L’ineluttabile maschilismo degli ambienti di lavoro
Pubblicato da Danilo Cappella in (Alter)azioni · Lunedì 16 Feb 2026 · 4 minuti
Tags: maschilismo, ambienti, di, lavoro, discriminazione, uguaglianza, di, genere, cultura, aziendale, stereotipi, di, genere, empowerment, femminile, lavoro, professioni, inclusione
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Quel giorno Omar aveva avuto una conversazione via telefono un po’ strana con un suo collega.
Nel primo pomeriggio, in quella fase di sonnolenza che colpisce più o meno tutti a qualsiasi latitudine, tale collega – che Omar, a differenza della poca stima che nutriva per gli altri, reputava quasi un amico - gli aveva scritto da sede diversa da quella in cui abitualmente lavoravano, dove c’erano altri lavoratori della stessa azienda.
Un suo collega uomo, ça va sans dire.
Nel primo pomeriggio, in quella fase di sonnolenza che colpisce più o meno tutti a qualsiasi latitudine, tale collega – che Omar, a differenza della poca stima che nutriva per gli altri, reputava quasi un amico - gli aveva scritto da sede diversa da quella in cui abitualmente lavoravano, dove c’erano altri lavoratori della stessa azienda.
Lo aveva contattato solo per dirgli che aveva finalmente conosciuto una donna con cui Omar collaborava quotidianamente.
Il messaggio recitava testualmente: “Ho conosciuto Sara oggi: è molto antipatica, te la potresti portare a letto però, secondo me ci sa fare”.
A Omar il conato di vomito salì subito, e non era per l’ennesima dose di caffè; ma come poteva essere -si chiese - che niente si stesse evolvendo e che fosse tutto ancora fermo al grado zero?
Il messaggio recitava testualmente: “Ho conosciuto Sara oggi: è molto antipatica, te la potresti portare a letto però, secondo me ci sa fare”.
A Omar il conato di vomito salì subito, e non era per l’ennesima dose di caffè; ma come poteva essere -si chiese - che niente si stesse evolvendo e che fosse tutto ancora fermo al grado zero?
“Non ti pare eccessivo che sia il primo commento che fai?” rispose d’impatto.
“Non ti pare che questo non faccia altro che avallare tutto il maschilismo e il sessismo che ogni giorno rovinano il mondo?” gli rispose Omar, già consapevole della reazione che avrebbe ricevuto, consapevole di essere noto ovunque come un uomo antipatico e schivo.
La risposta che si aspettava ci mise poco ad arrivare: “Sei pesante, che palle!”
L’alpha del maschio generico non può ammettere di aver sbagliato, non può manifestare il proprio senso di inadeguatezza (ove mai ce ne fosse), non può arretrare di un millimetro, nemmeno quando arretrare vorrebbe dire avanzare verso una società migliore.
L’alpha del maschio generico non può ammettere di aver sbagliato, non può manifestare il proprio senso di inadeguatezza (ove mai ce ne fosse), non può arretrare di un millimetro, nemmeno quando arretrare vorrebbe dire avanzare verso una società migliore.
Omar tacque.
A ripensarci, la conversazione non era stata strana, ma del tutto normale.
Era lui che non sopportava più tutto questo, che si sentiva stranito e fuori luogo.
Avvertiva perennemente il peso di appartenere al genere maschile.
Sapeva bene che solo insistendo al limite del risultare pedante, poteva provare a cambiare qualcosa; solo sbattendo in faccia agli altri uomini i propri atteggiamenti, poteva cercare di invertire il loro modo di porsi nei confronti dell’altro sesso.
Avvertiva perennemente il peso di appartenere al genere maschile.
Sapeva bene che solo insistendo al limite del risultare pedante, poteva provare a cambiare qualcosa; solo sbattendo in faccia agli altri uomini i propri atteggiamenti, poteva cercare di invertire il loro modo di porsi nei confronti dell’altro sesso.
Quello che più lo assillava, però, era scaturito da un video virale che era venuto fuori qualche mese prima, in cui varie donne asserivano di preferire, da sole in un bosco, un incontro con un orso piuttosto che con un uomo.
E l’universo maschile non fece altro, messo alle strette, che scagliarsi ancora una volta contro quello femminile, insultando quelle giovani donne spaventate dagli uomini più che dagli animali; senza mai tralasciare, ogni uomo per sé, di difendere il proprio io in quanto “diverso da tutti gli altri”, come se una donna qualsiasi dovesse fidarsi sulla parola dell’essere più meschino che c’è; come se un “non sono un maniaco” bastasse a non esserlo davvero.
Centoventi donne uccise in trecentosessantacinque giorni.
Una ogni tre giorni.
E non una domanda reale, non un vero senso di colpa.
E mentre anche in ufficio, nei bar, dal benzinaio o dal barbiere, si derideva e umiliava quella risposta delle donne, Omar interveniva sempre con la stessa domanda, che a quanto pare mai avrebbe ricevuto risposta o riflessione:
“Ma se hanno risposto così, una domanda su quanto facciamo schifo non ce la vogliamo porre?”
Purtroppo, sapeva che la reazione non era sempre e solo di silenzio, ma che sfociava anche in altre tossicità.
Di contro, infatti, si sentiva ripetere sempre le stesse due cose:
Di contro, infatti, si sentiva ripetere sempre le stesse due cose:
- “ma non è che non ti piacciono le donne.”
- “ma guarda che non è che se le assecondi te la danno di più.”
Come se non ci fosse alcuna possibilità, per un maschio cis etero, di rispettare una donna senza l’obiettivo di ottenere in cambio qualcosa.
Come se non ci fosse alcuna possibilità, per un maschio cis etero, di rispettare una donna senza l’obiettivo di ottenere in cambio qualcosa.
Nessuna strada percorribile, nessuna speranza all'orizzonte.
