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La nostra caduta tutta italiana

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La nostra caduta tutta italiana

FiloTabù - Libertà di parlare, coraggio di svelare
Pubblicato da Giulia Ciccorelli in Articoli · Lunedì 03 Ago 2026 · Tempo di lettura 7 minuti
Tags: cadutaitalianaculturastoriasocietàidentitàcrisiriflessionecambiamentotradizione
La caduta della cultura e dello spettacolo.
Nella Capitale del cinema italiano quest’anno abbiamo avuto drammatiche manifestazioni di una caduta paradossale, di respiro anche più ampio.
Il tentativo di boicottaggio dei David di Donatello del collettivo Siamo ai titoli di coda, nato nel 2024 per alzare la voce sulla crisi del settore cine-televisivo, messo in ginocchio dai regimi fiscali e dal tax-credit, il nostro sistema di investimento nella produzione cinematografica. Tentativo amaramente fallito e meno partecipato di quanto si sperasse. La mobilitazione delle più importanti associazioni sul territorio romano, 100autori (autorialità cinetelevisiva) e ANAC (autori cinematografici), ACMF (compositori di musica per film), AIDAC (dialoghisti adattatori cinetelevisivi), WGI (Writers Guild Italia) e AIR3 (registi), che hanno fatto assemblea per affrontare le condizioni di sopravvivenza di un intero settore, provato da “pesanti tagli ai fondi ministeriali” e dalla totale mancanza di tutele sul lavoro.

Mentre il 6 maggio 2026 sui tappeti rossi di Cinecittà si premiava il cinema italiano, in piazza le maestranze che hanno contribuito a quello stesso cinema, protestavano per condizioni di lavoro, sociali ed economiche ai margini: questo, un paradosso. Un quadro d’altri tempi, che non è altro che il culmine di come le cose si fanno nel cinema in Italia da decenni. Oggi il cinema è un circo, come è sempre stato, ma peggio che mai. Regolato da regimi contrattuali antichi, per niente aggiornati, da leggi da Far West, con favori, ricatti, lavori fatti “in amicizia” e tanta, tanta arroganza, pochissimo rispetto del lavoro.

Il sostrato di professionisti che si impegnano in questo settore sente il bisogno di unirsi per far fronte ad una situazione di allarme ormai intollerabile. Il governo dimezza i fondi per il cinema italiano e favorisce le produzioni estere, spesso americane, elemento che in altre condizioni avremo apprezzato, ma che ora sembra riflettere un preoccupante indirizzo politico generale: la nostra cultura non è più la nostra identità e non è più così importante sostenerla. Le produzioni più piccole e indipendenti portano avanti una matura lotta costante, evidenziando un’azione anti-culturale molto pericolosa, che favorisce la trasformazione della nostra industria in una macchina dell’intrattenimento, di stampo commerciale e americano.

Altro segnale sparso e allarmante. Il 12 giugno 2026, personale di musei, biblioteche, archivi, teatri, editoria, spettacolo, produzione artistica e culturale, dà vita ad un mega-sciopero perché si smetta di celebrare “la bellezza, l’orgoglio e le eccellenze culturali”, se la classe lavorativa dei beni culturali “fatica ad arrivare a fine mese o è costretta a cambiare settore per mangiare”. Non c’è eccellenza, senza dignità nel lavoro, perché l’eccellenza si costruisce con dignità. Ma questa mentalità nel nostro Paese è lontana. L’Italia diventa un’oasi in cui la celebrazione formale è distante dalla realtà culturale. La spettacolarità di un lavoro è distante dalla dignità con cui è normato. L’investimento economico è distante dal valore artistico. Così come (lo abbiamo visto il 2 giugno, quando in alcuni luoghi di Roma si proiettavano documentari sulla Global Sumud Flottilla mentre in centro sfilavano i fasti di una Repubblica non più credibile) la memoria storica è cristallizzata, distante dalla realtà storica, e la promozione della pace è distante dall’impegno politico per ottenerla. Un mondo di distanze, desolante.

Perché in Italia lavorare nella creatività non è lavorare? Perché ciò che ha plasmato la nostra identità non viene più tutelato?

L’ascesa del soldo e delle armi.
Collegare questi segnali sembra inevitabile perché comunicano un’univoca direzione del potere, che non promuove la nostra cultura, non sostiene chi lavora per il settore culturale e artistico che ci distingue in Europa e nel mondo, così come non comunica volontà di pace.
L’ultima provocazione, la collocazione di un aereo AMX presso Jesolo, su una rotonda di ingresso al nostro Paese. In un momento simile, un’ulteriore sottolineatura del legame con l’Aeronautica Militare, fuori luogo così come oggi lo sono le esibizioni delle Frecce tricolore nei nostri cieli. Sintomo che il contesto ci richiede di rileggere i nostri simboli e di cambiare alcune manifestazioni della nostra identità nazionale, ma la nostra incapacità di aderire ai tempi trionfa ancora. L’immobilità dei simboli risuona con la scelta di un’immagine ancora più militarizzata del territorio.
Se ogni azione è comunicazione, il messaggio che arriva deve decisamente allarmarci, soprattutto se inserito nel quadro tracciato finora, se la voce della cultura viene impoverita.

Quello che vediamo non è un Paese che intende rispondere alle provocazioni internazionali alla guerra, rafforzando valori e riflessioni portate avanti da secoli, facendo dell’arte e della cultura, nostri punti di forza, le risorse fondamentali per scongiurare una decadenza sempre più profonda, per addestrare la società ad applicare quei valori stantii pomposamente riecheggianti nelle celebrazioni istituzionali. Siamo stati addestrati ad acquisire valori per poi dimenticarli mentre le cose accadono e negli ultimi anni questo è stato lampante. Educazione alla diversità che vale in maniera selettiva. Lotte contro la discriminazione e i totalitarismi, divenute prive di significato perché prive di applicazione reale. Vediamo un Paese vuoto. Il mondo del lavoro, un deserto in cui sopravvive chi meglio schiaccia l’altro, in una inesorabile guerra tra poveri. Un mondo dello spettacolo che è parodia di sé stesso, tra aridità di contenuti, lotta alla sopravvivenza e nuove brutali logiche di adattamento, ideologico e strategico.

La nostra trappola.
Il paradosso che queste manifestazioni drammatiche disegnano è la trappola in cui è stretto chi oggi studia e lavora, crea, scrive, per costruire valore. La caduta paradossale è questa: ciò che dovrebbe essere la nostra forza e guida in questo momento buio, viene relegato al margine più basso. Per questo è così facile spostare la creatività dalla mano alla macchina. Perché l’arte non è più appannaggio intellettuale, è appannaggio commerciale.

Il messaggio che passa è evidente: la bellezza che celebriamo per abitudine ogni anno, seguendo un calendario ormai sterile di ricorrenze, è una bellezza che non ha più alcuna rilevanza, sociale, identitaria, o politica, o connessione con la realtà, semmai l’ha avuta (questa è un’altra domanda: l’ha mai avuta?). La massa di chi esce con laurea dai settori culturali e artistici è oggi consapevole di non poter incidere minimamente su una realtà che si gioca su
ben altri piani: almeno questo è ciò che ci viene imposto. Chi oggi opera in questi settori, a cui andrebbero riservate le maggiori attenzioni, è dimenticato. Come contraddire questa tendenza e uscire da questo limbo? Con le nostre scelte. Uscire prima dall’isolamento sociale e creativo in cui siamo, uscire dal regime di sopravvivenza legittimandoci come qualcosa che può essere altro da una macchina produttiva. C’è uno strato vivissimo di collettivi, piccole produzioni indipendenti di cinema, gruppi che si associano per fare attività insieme e restituire un volto vivo e vero a questa società. Provare a credere di nuovo che ciò che non è matematico, algoritmico, informatico, elettronico, possa essere guida spirituale e produrre cultura materiale, sapendo che le nostre abitudini hanno un peso nel legittimare una novità. Ma questi sono input. Le risposte si possono trovare assieme.

Avete qualche idea?




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