L’età che ci mette in crisi. Adolescenza, fragilità e i tabù degli adulti. Intervista a Michela Marzano
Pubblicato in Interviste · Lunedì 22 Dic 2025 · 9 minuti
Tags: adolescenza, fragilità, crisi, tabù, adulti, crescita, psicologia, relazioni, sviluppo, benessere, mentale, Michela, Marzano
Tags: adolescenza, fragilità, crisi, tabù, adulti, crescita, psicologia, relazioni, sviluppo, benessere, mentale, Michela, Marzano
L’adolescenza è uno dei grandi tabù del nostro tempo. La nominiamo spesso, la osserviamo da lontano, la misuriamo con categorie rassicuranti, ma raramente la ascoltiamo davvero. La idealizziamo come promessa di libertà o la temiamo come minaccia di disordine, senza accettare ciò che davvero ci chiede: di sostare nell’incertezza, di fare i conti con la fragilità, di rinunciare al controllo.
È da questo spazio fragile e difficile da abitare che nasce Qualcosa che brilla, l’ultimo libro di Michela Marzano: un racconto dedicato agli adolescenti e al loro smarrimento, ma anche allo sguardo adulto che spesso fatica a sostenerlo. Un libro che non spiega né giudica, ma prova a restare accanto, lasciando emergere le domande, i silenzi, le ferite e le attese di chi attraversa un tempo in cui tutto è ancora aperto.
In questa conversazione con Michela Marzano, filosofa, saggista, scrittrice e professoressa ordinaria di filosofia morale presso l’Università Paris Descartes, l’adolescenza emerge non come problema da risolvere, ma come esperienza da reggere. Un tempo di passaggio che interroga il corpo, il desiderio, l’identità e, soprattutto, gli adulti stessi. Perché il disagio adolescenziale non parla solo dei ragazzi, ma delle parti irrisolte che continuiamo a portare con noi.
1) L'adolescenza viene spesso idealizzata come età della libertà o demonizzata come età del caos. In che modo questa oscillazione contribuisce a renderla ancora oggi un tabù?
L'idealizzazione e la demonizzazione dell'adolescenza sono due facce della stessa difficoltà: quella degli adulti a tollerare ciò che l'adolescenza mette in crisi. Idealizzarla come età della libertà e delle possibilità infinite serve a non vedere la sua fragilità reale; demonizzarla come età del caos e della devianza serve a prenderne le distanze. In entrambi i casi, l'adolescente non viene davvero ascoltato, ma trasformato in una figura simbolica su cui proiettare paure, nostalgie e fantasmi adulti.
Questa oscillazione rende l'adolescenza un tabù perché impedisce di riconoscerla per ciò che è: un tempo di passaggio segnato dall'incertezza, dalla vulnerabilità, dalla dipendenza dall'altro tanto quanto dal bisogno di separarsene.
2) Oltre alla paura del caos, quanto pesa per gli adulti accettare i processi tipici dell'adolescenza, spesso lenti, incerti e privi di risultati immediatamente visibili?
Pesa moltissimo, forse più della paura del caos. Viviamo in una cultura che fatica a tollerare ciò che non è misurabile, rapido, performante. I processi adolescenziali, invece, sono per definizione lenti e discontinui, fatti di avanzamenti e regressioni, di tentativi che sembrano non portare da nessuna parte.
Per molti adulti questo è insopportabile, perché li mette di fronte a un tempo che non obbedisce alla logica dell'efficienza e del risultato. Accettare l'adolescenza significa accettare l'attesa, l'opacità, il fatto che non tutto produca subito un esito visibile. E significa anche rinunciare al controllo, accettare di non sapere se e quando ciò che si è seminato darà frutto.
Spesso, invece, si cercano scorciatoie: normalizzare, accelerare, correggere, medicalizzare. Non tanto per aiutare davvero i ragazzi, quanto per placare l'angoscia adulta davanti a un processo fragile e imprevedibile.
3) Nel nostro rapporto con gli adolescenti, cosa ci mette più in difficoltà: la loro fragilità o il fatto che ci rimandino parti irrisolte della nostra stessa adolescenza?
Credo che ciò che metta più in difficoltà non sia tanto la fragilità degli adolescenti, quanto il fatto che quella fragilità risuoni con parti irrisolte della nostra. I ragazzi non si limitano a chiedere aiuto: ci espongono, spesso senza volerlo, a ciò che abbiamo rimosso o messo a tacere crescendo.
Le loro domande sul senso, sul corpo, sull'identità, sul futuro riattivano ferite che molti adulti non hanno mai davvero elaborato. È per questo che la fragilità adolescenziale può risultare così disturbante: non perché sia incomprensibile, ma perché è troppo comprensibile.
Di fronte a questo specchio, è più facile patologizzare o moralizzare i ragazzi che riconoscere quanto il loro smarrimento parli anche di noi.
Di fronte a questo specchio, è più facile patologizzare o moralizzare i ragazzi che riconoscere quanto il loro smarrimento parli anche di noi.
4) Che cosa significa, oggi, per un adulto saper "reggere" l'adolescenza senza anticiparne o forzarne gli esiti?
Oggi, per un adulto, "reggere" l'adolescenza significa saper stare in una posizione di incertezza senza viverla come un fallimento. Vuol dire rinunciare all'illusione di guidare i processi dall'esterno o di anticiparne gli esiti, accettando che la crescita non segua tempi prevedibili né traiettorie lineari.
Reggere significa offrire una presenza affidabile ma non invasiva: esserci senza occupare tutto lo spazio, dare limiti senza chiudere, ascoltare senza pretendere di capire subito. È la capacità di tollerare il silenzio, l'ambivalenza, persino il rifiuto, senza ritirarsi né irrigidirsi.
In questo senso, reggere non è trattenere, ma accompagnare fino alla soglia, sapendo che a un certo punto l'adolescente dovrà andare via.
In questo senso, reggere non è trattenere, ma accompagnare fino alla soglia, sapendo che a un certo punto l'adolescente dovrà andare via.
5) Si parla molto di disagio adolescenziale, ma poco del silenzio che lo circonda. Quali sono, secondo lei, le parole che mancano per raccontare davvero l'esperienza adolescenziale?
Più che singole parole, oggi mancano spazi di parola. Il disagio adolescenziale è molto nominato e diagnosticato, ma raramente raccontato dall'interno. Abbondano le etichette, mentre scarseggiano le parole capaci di restituire l'esperienza vissuta, con le sue contraddizioni e la sua intensità.
In Qualcosa che brilla ho cercato proprio questo: non di spiegare i ragazzi, ma di ascoltarli, di lasciare che il loro balbettio, le loro pause, le loro ripetizioni diventassero linguaggio. Perché l'adolescenza è spesso un tempo in cui le parole mancano, e il corpo finisce per parlare al posto loro.
Mancano parole lente, non performative – come attesa, vergogna, desiderio, solitudine – parole che non servono a risolvere, ma a dire. Accettare parole imperfette è forse l'unico modo per avvicinarsi davvero all'esperienza adolescenziale.
In Qualcosa che brilla ho cercato proprio questo: non di spiegare i ragazzi, ma di ascoltarli, di lasciare che il loro balbettio, le loro pause, le loro ripetizioni diventassero linguaggio. Perché l'adolescenza è spesso un tempo in cui le parole mancano, e il corpo finisce per parlare al posto loro.
Mancano parole lente, non performative – come attesa, vergogna, desiderio, solitudine – parole che non servono a risolvere, ma a dire. Accettare parole imperfette è forse l'unico modo per avvicinarsi davvero all'esperienza adolescenziale.
6) Il corpo adolescente – che cambia, desidera, soffre – è spesso al centro di controlli e giudizi. Quanto il tabù dell'adolescenza è in realtà un tabù sul corpo e sulla sessualità?
Credo che il tabù dell'adolescenza sia in larga parte un tabù sul corpo e sulla sessualità. Il corpo adolescente mette in crisi perché è un corpo che eccede: cambia senza chiedere permesso, desidera prima di sapere come nominare il desiderio, soffre senza riuscire sempre a spiegare perché.
Di fronte a questo eccesso, gli adulti oscillano tra controllo e giudizio. Non tanto per proteggere, quanto per difendersi. Il corpo adolescente ricorda infatti che il corpo non è mai del tutto governabile e che il desiderio non è riducibile a regole o prestazioni.
Quando mancano parole condivise per parlare di corpo, piacere e limite, il corpo diventa il luogo in cui il disagio prende forma: nel controllo, nel ritiro, nell'autolesionismo. Il tabù, allora, non riguarda solo l'adolescenza, ma la difficoltà adulta ad accettare il corpo come luogo di verità e di conflitto.
Quando mancano parole condivise per parlare di corpo, piacere e limite, il corpo diventa il luogo in cui il disagio prende forma: nel controllo, nel ritiro, nell'autolesionismo. Il tabù, allora, non riguarda solo l'adolescenza, ma la difficoltà adulta ad accettare il corpo come luogo di verità e di conflitto.
7) Gli adulti chiedono agli adolescenti di "essere forti", "sapersela cavare", "avere già un'identità". Che tipo di violenza simbolica si nasconde dietro queste aspettative?
Dietro queste richieste si nasconde una violenza simbolica sottile ma potentissima: negare agli adolescenti il diritto alla fragilità e al tempo lungo della ricerca. Chiedere di essere forti o di avere già un'identità significa trasformare un processo in un risultato, un attraversamento in una prestazione.
L'identità, invece, non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si costruisce e si trasforma nel tempo. Pretendere che un adolescente sappia già chi è equivale a sottrargli la possibilità di non sapere, che è una condizione essenziale della crescita.
Queste aspettative producono vergogna e silenzio, e finiscono per essere interiorizzate: la fragilità diventa una colpa, anziché una fase necessaria per diventare se stessi.
Queste aspettative producono vergogna e silenzio, e finiscono per essere interiorizzate: la fragilità diventa una colpa, anziché una fase necessaria per diventare se stessi.
8) Se l'adolescenza è il tempo delle domande più radicali, cosa perdiamo – come individui e come società – quando proviamo a normalizzarla o a zittirla?
Quando proviamo a normalizzare o a zittire l'adolescenza perdiamo la possibilità di ascoltare le domande più radicali sull'esistenza: quelle sul senso, sul corpo, sull'amore, sul futuro. Domande che non appartengono solo ai giovani, ma che l'adolescenza ha il coraggio di porre senza filtri.
Come individui, perdiamo il contatto con una parte essenziale di noi stessi, quella che dubita e vacilla. Come società, perdiamo una forza critica insostituibile. L'adolescenza mette in discussione ciò che diamo per scontato ed è per questo che è scomoda.
Zittirla significa scegliere la sicurezza al posto del pensiero, l'adattamento al posto della trasformazione. E rinunciare non solo al futuro, ma alla capacità stessa di immaginarlo.
Zittirla significa scegliere la sicurezza al posto del pensiero, l'adattamento al posto della trasformazione. E rinunciare non solo al futuro, ma alla capacità stessa di immaginarlo.
Forse il vero tabù non è l’adolescenza, ma ciò che essa rivela. La sua lentezza in un mondo che corre, la sua fragilità in una cultura che esige forza, il suo balbettio in una società ossessionata dalle risposte. L’adolescenza ci ricorda che crescere non significa eliminare l’incertezza, ma imparare a conviverci.
Zittirla, normalizzarla o accelerarla significa rinunciare a una delle poche età capaci di porre domande radicali sul senso della vita, sul corpo, sul desiderio, sul futuro. Reggere l’adolescenza, invece, è un atto etico e politico: vuol dire scegliere l’ascolto al posto del giudizio, l’attesa al posto della prestazione, la trasformazione al posto della paura.
Ed è forse solo attraversando questo tabù — senza volerlo addomesticare — che possiamo continuare a immaginare non solo chi saranno i ragazzi, ma chi vogliamo essere noi.
Valeria Genova
Samantha Bovo
