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La follia: da eterno tabù a semplice condizione umana

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La follia: da eterno tabù a semplice condizione umana

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Jenny Samarati in Psicodatura · Martedì 28 Lug 2026 · Tempo di lettura 6 minuti
Tags: folliatabùcondizioneumanapsicologiasalutementalesocietàstigmaculturaaccettazionebenessere
“Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società accetta la follia come parte della ragione, e quindi la fa diventare ragione attraverso una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragion d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale. Quando uno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come disfare questo nodo, come andare al di là della ‘follia istituzionale’ e riconoscere la follia là dove essa ha origine, cioè nella vita”.

Franco Basaglia
Conferenze Brasiliane, 1979

Sono stata ricoverata in SPDC per la prima volta il 10 ottobre 2024. Ironia della sorte, nella Giornata Mondiale della Salute Mentale.
Da quel momento, la mia vita è cambiata per sempre. Non ero più solo Jenny: triste, sofferente, ma semplicemente Jenny... ero diventata una matta, peggio: ero diventata malata. Mi sono chiesta tante volte cosa sia la follia. È stata parte della mia vita fin da quando ero piccina. Non perché l’abbia sperimentata in prima persona già in tenera età, ma perché l’ho vista in mia sorella, in mia zia, negli utenti dell’associazione per la quale mia mamma lavorava. Poi, un giorno, mi capitò tra le mani il libro “Non ho l’arma che uccide il leone” di Peppe Dell’Acqua. E improvvisamente fu tutto più chiaro. La follia non aveva ancora una definizione, ma quantomeno aveva una storia, un tracciato. Delle impronte da seguire per comprenderla.

A quello di quasi due anni fa sono seguiti altri ricoveri. E piano piano ho imparato a conoscere quel reparto dalle porte blindate. Le norme riguardo gli oggetti personali, gli orari dei pasti, della terapia, del sonno e delle visite. Piano piano, quel luogo è diventata una seconda casa. Piano piano, ne ho conosciuto ogni angolo. Così, libera dalla paura di fare qualcosa di sbagliato per mancata conoscenza del regolamento, ho iniziato a osservare le persone che mi stavano accanto: i pazienti, ma anche gli operatori. Mi hanno dato così tanto... In quel microcosmo, la follia regnava. E io
potevo assaporarne, non solo sulla pelle ma in ogni parte del corpo, le più piccole sfaccettature.
Analizzare quella minuscola fetta di mondo mi ha stravolta nel profondo.
A luglio dello scorso anno uscivo finalmente da un ricovero durato tre mesi e mezzo. Quando abiti in un reparto psichiatrico per tutto quel tempo, è impossibile non uscirne cambiato. Ma non pensavo che il cambiamento sarebbe stato così intenso, che avrebbe messo sottosopra così tanti aspetti della mia esistenza. Eppure, mi rendo conto che ciò che è per me oggi del tutto normale è ancora estremamente tabù. Parlare di ricovero in SPDC è tabù. Perché la follia ancora spaventa, perché la follia è, ancora, stigmatizzante.

Due anni fa camminavo sul filo che mi avrebbe condotta entro le mura di un ospedale; un anno fa non desideravo altro che uscirne. Perché ne avevo abbastanza di malattie mentali. Della mia, ma soprattutto di quelle di chi mi circondava. Non reggevo più tutto quel dolore. Non reggevo più tutta quella follia. Tutta quella vicinanza alla stessa.
Ma l’altrui pazzia, lo ripeto, mi ha donato tanto. Un modo diverso di guardare alla vita, in primis. E poi la consapevolezza di quanto l’animo umano sia profondo, sfaccettato, complesso. Mi ferisce non poterne parlare come vorrei. Mi ferisce dover tenere nascosta questa grande rivoluzione che i mesi in SPDC hanno attivato.

La follia... e voi, vi siete mai chiesti cosa significhi questa parola? Per me, dopo anni passati a cercarne uno, non ha più alcun significato. Non esistono “folli” e “normali”. Non vi è distinzione tra chi vive o ha vissuto in un reparto psichiatrico e chi ne sta con tutta la sua forza lontano. Perché: “Da vicino nessuno è normale”, direbbe Franco Basaglia se fosse ancora in vita. Già. Da vicino nessuno è normale. Ma abbiamo mai la possibilità di osservare da così vicino qualcuno? Siamo anime che sfrecciano veloci per le strade, che passano nelle vite delle altre persone quasi senza accorgersene. Andiamo così veloci che troppo spesso non lasciamo traccia. Un sorriso, una lacrima, una parola non hanno più valore. Siamo così impermeabili alle gioie e alle sofferenze degli altri, presi dalle nostre faccende, che ci stiamo dimenticando cosa significa restare nel qui ed ora, ad osservare con coraggio la vita che ci circonda. Siamo così presi che fermarci ad ascoltare in silenzio una donna traumatizzata da anni di abusi, una giovane terrorizzata dagli uomini, una ragazza che si getta dal balcone è diventato un lusso. Ringrazio la vita per avermi dato la possibilità di farlo. Di interrompere la corsa verso non so cosa che riempiva le mie giornate. Ringrazio la vita per avermi donato l’udito per ascoltare quelle storie, la vista per osservare quelle persone, l’olfatto per sentirne gli odori. Ringrazio la vita per avermi donato l’empatia necessaria a parlare con loro.
Mi rendo conto che la follia è diventata una parte estremamente presente nella mia quotidianità. Che non ne ho più paura, che ne parlo con scioltezza. Mi rendo conto che questa non è la prassi. Ma ho conservato la passione per l’osservazione degli altrui comportamenti e pensieri: questa, non me la leverà mai nessuno.

Nel 1887, la giornalista Nellie Bly si finse pazza e si fece rinchiudere nel manicomio dell’isola Blackwell, oggi Roosvelt Island, a nord-est di Manhattan. Ne uscì dopo dieci giorni con un reportage pesantissimo, nel quale raccontava le terribili condizioni delle pazienti lì internate. Grazie al suo coraggio non nacque solo un modo diverso di fare giornalismo, ovvero l’investigazione sotto copertura, ma iniziarono a germogliare le prime riforme inerenti gli istituti di igiene mentale.
Quasi centoquaranta anni fa, Nellie Bly aprì una crepa nel tabù della follia. Oggi, con forse un briciolo di presunzione, sono qui a cercare di fare lo stesso.
Parlate di pazzia, ve ne prego. Parlatene e parlatene finché non vi suonerà più strano e imbarazzante farlo. Parlatene finché non sarà più qualcosa da tenere nascosta, ma solo un aspetto della vita.
Parlatene finché non ci vorrà più coraggio per farlo. Parlatene anche se non vi credete folli. Anche se vi credete distanti.
Parlatene. Parliamone. Non domani, oggi.
Grazie.


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