da ragioni simili.
Il problema delle narrazioni collettive, quando si ha poca consapevolezza di sé, è che fanno decifrare le proprie pulsioni in maniera sbagliata. Fanno alimentare dinamiche tossiche seppure il punto di partenza, talvolta, sia differente. Il mito del successo e la necessità di praticare il proprio interesse assorbente sono rispettivamente un’illusione del sistema e un bisogno di funzionamento. Se tuttavia uno non sa di funzionare diversamente da ciò che è tipico, può sovrapporli.
Del resto, nei primi anni Duemila, quello della lotta per il successo era l’unico modello che una persona con una spinta forte in sé verso qualcosa poteva trovare.

Ma cos’è l’interesse assorbente? Prendo in prestito la definizione della dottoressa Aurora Bellucci, esperta in neurodivergenze: “non è una semplice curiosità o un hobby. È una passione autentica, una fonte di gioia profonda che dà senso, ordine e continuità alla vita quotidiana.
Gli interessi assorbenti non sono mai “ossessioni” da contenere o limitare, ma rappresentano un motore vitale: attraverso di essi una persona autistica trova energia, calma, sicurezza e spesso anche il proprio futuro. Molti adulti hanno trasformato quella che da bambini era vista come una ‘fissazione’ in una vera e propria carriera, diventando esperti, professionisti e creativi in campi unici.
Queste passioni hanno anche una funzione regolatoria: aiutano a gestire l’ansia, a scaricare la tensione, a recuperare dopo una giornata difficile o un sovraccarico sensoriale. Entrare in contatto con il proprio interesse preferito significa avere accesso a uno spazio sicuro, dove mente e corpo trovano equilibrio.”

E se la dedizione all’interesse assorbente si vede in Eminem, figuriamoci in Elon Musk. Citazioni famose del discusso imprenditore nello spettro sono: “Il successo è matematica” cioè lavorare come dannati “senza fermarsi a meno che non ti obblighino.” E lo stesso Musk, che incarna perfettamente il mito del successo, dice che se gli altri non arrivano i suoi livelli è per una questione strutturale: una cognizione imperfetta dell’etica del lavoro.

Probabilmente, la differenza fra Elon e gli altri è davvero strutturale ma non si tratta di etica del lavoro. Si tratta di interessi assorbenti elevati a ragione di vita (e fattore caratteriale e background familiare, su cui non affondo, che lo hanno fatto diventare workaholic.)
E allora torniamo un’altra volta ancora alla necessità di capire – noi neurodivergenti – chi siamo davvero. Alla me stessa ventenne, cresciuta in una città di sinistra, direi di ribattere a chi le risponde partendo da coordinate politiche (“cosa significa per te il successo?”) che questa non è solo una questione politica: è una spinta che con la competizione c’entra poco o niente. Forse, quando non si sapeva come chiamarla, oltre al mito del successo, la si definiva “vocazione” – termine più bello, ma altrettanto impreciso: la vocazione viene dal cielo, da Dio. Questa, di fatto, non è una chiamata dall’alto, ma dal dentro. Dalle proprie strutture cognitive.  



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