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L’isola che non si emancipa: colonialismo nordico e sovranità sospesa in Groenlandia

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L’isola che non si emancipa: colonialismo nordico e sovranità sospesa in Groenlandia

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Ilaria Iacconi Iambrenghi in Articoli · Venerdì 05 Dic 2025 · Tempo di lettura 7 minuti
Tags: colonialismo, nordico, Groenlandia, sovranità, emancipazione, postcolonialismo, storia, geopolitica, indipendenza, culture, indigene, nazionalismo
La Groenlandia non è più, formalmente, una colonia.

Dal 1953 è parte del Regno di Danimarca; nel 1979 ha ottenuto l’autogoverno, e nel 2009 una legge – il Greenland Self-Government Act – ha riconosciuto i groenlandesi come “popolo” con diritto all’autodeterminazione. Eppure, dietro questa grammatica di libertà, sopravvive una dipendenza profonda: economica, politica, simbolica.

Il colonialismo, qui, non è scomparso. Ha solo cambiato pelle.

Negli ultimi mesi due episodi hanno incrinato la superficie impeccabile del welfare nordico.

A settembre, la Danimarca ha pubblicato i risultati dell’indagine sulla contraccezione forzata delle donne inuit, rivelando che tra gli anni Sessanta e Settanta oltre tremila ragazze e donne furono sottoposte a spirali intrauterine senza consenso. L’obiettivo dichiarato era “modernizzare” la Groenlandia e ridurre le nascite nelle comunità indigene.

Poche settimane prima, un’altra storia ha attraversato i media internazionali: una neonata rimossa alla madre groenlandese dopo un test di “competenza genitoriale” condotto secondo criteri danesi – una prassi discriminatoria già formalmente abolita, ma ancora applicata nelle regioni periferiche.

Sono eventi lontani nel tempo ma uniti dalla stessa logica: controllare la vita, disciplinare i corpi, definire la maternità secondo parametri coloniali.

Questo è il volto del colonialismo contemporaneo: non più militare né missionario, ma amministrativo, sanitario, sociale.

Un potere che si traveste da cura, che valuta, corregge, monitora.

In nome della tutela, continua a gestire corpi e territori ritenuti fragili, arretrati, bisognosi di guida.

È un dominio che non passa più per la conquista, ma per la definizione del benessere: chi decide cosa significhi vivere bene, educare, proteggere.

La Groenlandia vive dentro questa soglia. Riceve ogni anno da Copenaghen un trasferimento economico di circa 3,4 miliardi di corone danesi, ma non controlla la politica estera, la difesa né la valuta.

L’autonomia è reale, ma incompleta: un contratto in cui la clausola finale resta sempre nelle mani del colonizzatore.

Estrarre, anche simbolicamente
Il dominio non riguarda solo la politica: è una questione di immaginario.

Negli ultimi decenni la Groenlandia è diventata un topos estetico – ghiacci che si sciolgono, aurore boreali, spazi incontaminati – e un serbatoio di materia simbolica per la coscienza europea.

Nel 2014, l’artista Olafur Eliasson, nato da madre islandese e padre danese, portò a Copenaghen e a Parigi blocchi di ghiaccio staccati dalla calotta groenlandese per la performance Ice Watch. Il gesto fu accolto come poetico, ma racconta perfettamente la logica europea dell’appropriazione: trasformare la materia viva di un territorio colonizzato in allegoria universale, depoliticizzando il contesto da cui proviene. Quel ghiaccio non era neutro: proveniva da una terra ancora subordinata, da un popolo la cui voce diventa udibile solo quando parla il linguaggio dell’arte occidentale.

Eliasson è tornato di recente a manipolare il ghiaccio groenlandese con un’opera ancora più controversa: un blocco prelevato dall’Artico e trasportato in Vaticano, per essere benedetto da papa Leone XIV.

L’artista – erede insieme e beneficiario della doppia appartenenza danese-islandese – ha trasformato il simbolo climatico per eccellenza in un oggetto di devozione universale.

Ma il rito solleva domande pesanti: che cosa significa far benedire il ghiaccio di un popolo che crede negli spiriti del mare e del vento, in una cosmologia sciamanica basata sull’equilibrio tra umani e animali, dal Capo dello Stato cattolico?

La Chiesa non è solo istituzione spirituale: è uno Stato sovrano, con potere diplomatico e simbolico planetario. In quella benedizione – lo Stato religioso che consacra la materia di un popolo colonizzato – si concentrano secoli di gerarchie.

Il ghiaccio non viene onorato: viene assolto.

È la ripetizione in forma liturgica del gesto coloniale: prelevare, consacrare, dissolvere.

Trasformare la ferita climatica in spettacolo spirituale per le coscienze occidentali.
 
L’arte, in questo caso, non denuncia il dominio: lo sublima, lo estetizza, lo rende compatibile con la pietà.

Il Nord come dispositivo
La differenza con le altre ex-colonie nordiche rende tutto più visibile.

L’Islanda, indipendente dal 1944, vive da decenni una febbre di emancipazione: costruisce identità culturale e indipendenza energetica con un ritmo quasi frenetico, come se dovesse costantemente riaffermare la propria autonomia.

Le Far Øer, autonome dal 1948, hanno scelto un equilibrio più ambiguo: pragmatico, contrattuale, in cui il legame economico con Copenaghen resta utile e persino conveniente.

La Groenlandia invece rimane sospesa, prigioniera della sua immensità e della sua scarsità: un territorio grande quattro volte la Francia con meno di sessantamila abitanti, dove la promessa di indipendenza si scontra con la realtà di un’economia dipendente e di infrastrutture fragili.

Ma ha qualcosa che le altre due non hanno: un popolo indigeno, gli inuit, la cui esistenza contraddice la narrazione lineare del progresso europeo.

Per gli inuit la sopravvivenza non è dominio sulla natura ma relazione con il limite: una forma di sapere ecologico e politico che l’Occidente ha sempre frainteso, riducendolo a folklore o arretratezza.

Oggi quel sapere è sotto attacco, stretto tra politiche di “modernizzazione”, nuove estrazioni minerarie e appropriazioni culturali mascherate da gesti artistici o ecologici.

Il colonialismo che resta
Quando la Danimarca chiede scusa per la contraccezione forzata, o si indigna per la rimozione di un neonato, compie un atto di autoriconoscimento morale, non di trasformazione strutturale. Il potere coloniale sopravvive nel modo in cui si definiscono le priorità: nella burocrazia che misura la genitorialità, nei progetti europei che pianificano la “transizione artica”, nell’arte che mette in scena la sofferenza del pianeta come tragedia universale ma mai come responsabilità storica.

Il colonialismo europeo, nel Nord come nel Sud, non è un evento finito ma una condizione epistemica: la pretesa di essere il soggetto che osserva, misura, redime. La Groenlandia ne è la soglia più visibile: una terra in cui il ghiaccio si scioglie sotto i riflettori, mentre corpi e culture vengono ancora amministrati nel silenzio.
 
Finché l’Europa continuerà a benedire il ghiaccio e a valutare le madri, a esporre la natura ma a censurare la politica, non potrà dirsi decolonizzata.

Perché il dominio, oggi, non si esercita con le armi ma con le metriche: decide chi ha diritto a nascere, a parlare, a rappresentare il mondo. E il ghiaccio – quel ghiaccio – continua a sciogliersi lentamente, sotto lo sguardo di chi crede di salvarlo.

Fonti principali
  • Governo danese – Prime Minister’s Office: Act on      Greenland Self-Government (Act 473/2009) e documentazione ufficiale      sull’autonomia.
  • PBS      / Associated Press, Hundreds of Greenlandic women and girls were      forcibly given contraception… (9 Settembre 2025).
  • The      Guardian, Protests as newborn removed from Greenlandic mother after      parenting competence tests (23 Agosto 2025).
  • Arctic      Today, Denmark’s history of forced birth control in Greenland      (2024).
  • Olafur      Eliasson Studio, Ice Watch (2014-2015) e The Blessing of the Ice      (2024-2025).
  • PRI      Oslo, Greenland is not for sale (2025).
  • Nordics.info e PopUps ULiège, studi sul processo di      decolonizzazione danese e sulla storia costituzionale islandese e      faroense.
  • ScienceDirect,      An ecological approach to understanding women’s reproductive health      among Inuit women (2022).
 


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