La misura del silenzio. “La banda muta” di Alessia Bottone, una riflessione sulla solitudine e sull’ascolto
Pubblicato da Anastasia Fonti in Contronatura · Martedì 08 Set 2026 · 8 minuti
Tags: silenzio, banda, muta, Alessia, Bottone, riflessione, solitudine, ascolto
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«Parlare è inutile. Siccome l’umanità è sorda, io posso essere muto.»
Zi’ Nicola ne Le voci di dentro di Eduardo De Filippo
Zi’ Nicola ne Le voci di dentro di Eduardo De Filippo
Da questa citazione nasce una domanda: cosa accade quando smettere di parlare diventa l’unico modo per poter essere ascoltati? E, al contrario, cosa succede a una società che sembra non riuscire più a smettere di parlare?
È una domanda che attraversa, in maniera sotterranea, La banda muta di Alessia Bottone, quarto cortometraggio della regista, scritto e diretto da lei e prodotto da Pistacchio Film, nato dall’adattamento libero dell’omonimo racconto di Gaetano Savatteri e vincitore del bando Nuovo IMAIE 2025. Un’opera che prende avvio da una tradizione funeraria siciliana e la trasforma in uno strumento per interrogare qualcosa di molto contemporaneo: il nostro rapporto con gli altri, la necessità di essere visti e, soprattutto, il nostro legame con la solitudine.
Al centro della storia c’è Manfredi, interpretato dall’attore Piero Nicosia, che si reca al funerale dell’amico Elio, morto all’età di ottant’anni. Quello che dovrebbe essere un momento di raccoglimento si trasforma però in un luogo attraversato da distrazioni, conversazioni e presenze che sembrano incapaci di fermarsi davvero davanti alla morte. Manfredi osserva ciò che accade intorno a sé e, progressivamente, si trova a fare i conti con una sensazione più profonda: quella di essere solo proprio nel momento in cui dovrebbe sentirsi parte di una comunità.
Da Eduardo a una banda che non suona
Il riferimento a Eduardo De Filippo non è casuale. La regista lo indica, insieme a Luigi Pirandello, tra le proprie influenze. Due autori nei quali l’incomunicabilità, il rapporto tra individuo e comunità e la difficoltà di trovare il proprio posto all’interno della società assumono forme differenti, ma ugualmente profonde.
In Le voci di dentro, Zi’ Nicola ha scelto di non parlare perché ritiene che parlare sia inutile davanti a un’umanità incapace di ascoltare. In La banda muta, quella stessa intuizione sembra spostarsi dal singolo alla collettività: non è più soltanto un uomo a scegliere il silenzio, ma una banda intera a rinunciare alla propria voce.
Il punto di partenza, liberamente adattato dalla regista, nasce da una tradizione siciliana che Savatteri ha raccontato a partire da un rito osservato personalmente a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Durante il funerale, una banda accompagna il corteo senza suonare: i musicisti sono presenti, gli strumenti ci sono, ma la musica viene deliberatamente sospesa.
La banda muta appartiene così a quella dimensione del folklore in cui il gesto rituale diventa espressione di una comunità, dei suoi valori e del suo modo di confrontarsi con la morte. Non è un caso che questa tradizione trovi un’eco nelle pagine de Le parrocchie di Regalpetra di Sciascia, dove il rito funerario assume anche una funzione sociale, legata alla dignità del defunto e al riconoscimento della sua famiglia.
Al centro rimane una contraddizione solo apparente: perché chiamare una banda se non può fare ciò per cui esiste?
È proprio questo paradosso a rendere il rito una chiave di lettura del film. La banda non deve suonare, ma deve esserci. La sua funzione si rovescia: non consiste nel riempire lo spazio, bensì nel riconoscere quello che appartiene all’altro e lasciargli posto.
La morte, il folklore e il rapporto tra individuo e comunità entrano così in un immaginario nel quale anche ciò che appare irrazionale può rispondere a una necessità collettiva: dare una forma condivisa a ciò che, individualmente, sarebbe difficile da comprendere.
Il mondo esterno può rallentare, le conversazioni possono interrompersi e, per un istante, la presenza dell’altro può diventare prioritaria. Esiste la possibilità di fare un passo indietro, ed è proprio per questo che la scelta di Manfredi e l’assenza della musica diventa così rumorosa.

Una solitudine piena di persone
Il funerale diventa allora uno spazio sospeso, in uno di quei rari momenti in cui invece il ritmo ordinario delle cose dovrebbe interrompersi. Non siamo lì per dimostrare qualcosa, per essere interessanti, per raccontare chi siamo. Siamo lì per qualcun altro.
Eppure La banda muta si apre proprio su immagini che appartengono a una dimensione collettiva in cui anche il dolore sembra trasformarsi in evento pubblico. Le fotografie e le immagini d’archivio dei funerali contemporanei, tra cui quelle legate alla morte di personaggi come Maurizio Costanzo e Papa Francesco, mostrano folle, fotografi, telecamere, persone che cercano un punto di osservazione, una posizione dentro l’evento. La morte diventa uno spazio da occupare.
Non è soltanto una questione di telefoni o fotografie. Questi sono gli strumenti più evidenti attraverso cui emerge qualcosa di più profondo: il bisogno di essere visti.
Un esempio emblematico è lo scandalo legato al selfie scattato con Maria De Filippi durante il funerale di Maurizio Costanzo. Al di là della vicenda specifica e delle reazioni che ha suscitato, quel gesto mostra quanto facilmente l’attenzione possa spostarsi dall’evento a chi vi prende parte.
È una forma di presenza che, nel tentativo di documentare un momento, rischia di appropriarsene.
Ma perché sentiamo continuamente la necessità di esserci?
La risposta non è necessariamente la vanità. Può esserci, dietro il bisogno di mostrarsi, una mancanza. La regista parla infatti di una sorta di “solitudine valoriale”: non una solitudine determinata dall’assenza fisica degli altri, ma da una difficoltà sempre maggiore nel riconoscere l’altro, nel sentirsi parte di qualcosa, nel dare valore a una relazione che non abbia necessariamente noi stessi come centro.
Ed è qui che il funerale di Elio non è soltanto il luogo in cui si svolge la storia, ma diventa una rappresentazione della contemporaneità. Le vicende che viviamo, sembrano non appartenere mai del tutto a chi le attraversa, ma si trasformano continuamente in qualcosa che è di tutti e, proprio per questo, di nessuno.
Anche Elio, nella morte, viene ricondotto a un tratto del suo carattere: la sua “muntruzzania”, quella testardaggine di fare le cose a modo proprio. La persona scomparsa rischia così di diventare un racconto costruito dagli altri, un’immagine attraverso cui la comunità prova a dare un significato a ciò che è accaduto.
Manfredi è circondato da persone, ma è solo nel proprio dolore. È una delle contraddizioni più interessanti del film: si può essere continuamente circondati e rimanere comunque soli.
Allo stesso modo, si può parlare continuamente senza sentirsi ascoltati. E forse le due cose sono legate.
Se non mi sento visto, cerco continuamente di mostrarmi.
Se non mi sento ascoltato, aumento la voce.
Se temo di non essere riconosciuto, cerco continuamente di lasciare una traccia della mia presenza.
Se non mi sento ascoltato, aumento la voce.
Se temo di non essere riconosciuto, cerco continuamente di lasciare una traccia della mia presenza.
La connessione, allora, non garantisce necessariamente vicinanza. Una società sempre più capace di mettere in comunicazione gli individui può produrre, nello stesso tempo, una solitudine sempre più difficile da riconoscere.
Il film sembra collegare questa trasformazione anche alla cultura della visibilità, dalla televisione sintetizzata nella logica del “se non c’è in televisione, non esiste” fino alla contemporaneità dei social, dove qualcosa sembra acquisire consistenza proprio nel momento in cui viene mostrato.

Ma il bisogno di essere visti può essere anche il segnale di una difficoltà silenziosa, quella di sentirsi realmente riconosciuti per accertare la propria esistenza o il proprio valore.
Ascoltare ciò che non si sente
È sul piano cinematografico, però, che La banda muta rende questa riflessione particolarmente concreta.
Il silenzio non è trattato soltanto come tema, ma come materia del film. La tradizione della banda diventa così un dispositivo attraverso cui modificare la percezione dello spettatore.
Gli strumenti suggeriscono una musica, il direttore suggerisce il ritmo, i musicisti suggeriscono il suono.
Ma l’opera, invece, sottrae.
In alcune immagini d’archivio vediamo un direttore muovere la bacchetta, ma la musica non arriva. Al suo posto emergono i passi, il movimento dei corpi, gli strumenti che urtano contro le gambe, piccoli rumori che normalmente verrebbero sommersi da una partitura. Attraverso il lavoro sul sound design, la presenza della banda viene così ricostruita proprio a partire da ciò che rimane quando la musica viene eliminata.
Anche le immagini d’archivio non vengono utilizzate semplicemente per ricostruire un passato. Entrano nel tessuto del cortometraggio fino a rendere incerta la distinzione tra documento, ricordo, leggenda e immaginazione. La banda sembra apparire e scomparire dalla realtà del film, rimanendo volutamente in una dimensione ambigua, quasi onirica.
Ed è proprio l’incertezza a renderla cinematograficamente interessante.
La tradizione diventa così una figura che ritorna dal passato non tanto per essere recuperata, quanto per rappresentare qualcosa che nel presente sembra mancare.
La musica che non sentiamo è comunque lì. Non la ascoltiamo, ma ne percepiamo l’assenza. Ed è questo che il film sembra chiederci di ascoltare.
