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La dittatura della perfezione: il tabù della fragilità nell’epoca dell’immagine

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La dittatura della perfezione: il tabù della fragilità nell’epoca dell’immagine

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Valeria Genova in Articoli · Mercoledì 27 Mag 2026 · Tempo di lettura 3 minuti
Tags: dittatura, della, perfezione, tabù, della, fragilità, epoca, dell'immagine, perfezione, fragilità, società, contemporanea, cultura, dell'immagine, autostima, pressioni, sociali, benessere, mentale
C’è stato un momento, ieri, in cui Belén Rodríguez ha smesso di essere un personaggio e si è mostrata, semplicemente, umana. Fragile. Confusa. Vulnerabile. E immediatamente il mondo ha reagito come reagisce sempre davanti alla fragilità esposta: con il sospetto, con l’ironia, con il voyeurismo. Perché una donna famosa può essere desiderabile, potente, impeccabile, scandalosa persino. Ma non può crollare.

Non davvero.

Viviamo in un’epoca che ha trasformato la vulnerabilità in un contenuto estetico, purché sia ben confezionato. Puoi parlare di ansia se lo fai con il filtro giusto. Puoi raccontare la depressione se il reel è elegante, la luce morbida, il dolore narrativamente efficiente. Ma il collasso autentico — quello che non è instagrammabile, quello che sporca il trucco e spezza la voce — resta intollerabile.  

Il problema non riguarda solo i famosi. Loro sono semplicemente il laboratorio estremo della nostra civiltà. Quello che chiediamo a Belén Rodríguez è, in fondo, ciò che chiediamo anche a noi stessi: mantenere il controllo. Essere performanti. Non interrompere mai la narrazione della felicità.

Il filosofo Byung-Chul Han lo aveva scritto con lucidità feroce: non viviamo più nella società della disciplina, ma nella società della prestazione. Non c’è più un padrone che ci impone di produrre: siamo noi a sfruttarci volontariamente. Dobbiamo essere efficienti, desiderabili, presenti, emotivamente intelligenti, sessualmente liberi, professionalmente impeccabili. E soprattutto: sempre visibili.

La tristezza, allora, diventa un difetto di sistema. Una crepa nel brand personale.

Eppure la fragilità è forse l’unica esperienza autenticamente democratica dell’esistenza. Tutti crolliamo. Tutti abbiamo notti in cui il corpo tradisce la mente o la mente tradisce il corpo. Tutti conosciamo quella sensazione muta di non riuscire più a sostenere il personaggio che abbiamo costruito per sopravvivere.

Ma il capitalismo emotivo contemporaneo non tollera pause. Non tollera opacità. Devi guarire in fretta. Devi tornare produttivo. Devi “lavorare su te stesso” finché il dolore non diventa nuovamente compatibile con il mercato.

Persino la salute mentale rischia di diventare una performance.

E allora il caso di Belén Rodríguez ci mette davanti a una domanda scomoda: perché ci spaventa tanto vedere qualcuno perdere il controllo?

Forse perché ci ricorda che il controllo è un’illusione.

Simone de Beauvoir scriveva che il corpo femminile è storicamente uno spazio sorvegliato, giudicato, modellato dallo sguardo altrui. Una donna famosa porta questo meccanismo all’estremo: non le appartiene più nemmeno il diritto alla stanchezza. Deve essere desiderabile anche nel dolore. Composta anche nel crollo. Seducente persino nella confessione.

La fragilità maschile, quando emerge, viene spesso romanticizzata: l’artista tormentato, il genio inquieto, l’uomo spezzato dal peso del mondo. La fragilità femminile invece viene rapidamente medicalizzata, ridicolizzata o trasformata in gossip. È isteria, eccesso, instabilità. Non profondità.

Eppure c’è qualcosa di profondamente rivoluzionario nel mostrarsi vulnerabili senza trasformare subito quella vulnerabilità in spettacolo motivazionale.

Dire: sto male.
Dire: non ce la faccio.
Dire: oggi non sono luminosa, produttiva, desiderabile.

In un mondo che monetizza l’immagine, la fragilità autentica è un atto quasi politico.

Forse il vero tabù contemporaneo non è la depressione. Non è l’ansia. Non è il crollo nervoso.
Il vero tabù è deludere l’aspettativa della perfezione.


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