L’ultimo tabù è leggere? In un tempo dominato dalla velocità, Stefania Mangiardi riflette sul valore filosofico della lettura
Pubblicato da Valeria Genova in Interviste · Giovedì 16 Lug 2026 · 6 minuti
Tags: ultimo, tabù, leggere, velocità, Stefania, Mangiardi, valore, filosofico, lettura
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Ci sono persone che parlano di libri e altre che li abitano. Stefania Mangiardi appartiene alla seconda categoria: lettrice appassionata, coach di empowerment femminile, promoter editoriale, founder di Ferite Fiorite, autrice di Amati e voce capace di raccontare la lettura come esperienza umana prima ancora che letteraria. Per lei un libro non è soltanto una storia, ma uno spazio in cui sostare, mettersi in discussione e riconoscersi.

In questa intervista abbiamo scelto di intrecciare il tema della lettura con quello del tabù. Perché ogni tabù nasce da un confine: ciò che una società preferisce non guardare, non nominare o non attraversare. Eppure è proprio oltre quei confini che spesso si nascondono le domande più autentiche. Leggere, allora, diventa un gesto filosofico: non accumulare risposte, ma accettare di vivere nell’incertezza, lasciando che una pagina metta in crisi le nostre convinzioni e allarghi il nostro sguardo.
1) Leggere è un atto di libertà o di resistenza? In un mondo che ci sommerge di stimoli rapidi e superficiali, che significato assume oggi fermarsi su un libro?
Credo che leggere sia entrambe le cose. È libertà perché, quando si apre un libro, si può scegliere di stare in uno spazio che non impone nulla, un luogo solo tuo. È resistenza perché in un mondo che corre e che ci vuole sempre distratti e passivi, fermarsi a leggere diventa un gesto controcorrente: significa concedersi profondità, lentezza, pensiero attivo.
2) Se la lettura apre mondi, perché così spesso scegliamo di restare chiusi nel nostro? Da cosa nasce, secondo te, la diffidenza o la difficoltà a leggere in Italia?
Forse perché leggere ci costringe a spogliarci delle difese. Un libro ti smuove, ti mette davanti domande che non sempre vuoi farti. E in Italia credo ci sia anche una certa diffidenza culturale: la lettura viene spesso percepita come qualcosa di “serio”, “impegnato”, anziché come un piacere. Così, invece di aprirci e andare a fondo, preferiamo restare al sicuro sulla superficie delle cose.
3) Un libro può ancora essere un tabù? Quali storie, generi o temi editoriali pensi che la società faccia ancora fatica ad accogliere?
Sì, assolutamente. Ci sono storie che fanno paura: tutto ciò che riguarda la sessualità femminile ad esempio, la malattia mentale, la morte, la maternità vissuta fuori dagli schemi tradizionali…temi che nonostante i progressi restano scomodi. I libri che li raccontano non sempre trovano accoglienza, perché mettono in crisi narrazioni consolidate, schemi imposti dalla società e ad oggi ancora difficili da sradicare. E forse proprio per questo cerco quei libri: perché nei tabù spesso si nascondono le verità che ci riguardano più da vicino.

4) La fragilità è diventata un difetto anche tra le pagine? C’è spazio nell’editoria contemporanea per narrazioni che mostrino vulnerabilità, lentezza, complessità?
Purtroppo sì, spesso. Viviamo in una società che esalta la performance, anche nella scrittura. Ma credo ci sia un crescente bisogno di narrazioni più vulnerabili, imperfette, che non abbiano paura di mostrare le crepe. Personalmente i libri che mi restano dentro non sono quelli impeccabili, con protagonisti perfetti, ma quelli che hanno il coraggio di esporsi, di rallentare, di non piacere a tutti, quelli intrisi di umanità. Forse perché io stessa, quando leggo la fragilità degli altri, imparo a riconciliarmi con la mia.
5) È il libro che deve adattarsi al lettore o il lettore che deve imparare ad abitare il libro? Come vedi il rapporto tra mercato editoriale e desiderio autentico di lettura?
Io credo che un buon libro abbia sempre bisogno di un lettore disposto a incontrarlo. Certo, il mercato editoriale oggi spesso spinge verso l’adattamento al lettore, semplificando, abbreviando, rendendo tutto più “consumabile”. Ma il rischio è perdere la parte autentica dell’esperienza. Leggere non è mai solo intrattenimento: è abitare un mondo diverso dal tuo, ed è proprio lì che succede la magia.6) Se leggere è un dialogo silenzioso con l’altro, che cosa perdiamo quando smettiamo di leggere? Quale vuoto lascia, a livello individuale e collettivo, una società che dimentica i libri?
Perdiamo la capacità di immaginare, di metterci nei panni di qualcun altro. Senza libri diventiamo più soli, più poveri dentro. A livello collettivo, una società che dimentica i libri diventa una società che non sa più ascoltare, che non sa più fermarsi, che perde le sfumature. I libri ci insegnano a stare nella complessità: senza, tutto si appiattisce. E per me, che nei libri ho sempre trovato rifugio e respiro, pensare a un mondo senza lettura è come immaginare una casa senza finestre: potresti abitarla, ma non vedresti mai la luce.Dalle parole di Stefania Mangiardi emerge un’idea di lettura che va oltre il semplice piacere o l’abitudine culturale: leggere significa concedersi il tempo di abitare la complessità, accogliere la fragilità e attraversare ciò che preferiremmo evitare.
Forse è proprio questo il significato più profondo del tabù. Non è soltanto ciò che viene proibito o censurato, ma tutto ciò che interrompe il nostro equilibrio, che mette in discussione le certezze con cui interpretiamo il mondo. In senso filosofico, il tabù è il limite che protegge la nostra visione della realtà, ma anche il confine che, una volta attraversato, ci permette di diventare qualcosa di diverso.
Ogni libro che ci cambia infrange un piccolo tabù personale. Ci obbliga a guardare dove non avremmo voluto, a dare un nome a ciò che era rimasto in silenzio, a riconoscere nell’altro qualcosa di noi stessi. E forse è proprio qui che la lettura conserva ancora oggi il suo valore più rivoluzionario: non offrirci un rifugio dal mondo, ma restituircelo con occhi nuovi. Perché ogni pagina letta è un confine superato e ogni tabù interrogato è un passo in più verso una libertà più consapevole.
