L’invasione del digitale e il deterioramento dell’io
Pubblicato da Gaia Leandro in Articoli · Mercoledì 11 Feb 2026 · 5 minuti
Tags: invasione, digitale, deterioramento, io, tecnologia, identità, impatto, sociale, vita, digitale, salute, mentale, connessione, isolamento
Tags: invasione, digitale, deterioramento, io, tecnologia, identità, impatto, sociale, vita, digitale, salute, mentale, connessione, isolamento
Con l’avvento dei social network abbiamo adattato la nostra quotidianità al cambiamento. Non ci siamo spaventati, abbiamo voluto trarne profitto. Abbiamo dimostrato a noi stessi di riuscire a stare al passo, di sapere evolvere. Ci siamo sentiti campioni di strumenti che fino a prima, senza le dovute conoscenze, criticavamo. Esattamente come ora, ad esempio, accade con l’introduzione sempre più frequente dell’intelligenza artificiale.
Finché non siamo padroni di determinate competenze, sembriamo un po’ incarnare la volpe che critica l’uva perché non riesce a prenderla.
Quando invece ci cimentiamo nel percorso di crescita step by step, sentiamo l’esigenza di visualizzare il punto d’arrivo, non l’intero tragitto.
Quello a cui non pensiamo è che con l’avanzare tendiamo a perdere pezzi di noi lungo la strada. E anche qui…sembriamo voler assomigliare al famoso Pollicino.
Ma questo non è un bene. Così facendo diamo l’impressione di essere un contenitore con un’area ben delineata, dei limiti di spazio. E invece no, perché all’assimilare del nuovo non dobbiamo necessariamente deteriorare il vecchio.
Siamo corpi, materia, carne. Siamo macchine perfette in grado di costruire, progettare attraverso i nostri strumenti naturali e biologici.
Eppure, nell’era digitale, gran parte delle persone ha dimenticato chi è e ciò che sa fare per raffigurare qualcun altro in cui non si riconosce.
Sui social il linguaggio muta, quello che prima era alla base del verbale e non verbale, adesso è immagine. Il linguaggio del corpo, che secondo vari studi rappresenta più del 50% del messaggio, si è affievolito, sfumato.
Se prima sapevamo gesticolare, gestire i movimenti del corpo nello spazio, adesso ci limitiamo allo schermo, dentro il quale sembriamo dover stare stretti stretti ma il più possibile in apparenza. Questo perché il corpo, da strumento comunicativo, è diventato oggetto in posa, deforme, distorto, non conforme alla realtà.
Se da un lato la tecnologia ci ha dato tanto e ci ha permesso progressi prima impensabili, collegamenti e relazioni prima impossibili, dall’altro lato ci ha tolto.
Ci permette la despazializzazione: possiamo essere chiunque in più posti contemporaneamente, eppure dietro siamo sempre e solo noi, carne e materia.
Corpo che perde la sua manualità, che non riesce a stare nei luoghi fisici perché in soggezione, che non sa come muoversi vicino ad oggetti fragili, che non sa parlare in pubblico e gestire lo spazio, che si sente <<di troppo>> se non in sei pollici di schermo.
È la triste verità al quale fanno fronte tante persone che del lato progressista della tecnologia hanno colto solo la parte dolente.
Il filosofo Kant definiva la mano come <<la finestra della mente>> e lo diceva perché è proprio attraverso questo meraviglioso mezzo, che sono le nostre mani, che riusciamo a dare forma a qualcosa di nuovo, a modellare, a creare, a comunicare rendendo azione e movimento ogni singolo pensiero astratto.
Possiamo raffigurare, attraverso il nostro corpo, tutto ciò che ha forma nella nostra mente.
Ma per farlo, ad oggi, servirebbe tornare nel qui ed ora. Bisogna ricordare cos’è il tatto, la sensibilità. Serve toccare con mano, non virtualmente.
Bisogna riappropriarsi delle capacità comunicative perse per esprimere attraverso il corpo tutto ciò che non si può a parole.
Perché se ci fosse un lineare e pulito equilibrio tra il personaggio che sentiamo la necessità di mostrare e la persona che realmente siamo, allora il progresso centrerebbe l’obiettivo senza decostruire nessuno.
Le cose che normalmente facciamo, il modo in cui ci rapportiamo, il linguaggio verbale che siamo soliti usare quando dialoghiamo, il modo in cui camminiamo, le espressioni facciali che assumiamo di fronte a vari scenari, non tornano alla mente così di frequente. Non badiamo all’insieme di quello che ci caratterizza e così, allo stesso modo, ce ne dimentichiamo, e, sempre così, non ci accorgiamo di quello che di noi perdiamo.
Siamo tanto concentrati nel vederci sempre più ricchi di nuovi saperi che non facciamo caso a quello che già conoscevamo e attuavamo.
Perdiamo la nostra essenza per costruire sostanza. Pensiamo all’apparenza e non al contenuto, quando invece dovremmo migliorare quello che siamo e non ridurci ad oggetto strumentalizzato.
Perché è importante ricordare che la tecnologia deve essere uno strumento di supporto, non una sostituzione.
Molte persone, soprattutto quelle famose, hanno decostruito la loro vera identità per assimilarne una che è il risultato del successo social. Conosci qualcuno per quello che di lui viene detto, delle notizie che circolano riguardo il suo conto. Comprendi che tante volte è complicato scindere la compagnia che si ha proprio perché è incomprensibile riconoscere se sia data dall’essere famosi o dalla propria autenticità. Ed è allora che ci si rende conto quanto la vita è un palcoscenico in cui si recita, in cui non si sa più quando smettere di fare l’attore e impersonificare l’altro io. Eppure, basterebbe tornare a guardarsi banalmente allo specchio per ricordare il nostro volto, le storie che il nostro corpo ha vissuto, e rivolgere a quella sagoma riflessa le parole che da tempo non si dicono, per rammentare il suono della nostra voce in un mondo che sembra cantare all’unisono in un unico coro in cui siamo iperesposti ma non realmente e fisicamente presenti.
